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italiana
emigrazione
immigrazione
IRAQ:
Un po' di storia
di
Maria G. Di Rienzo
*)-
Intellettuale femminista, saggista,giornalista, regista
teatrale e commediografa, formatrice, ha svolto
rilevanti ricerche storiche sulle donne italiane per
conto del
Dipartimento di
Storia Economica dell'Universita' di Sidney (Australia);
e' impegnata nel movimento delle donne, nella Rete di
Lilliput, in esperienze di
solidarieta' e
in difesa dei diritti umani, per la pace e la
nonviolenza
L'Iraq
confina con l'Iran, il Kuwait, l'Arabia Saudita, la
Giordania, la Siria e la Turchia. La popolazione
irachena (stima 2001) conta circa 23 milioni e 300.000
persone, di cui il 72% sono arabi, il 23% kurdi ed il
rimanente 5% consta di gruppi etnici piu' piccoli. La
lingua ufficiale e' l'arabo, che e' parlato dall'80%
della popolazione. La capitale e' Baghdad.
L'Iraq
faceva parte dell'impero ottomano e dal 1920 fu posto
sotto tutela dalla Societa' delle Nazioni e controllato
principalmente dalla Gran Bretagna. Durante questo
periodo, si formarono una Costituzione ed un sistema
parlamentare bicamerale: il potere fu dato a re Faisal,
con l'appoggio della Gran Bretagna. Nel 1932 il mandato
della Societa' delle Nazioni cesso' e l'Iraq comincio'
ad esistere come stato indipendente. Gli inglesi
continuarono ad esercitare una notevole influenza
politica e militare e sia re Faisal che il suo
successore (re Faisal II) furono fortemente
filo-britannici.
Nel
1958, re Faisal II fu rovesciato da un regime
nazionalista "di sinistra" ed i legami con la
Gran Bretagna furono recisi. Segui' una serie di
violenti colpi di stato e nel 1968 il Partito socialista
del rinascimento arabo (Ba'ath) prese il potere. Il
generale Ahmad Hassan al-Bakr divenne presidente e primo
ministro dell'Iraq, con Saddam Hussein quale suo
rappresentante e "delfino".
Nel
1979, il presidente si dimise lasciando la carica a
Saddam Hussein. Nello stesso anno, a seguito della
rivoluzione islamica in Iran, le relazioni fra i due
paesi si deteriorarono sino all'esplosione della guerra.
L'Iraq
era sostenuto dagli Usa. Durante questo lungo conflitto
armato, entrambi i paesi soffrirono significative
perdite umane e finanziarie. Il "cessate il
fuoco" fu finalmente raggiunto nel 1988. Nonostante
la guerra, Saddam Hussein mantenne saldamente il potere
nel proprio paese.
Nel
1990, l'Iraq invase il Kuwait. Il Consiglio di Sicurezza
dell'Onu rispose con una serie di risoluzioni che
condannavano l'azione e poi autorizzando l'uso della
forza militare contro l'Iraq. Nel 1991, le forze alleate
guidate dagli Usa cominciarono a bombardare il paese. In
capo ad un mese, la cosiddetta "Guerra del
Golfo" raggiunse un "cessate il fuoco".
Come parte dell'accordo, fu creata la Commissione
speciale dell'Onu (Unscom) che
aveva lo scopo di individuare ed eliminare tutte
le armi di distruzione di
massa presenti in Iraq. L'atteggiamento del
governo iracheno nei confronti degli ispettori fu
dall'inizio scarsamente cooperativo, sino a che nel 1998
essi furono espulsi dal paese. Gli Usa e la Gran
Bretagna risposero con l'"Operazione volpe del
deserto" (bombardamenti). Il resto, le sanzioni
economiche che perdurano dal '91 e la conseguente
catastrofe umanitaria, ecc. e' storia dei nostri giorni,
che tutti/e conoscete.
