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federazione
italiana
emigrazione
immigrazione
LA
MISSIONE DEL NUOVO SECOLO
24/03/2003
On.
Gianni Pittella
Siamo
incollati alle immagini televisive raccapriccianti delle
furiose incursioni missilistiche, dei bombardamenti
assordanti e senza tregua, delle
case
che crollano come fossero le costruzioni di sabbia della
nostra infanzia trascorsa sui bagnasciuga a montare
castelli impossibili, infranti dal mare. Gli occhi
imploranti e spaventati del bimbo che diverrà' il
simbolo
di una guerra ingiusta, provocano un senso di tristezza
e di impotenza.
Abbiamo
fatto molto: gli appelli accorati del Papa, le marce in
tutto il mondo, l'azione delle istituzioni
sovranazionali, la fermezza di alcuni Governi, non sono
però bastati a fermare la guerra, malgrado fosse chiaro
che l'eliminazione dei pericoli iracheni fosse possibile
senza l'uso della forza.
Se
c'è una cosa che ha capito tardi la cosiddetta
"vecchia Europa" è che il conflitto in Iraq
non è una vicenda isolata, un conto in sospeso da
saldare.
È
un pezzo tragico di un disegno che viene da lontano. C'è
un documento, incautamente sottovalutato, del 1997,
chiamato "Progetto per il nuovo secolo
americano", che tracciava le linee per una nuova
leadership globale dell'America e chiedeva
all'amministrazione Clinton un radicale cambiamento
dei
rapporti con le Nazioni Unite e l'eliminazione di Saddam.
Documento, inevaso da Clinton, e i cui firmatari sono
oggi i principali detentori del potere
nell'amministrazione Bush, il vicepresidente Dick Cheney,
il ministro della Difesa Donald Rumsfeld ed altri.
L'obiettivo fondamentale era la supremazia americana
nell'eurasia, quale tassello cardine dell'egemonia
americana nel mondo.
La
strategia è stata ripresa dal Presidente Bush junior
con determinazione, anche a seguito degli attentati alle
Torri Gemelle.
Ecco
perché a nulla sono valse le ispezioni dell'ONU che
dimostravano una volontà
ed un inizio di disarmo, a nulla hanno potuto le ferme
contrarietà internazionali,
e a nulla è valso ricordare che Saddam è sempre lo
stesso, quello che ha conquistato il potere in Iraq con
l'aiuto degli USA e quello che
rappresenta la principale minaccia per l'umanità.
Difficile
dimenticare il rapporto della CIA all'epoca della
conquista del potere in Iraq da parte del dittatore
"Lo so che Saddam è un figlio di puttana, ma è il
nostro figlio di puttana".
La
verità è che la posta in gioco è ben più alta: il
controllo delle vaste aree del Paese, ma anche quelle
del Caspio e degli Stati del Golfo; la possibilità di
condizionare l'economia di Europa e Russia, manipolando
il prezzo del petrolio.
L'amministrazione
Bush non si è mai fatta scrupolo del desiderio di
domare l'Europa,
il suo progetto, il suo impegno politico per un mondo multilaterale.
Anche
noi europei, siamo franchi, abbiamo le nostre colpe.
Come ricorda lucidamente Massimo D'Alema, l'Europa non
ha nemmeno tentato una strategia:
costruire
un governo in esilio, rompere le relazioni diplomatiche,
isolare Saddam
dal mondo arabo, affrontare prioritariamente la crisi
palestinese.
Togliere
cioè ogni alibi al disegno americano.
Ma
saremmo ingenerosi se non ponessimo a discolpa
dell'Unione Europea il suo essere potenza politica in
fieri. Più Confederazione di Stati, soprattutto in
politica estera, che vera Unione Politica. Se questa
analisi non è il riflesso umorale di un sentimento
antiamericano che non mi appartiene, cosa fare? Credo
che la prima cosa sia cogliere la dimensione strategica
delle cose drammatiche che stanno accadendo.