Scegliere
la nonviolenza
Ci
sono coloro che si definiscono pacifisti ma non
considerano la democrazia un ingrediente importante per
la pace (molti di essi sono spesso acquiescenti sulle
violazioni dei diritti umani se commesse in nome di
qualche ideologia). Altri pacifisti credono che la
democrazia non possa radicarsi in Iraq in questo
momento, e che chiunque rimpiazzi Saddam
Hussein
sara' "cattivo" quanto lui, se non peggiore:
costoro dicono di non poter sostenere una causa senza
speranza, per quanto valida. Altri ancora credono che il
popolo iracheno possa liberarsi in modo nonviolento del
dittatore, ma pensano che un eventuale movimento di
resistenza verrebbe compromesso dall'accettare sostegno
politico o finanziario da stranieri. Eppure un movimento
d'opposizione in Iraq esiste (non e' affatto
"eventuale") e potrebbe beneficiare del nostro
supporto alle sue attivita' nonviolente.
Potrei
capire le resistenze rispetto ad un aiuto finanziario
offerto dal governo degli Usa, che pero' al momento sta
offrendo solo bombe, morte e disperazione, per cui il
problema non si pone. La maggioranza degli iracheni non
e' affatto entusiasta del proprio leader, per quanti
proclami egli stesso faccia al proposito. Nel referendum
del 15 ottobre dello scorso anno, il 100% dei votanti ha
espresso il proprio sostegno ad un altro settennato di
presidenza per Saddam Hussein: c'e' da notare che nessun
altro candidato partecipava al plebiscito. Differenti
urne erano predisposte per il "si'" e per il
"no" ed ognuno dei presenti poteva vedere dove
stavano. Votare contro il presidente si era gia'
dimostrato pericoloso in passato: coloro che avevano
espresso un "no" sono stati arrestati, molti
non hanno fatto ritorno alle loro case. I cittadini e le
cittadine dell'Iraq non hanno a disposizione strumenti
facili per mostrare il loro dissenso. Un iracheno
trovato in possesso di un impianto per la ricezione
satellitare dei programmi televisivi viene multato
dell'equivalente di 500 euro, mentre il suo eventuale
delatore ne riceve in premio 250. Tuttavia, la
popolazione mediamente e' molto piu' informata sugli
"affari occidentali" di quanto noi ne sappiamo
dell'Iraq e la comunicazione via internet si sta
rapidamente diffondendo, nonostante le sanzioni abbiano
limitato il numero dei computer a quelli che possono
essere contrabbandati. Il benessere del popolo iracheno
richiede che due difficili scopi vengano raggiunti: che
il regime totalitario vigente scompaia e che un governo
democratico nasca in un paese lacerato da fazioni
ideologiche, religiose, etniche, impoverito da guerre e
sanzioni economiche, che da troppo tempo non sperimenta
liberta' e speranza. E' ovvio che non stiamo discutendo
sull'autodeterminazione degli iracheni uomini e donne,
che hanno il pieno ed incontestabile diritto di decidere
le proprie forme di governo, e nemmeno se sia
desiderabile o no liberarsi da un dittatore (anche
questo e' lapalissiano) ma solo se sia fattibile
appoggiare il movimento per la democrazia in Iraq e
come. Si tratta di un movimento in crescita, sia
all'interno del paese che fra le comunita' di migranti.
Il 22 ottobre 2002 due imponenti manifestazioni si sono
tenute davanti al Ministero dell'Informazione a Baghdad,
dove i dimostranti hanno chiesto notizie dei loro
parenti imprigionati. "Una cosa mai accaduta prima.
E' davvero un evento inusuale e importante", ha
commentato Wamid Nadhmi, docente di scienze politiche
all'Universita' di Baghdad. Ismail Zayer e' invece un
iracheno emigrato, un giornalista che vive in Olanda. E'
il coordinatore di un gruppo di opposizione democratica
nonviolenta a Saddam Hussein e lavora anche per l'International
Center for Nonviolent Conflict di Washington. "La
nonviolenza e' il fattore nuovo della politica
araba", sostiene Zayer. Nel gennaio scorso, questa
ong di Washington ha fatto incontrare attivisti Kurdi
con organizzatori/organizzatrici delle lotte nonviolente
in Sudamerica, Usa, Cile, Polonia, Mongolia e Serbia. In
quella sede sono state ipotizzate azioni dirette
nonviolente commisurate alla realta' irachena. E' assai
probabile che questa sia, per il momento, una visione di
minoranza.