Ha
scritto bene Alfredo Reichlin sull'Unità: il passaggio
è epocale. Tutto il sistema delle relazioni
internazionali, compresa la sorte dell'ONU e della
costruzione europea è rimesso in discussione. E per ciò
che riguarda l'Italia, il disegno di Bush colpisce al
cuore le fondamentali ipotesi progettuali del nostro
Paese: l'Europa ed il Mediterraneo. Chi non si interroga
su queste domande cruciali, "dove saremo dopo la
guerra", "quale sarà il nostro orizzonte di
sviluppo", mostra un pressappochismo, peraltro non
nuovo, ma inquietante. Ha fatto bene il presidente dei
DS a ricordare la politica estera di Bettino Craxi e la
statura di Ministri degli Esteri come Colombo e
Andreotti, paragonandola ai tentativi ridicoli di
cerchiobottismo berlusconiano. In verità trovo
addirittura
improponibile il paragone.
È
in gioco il destino del mondo, il ruolo dell'Europa, il
futuro dell'Italia.
L'ideogramma cinese ci invita a considerare ogni
"crisi" una fonte
ambigua di rischi ed opportunità. Fa sempre un certo
senso parlare di
Impero.
Ma non ho molti dubbi: il confronto politico mondiale ed
anche quello in casa nostra sarà sempre di più sulla
qualità democratica dei nuovi equilibri mondiali.
Chi
guida il nuovo secolo, con quali regole, con quale
considerazione dell'opinione pubblica mondiale, con
quale rapporto tra sicurezza e diritti, con quali
politiche per costruire e difendere la pace, con quali
direttrici di sviluppo geoeconomico.
Appaiono
miserrimi alla luce di queste sfide, non solo le
piroette del governo italiano ma anche i sottili
distinguo del variegato mondo del centrosinistra. La
fatica di Sisifo a cui è costretto anche in queste ore
Piero
Fassino è una prova di abnegazione e di lealtà
straordinaria verso l'obiettivo di tenere unito uno
schieramento che è già maggioritario nella
testa
della maggioranza degli italiani. Io sono convinto che
occorra alzare ulteriormente il livello della nostra
riflessione, ponendo al centro di essa
il
rilancio della costruzione dell'Europa politica, il
rafforzamento delle Nazioni Unite, la ripresa di una
politica euromediterranea che metta in conto anche
l'ipotesi, recentemente lanciata da Renzo Imbeni, di
un'assemblea
parlamentare euromediterranea.
Certo,
senza disdettare i nostri rapporti con l'America,
ma riscrivendoli in funzione di una comune volontà
(temo di essere ottimista), di governare
insieme
il dopo guerra, di imporre la fine dell'aggressione ai
territori palestinesi, di rilanciare il ruolo delle
Nazioni Unite.
L'America
non ha solo il volto di Bush, di Rumsfeld e di Cheney o
solo la cultura della guerra preventiva. Un grande Paese
impaurito dal terrorismo va capito e aiutato a scegliere
la strada della tolleranza, a rifiutare la teoria di un
nuovo ordine imposto con la forza brutale delle armi, a
rifuggire la tentazione dell'isolamento e dell'unilateralismo.
Non
penso che milioni di cittadine e cittadini americani
dimentichino le parole di Martin Luther King "le
nostre vite cominceranno a finire quando
resteremo
silenziosi di fronte alle cose che contano".
Mi
auguro che una nuova stagione della politica possa
raccogliere, di fronte a nodi così impegnativi, la
voglia di partecipare, di esserci, di dire la propria,
di tutti coloro che vogliono costruire sui diritti e
sulla
democrazia,
il senso del nuovo secolo.
Silvana
Mangione: dopo l'Iraq, chi?