Molti
dei gruppi conosciuti che si oppongono a Saddam Hussein
aspettano l'attacco che detronizzera' il dittatore e
credono che null'altro che la guerra possa portare
questo cambiamento. La prospettiva di ottenere
cooperazione fra i disparati gruppi politici iracheni
sembra attualmente debole: sia perche' sono
semiclandestini, sia perche' le loro politiche sono
spesso confliggenti ed un coordinamento pluralista forse
non funzionerebbe neppure in condizioni democratiche.
Inoltre, la polizia segreta include una frazione
significativa della popolazione; ci sono villaggi
iracheni privi di elettricita', ma ben forniti di
informatori politici.
Il
potere della resistenza nonviolenta
Il
potere della resistenza nonviolenta non e' ancora ben
compreso e anche quando si dimostra vincente la gente
tende ad attribuire il suo successo ad altri fattori. Il
successo o il fallimento dipendono dalle scelte operate
sulle tecniche, in relazioni a luoghi, culture e
momenti: per riuscire e' necessario usare metodi che
lavorino con precisione contro le circostanze che
mantengono lo status quo. Su che cosa, ad esempio,
Saddam Hussein basa il suo potere? Su un misto di
lealta' personali, ricompense materiali e minacce
mortali. Se una campagna di resistenza implementasse
azioni dirette disperse su tutto il territorio
nazionale, senza quindi offrire un riferimento
"fisso" o concentrarsi sulla capitale, la
repressione sarebbe compito dei membri per cosi' dire
meno "affidabili" dell'apparato, quelli piu'
lontani dal centro del potere: se gli organizzatori, gli
attivisti e i partecipanti alla resistenza nonviolenta
rendessero chiaro a costoro, a polizia ed esercito, che
non li si sta trattando da nemici, ma che si chiede
onestamente un cambiamento politico, il pericolo
relativo alle azioni susseguenti diminuirebbe. Man mano
che l'opposizione divenisse aperta e visibile si
formerebbero nuovi spazi per accogliere chi desidera
abbandonare il dominio.
Le
opposizioni
I
kurdi, che costituiscono il 19% della popolazione
irachena, vivono nella regione autonoma del Kurdistan,
nel nord dell'Iraq. L'autonomia della regione fu
stabilita negli anni '70 ma le relazioni fra essa ed il
governo sono sempre state tese e durante la guerra
Iran-Iraq i guerriglieri kurdi ricevettero aiuto
dall'Iran per attaccare il regime. In risposta, Saddam
Hussein intraprese una guerra contro il Partito
democratico kurdo (Kdp), usando armi chimiche su molti
villaggi. Dopo la "guerra del Golfo", il
presidente Bush (senior) incito' alla ribellione i kurdi,
senza peraltro fornire loro alcuna assistenza.
L'insurrezione avvenne, fu annegata nel sangue, e un
milione e mezzo di kurdi fuggirono in Iran o in Turchia.
I due maggiori partiti Kurdi in Iraq, il Kdp e l'Unione
patriottica del Kurdistan (Puk) si sono spesso
combattuti l'un l'altro: nel 1996, il Kdp ottenne aiuto
dalle truppe irachene per stabilire il controllo su
territori influenzati dal Puk. Oggi le relazioni fra i
due partiti sembrano relativamente tranquille. Insieme,
essi dispongono di 40.000 uomini armati, che
l'amministrazione statunitense intenderebbe usare come
alleati per la guerra contro l'Iraq. E' improbabile che
i due partiti si assumano questo rischio, ora che godono
di qualche livello di liberta' e profittano del
contrabbando di petrolio, incoraggiati dal loro governo.
Inoltre, essi sembrano aver perso influenza fra i gruppi
di opposizione democratica al regime. Gli sciiti sono
circa il 60% della popolazione irachena. Il gruppo
dirigente di Baghdad e' stato a lungo dominato dai
musulmani sunniti, che sono invece circa il 16%. Gli
sciiti non intendono cooperare ad un'invasione
statunitense e si dichiarano dubbiosi sul fatto che essa
rovescerebbe Saddam Hussein. Nel 1991 parteciparono
all'insurrezione caldeggiata dagli Usa, perdendo
migliaia di vite. L'opposizione sciita e' sostenuta
dall'Iran, e mantiene un'organizzazione militare stimata
fra i 7.000 e i 15.000 uomini, il Consiglio supremo per
la rivoluzione islamica in Iraq, che ha base a Teheran.