New
York - Silvana Mangione,
membro del Consiglio Generale degli Italiani all'Estero
(CGIE) per gli Stati Uniti
Mi
ripugna la guerra. Mi ripugna la pena di morte. Mi
ripugnano i bombardamenti. Mi ripugna l'11 settembre. Mi
ripugna la vendetta (non la punizione legittima, in
processi aperti agli occhi del mondo). Mi ripugna
l'infliggere la morte, a chiunque, attraverso qualsiasi
tipo di armi. Mi ripugnano le democrazie che
ridicolizzano le opinioni diverse da quelle della
maggioranza al potere e non rispettano le idee di chi
ritrova la via delle manifestazioni e degli appelli e
delle dichiarazioni per la pace, anche quando la pace è
stata uccisa insieme ai giovani che la devono difendere
facendo la guerra. Chiedere la pace non e` mai un
esercizio inutile. Mi ripugna l'incapacità del mondo a
trovare i modi della pace, che non possono realizzarsi
se prevalgono le comode alleanze del momento che si
trasformano nei nemici del futuro. Mi spaventa la
Dottrina del «pre-emptive strike», l'attacco
preventivo, deciso unilateralmente o quasi, il «quasi»
reso possibile dai servilismi economico-politici dei
vetero- o neo-procacciatori di prestigio e di visibilità
globalizzata. Mi spaventa la definizione della Dottrina
dell'attacco preventivo: «Nel XXI secolo noi e i nostri
amici siamo l'ultimo baluardo per la difesa del genere
umano e accettiamo questa responsabilità. La libertà
non è una cosa americana: è il regalo di Dio
all'umanità. Che Dio ci guidi e continui a benedire gli
USA» (George W. Bush, 28 gennaio 2003). «Per la pace
del mondo, per il bene e la libertà del popolo iracheno
dò l'ordine di realizzare l'Operazione Libertà
Irachena. Che Dio benedica le truppe» (George W. Bush,
19 marzo 2003). Questo mi spaventa. E mi chiedo: dopo
l'Iraq, chi? E con chi? E perché?
"La
guerra che non vogliamo"
Montevideo
- Dopo alcuni sondaggi
realizzati tra le fila della comunità italiana in
Uruguay, si giunge alla conclusione che "anche
da queste parti, come succede in forma piuttosto
generalizzata, sussiste un grande 'no' alla guerra, come
risposta senza indugi".
"Forse
quando queste linee saranno pubblicate - afferma un
noto dirigente della comunità italiana in Uruguay che
ha voluto mantenere l'anonimato - l'Iraq sarà già
un dominio USA-GB, ma certamente alla maggior parte
degli italiani qui residenti la guerra non piace per
niente, in nessuna delle sue espressioni".
E
l'opinione sembra essere comune anche per Mario
Bonanni Lannuti, dirigente di numerose associazioni
e membro del Comites di Montevideo: "E' assurdo
come nel 2003 si possa parlare di un conflitto armato
che potrà provocare milioni di morti senza una vera e
propria minaccia. Ci si deve difendere dal terrorismo e
dalle politiche totalitarie, ma non occorre ricorrere
agli attacchi preventivi di carattere militare, nei
quali possono essere coinvolti milioni di innocenti che,
fra l'altro, già muoiono di fame".
Gli
italiani in Uruguay amano parafrasare i concetti di Papa
Giovanni Paolo II, dicendo che "questi 'Signori
della guerra' saranno responsabili davanti a Dio delle
atrocità che potranno scaturire da una guerra voluta e
forzata, anche sotto gli aspetti del mancato consenso
istituzionale dell'Onu e della Nato, una guerra
ingiustificata".
AI
BAGLIORI DELLE PRIME BOMBE DEL 20 MARZO
"Chi
sono i Talebani ?" Chiese un giornalista a Bush in
piena campagna elettorale; risposta: "Un complesso
rock?!" Ricordate da chi fosse partecipata la più
grande azienda americana che produce l'antidoto
anti-antrace ? Il Signor Bush padre e la famiglia Bin
Laden. Altrettanto per una delle maggiori compagnie
petrolifere USA, quella texana fondata dai Bush, nella
quale Gorge W. ha fatto i primi passi di imprenditore.
Dick Cheney, dalla sua, era uno che si occupava di armi;
le società da lui controllate avevano (hanno) contratti
miliardari con il Ministero della Difesa (della Guerra)
USA.
Anche
Condolezza Rice -in realtà doveva chiamarsi Con
dolcezza, ma all'anagrafe commisero un errore, oppure
lessero negli occhi della bambina che non poteva proprio
chiamarsi in quel modo-, è tuttora componente del
consiglio di amministrazione della Chevron, una delle
famose sette sorelle.
La
fabbrica per produrre gas nervino in Iraq, durante la
guerra Iran-Iraq, si avvalse di tecnologie inglesi, e i
milioni di mine che tenteranno di ritardare l'avanzata
delle truppe angloamericane verso Bagdad, sono di
produzione italiana; esse costituiscono una punta del
made in Italy nel mondo intero; e complessivamente il
massimo aiuto al dittatore di Bagdad, in termini di
armamenti e di utile consiglio a scatenare la guerra
contro Komeini, e, -ne avremo conferma definitiva solo
tra 60 anni- anche di invadere il Kuwait, lo ricevette
dagli USA: le grandi potenze programmano strategie a
lungo termine.
Qualche
settimana dopo il sofferto insediamento al potere di
Bush Jr., supportato dal fratello che governava la
Florida, il neo Presidente in un incontro a Città del
Messico con il neo-Presidente di quel paese, Fox, già
amministratore della Coca-Cola, si vantò di aver dato a
distanza il primo ordine di politica estera, bombardando
l'Iraq.
Rapidamente
le altre decisioni di questo Presidente -che con poco più
di trenta milioni di voti su una popolazione USA di
oltre 300 milioni di abitanti governa il suo Paese e il
mondo- furono: NO al protocollo di Kyoto sulle emissioni
inquinanti; NO alla produzione autonoma, senza pagare i
brevetti, di farmaci anti AIDS in Africa; SI'
indiscriminato alla produzione di OGM; NO alla ratifica
del Tribunale Penale Internazionale; SI' alla
distruzione delle foreste per evitare gli incendi; SI'
allo sfruttamento petrolifero indiscriminato in Alaska.
Non
riuscì ad evitare il fallimento della Enron, né la
proliferazione di amministrazioni fasulle e falsificate
di grandi aziende multinazionali che gestivano
essenzialmente il risparmio dei cittadini statunitensi e
non. Non riuscì a imporre, né tantomeno a fornire un
ipotesi di soluzione del conflitto israelo-palestinese;
non riuscì a rilanciare un'economia USA in rapida
discesa; non ridusse l'indebitamento pubblico del paese,
che oggi percentualmente è più del doppio di quello
italiano; né, ma è una assolutamente tautologico,
produsse qualche minimo risultato nell'ipotetico
miglioramento delle ragioni di scambio nord-sud del
mondo.
Via
via, comprendiamo meglio la natura di quel capitalismo
compassionevole, sorta di codice di comunicazione con un
elettorato mediamente ignorante e allo stesso tempo,
modello di civilizzazione imperiale del mondo.
Venne
l'11 di settembre: fu tragedia,ma anche manna dal cielo
per un potere che si andava usurando.
Fu
anche il prodotto più chiaro, limpidamente atroce della
globalizzazione: terrorismo non di Stato, ma al
contrario il risultato dell'erosione continua del potere
degli stati: obiettivo comune dello strapotere dei
grandi potentati economici e dei movimenti del terrore.
Comunque
un'occasione d'oro per modificare radicalmente l'ordine
mondiale alla luce della permanenza di un'unica
superpotenza, con la sua compenetrazione consolidata di
potere economico e potere militare che non possono che
sostenersi vicendevolmente, contro tutto il resto;
contro le istituzioni internazionali, contro l'ONU e
persino contro la NATO, ritenuta -pur con statuto
modificato, ma mai ratificato dai parlamenti-, troppo
poco agile per gli obiettivi che a Washington si
andavano strutturando: quelli del dominio strategico su
tutte le risorse del pianeta, in vista di un nuovo
secolo di predominio; cento anni di guerra necessari,
guerra infinita, guerra permanente.
L'Iraq
non è che un tassello del mosaico; la tela da tessere
è molto più ampia: prevederà, a seguire, tutto il
medio oriente, a partire dall'Arabia Saudita, poi il
consolidamento del controllo dell'Asia Centrale
ex-sovietica, l'America Latina, che necessita di
un'occhiata attenta poiché manifesta sintomi pericolosi
di autonomia, e l'Europa. L'Europa, che con la mossa
irachena, illegittima ed unilaterale, subisce la prima
storica spaccatura da cinquanta anni a questa parte e
che improvvisamente manifesta una carta geografica
impensabile fino a qualche mese fa, con l'est (i nuovi
ingressi nella UE) e il sud-europa alleati degli USA e
l'Europa Centrale in veste di abbozzo di potenza
alternativa, assieme alla nuova Russia e alla enigmatica
Cina.