In Iraq ci sono altri gruppi sciiti minori. Ad un
incontro fra i gruppi di opposizione, avvenuto a Londra
quest'autunno, i delegati sciiti hanno dichiarato di non
volere che l'Iraq si trasformi in uno stato federale. Il
movimento di opposizione in esilio comprende per la
maggior parte kurdi e sciiti, ma include anche altri
gruppi etnici e politici. Lo sforzo per coordinare
queste differenti realta' si e' concretizzato in un
tavolo che si chiama Congresso nazionale iracheno (Inc),
nato nel 1992, la cui base e' a Londra. Per il passato,
il governo statunitense ha finanziato questa
organizzazione e la sostiene ancora oggi. Gli Usa
avrebbero pensato anche ai possibili successori di
Saddam Hussein: uno e' un ex generale, Nizar Al-Khazraji,
che guido' l'esercito iracheno durante l'invasione del
Kuwait e che e' seriamente sospettato di aver usato armi
chimiche contro i Kurdi negli anni '80. Un altro
candidato sarebbe Ahmad Al-Chalabi, un ex banchiere
sciita fuggito a Londra nel 1989 perche' accusato di
appropriazione indebita dei fondi bancari. Ha diretto il
Congresso nazionale iracheno per qualche tempo, e in
quel periodo i finanziamenti statunitensi hanno subito
delle misteriose sparizioni: nonostante cio', molti
diplomatici e "strateghi" americani si
riferiscono ancora a lui come al "prossimo
presidente
dell'Iraq".
Ambiguita'
e incertezze
Nel
maggio scorso, una conferenza di tre giorni si e' tenuta
nel Kurdistan iracheno, a Erbil, sotto gli auspici della
Westminster Foundation for Democracy. I 130 partecipanti
(mondo accademico, religiosi, giornalisti, studenti,
capi locali), in rappresentanza delle differenti etnie e
fedi, hanno chiesto la fine delle sanzioni e riforme
democratiche, ed ipotizzato il rimodellamento dell'Iraq
sull'esempio dell'Unione Europea. Nel luglio seguente,
un incontro simile e' stato ospitato dal Dipartimento di
Stato americano, e vi hanno partecipato il Congresso
nazionale iracheno, i partiti kurdi, ex membri del
partito Ba'ath al potere, il Movimento per la monarchia
costituzionale ed il Consiglio supremo per la
rivoluzione islamica in Iraq: tuttavia, le prospettive
su un programma comune sono rimaste sul vago.
L'atteggiamento statunitense rispetto ai gruppi politici
espatriati rimane ambiguo. Le ipotesi sul tappeto per la
fase successiva al rovesciamento del regime iracheno
sono il finanziamento di un colpo di stato militare o la
messa sotto tutela del paese da parte dell'Onu. La
prospettiva della costruzione di una vera democrazia non
e' in discussione.
La
democrazia e' possibile Laith Kubba e' un iracheno che
lavora a Washington per il Fondo nazionale per la
democrazia, una ong creata nel 1983 allo scopo di
rafforzare nel mondo le istituzioni democratiche. Kubba
sostiene che la democrazia e' possibile in tutti i paesi
musulmani, Iraq compreso, giacche' non vi e' nulla nei
testi e nelle tradizioni religiose che possa interferire
con un processo di democratizzazione: egli parla di
ostacoli culturali, piu' che di ostacoli religiosi.
La
sua proposta e' la creazione di un'amministrazione ad
interim in cui le varie aggregazioni condividano
effettivamente il potere, permettendo a tutti i gruppi
di interesse di esprimere le loro idee; il primo passo
sarebbe un'assemblea costituente che pianifichi un
successivo referendum, sicuro e libero, di ratificazione
del nuovo assetto nazionale. "L'ultima cosa di cui
l'Iraq ha bisogno e' un altro uomo forte", sostiene
Kubba. E prosegue spiegando nei dettagli le tre
"camere" di questo ipotizzato governo
temporaneo, che darebbero modo di includere nel processo
di transizione le minoranze (caldei, cristiani), i capi
tradizionali tribali o religiosi, i militari dissidenti,
ecc.


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