Tuttavia
la "secessione" franco-tedesca comincia a
prefigurare un'area di interesse diversa; per la prima
volta, accanto alla globalizzazione imperiale USA,
compaiono più ipotesi di globalizzazione, il pensiero
unico si sfalda; ciò è legato ad interessi
configgenti, ma anche a modelli e prospettive che si
separano, una volta data per scontata la impossibilità
di ricomposizione delle controversie politiche -e
commerciali- dentro le sedi istituzionali
internazionali.
L'alternativa,
se ci si può arrischiare su un piano teorico in un
quadro concreto ancora indefinito e che subirà
modificazioni successive, è tra una globalizzazione
diretta dalla "civilizzazione" americana
supportata dal keinesismo economico-militare che ha come
obiettivo necessario la distruzione delle identità
culturali, e un'altra globalizzazione in cui il mercato
sia concepito come cooperativo, multilaterale e
rispettoso di autonomi percorsi evolutivi delle identità
culturali nel mondo.
Il
primo modello significa necessariamente guerra perpetua,
il secondo significa necessariamente cooperazione
internazionale multilaterale, ridistribuzione delle
risorse, rispetto ed apertura alle ricchezze e alle
risorse umane e naturali.
Il
primo modello ha dalla sua la forza delle armi e della
capacità di manipolazione delle coscienze attraverso
l'uso militare dei media, il secondo ha dalla sua parte
il consenso crescente delle centinaia di milioni di
manifestanti per la pace in tutti i paesi a partire
proprio dagli USA e dalle sue duecento città (tra cui
San Francisco, Los Angelese e Chicago) che hanno
condannato le decisioni unilaterale di guerra aggressiva
all'Iraq dell'amministrazione Bush, passando per le
chiese e i movimenti.
Questa
superpotenza delle coscienze e della responsabilità sarà
difficile da sconfiggere, perché è presente dovunque,
e per quanto ci riguarda, siamo certi che sia più che
maggioritaria tra i quattro milioni di italiani nel
mondo e tra i 60 e i 70 milioni di oriundi prodotti da
un secolo e mezzo di emigrazione.
Ora,
e per i futuri cinquanta anni, davvero, essi diventano
una risorsa globale e formidabile da far valere nei
paesi in cui vivono, nel rapporto tra gli stessi paesi e
con l'Italia, secondo quelle indicazioni di umanesimo,
di operosità, di interculturalità che ne
caratterizzano la presenza.
Dalle
rappresentanze di questi nostri connazionali cresce un
messaggio forte e inequivocabile contro la guerra. Di
solidarietà con il popolo iracheno oggi sotto le bombe
dopo 10 anni di embargo che ha causato oltre un milione
di morti soprattutto tra i bambini, come fu di
solidarietà con il popolo americano dopo l'attentato
dell11 settembre. Serve anche a dare un contributo di
riflessione al governo di questo nostro paese in preda
al peggiore servilismo, opportunismo e ambiguità che si
possa immaginare, un atteggiamento e una posizione tra i
cui interpreti migliori figura il nuovo inquilino del
Ministero degli Affari Esteri che si sta distinguendo,
contrariamente alla sua evidente potenziale
intelligenza, per fondamentalismo e raro settarismo di
riporto.
Rodolfo
Ricci
(Segretario
FIEI - Federazione Italiana Emigrazione Immigrazione)
Costernazione
e sgomento di fronte alle bombe sull'Irak
Un
profondo sentimento di costernazione e di impotenza ha
accompagnato le notizie dell'attacco missilistico
americano, che ha segnato il primo giorno di guerra in
Irak. Il senso d'impotenza non ha potuto spegnere, ad
ogni modo, i sentimenti d'irritazione verso gli Stati
Uniti d'America, che con questo atto unilaterale
distruggono l'unico fondamento possibile per un mondo più
sicuro.
Diecine,
forse centinaia di migliaia di persone innocenti
moriranno in questa guerra. E diecine di migliaia di
famiglie perderanno uomini e donne, i padri e le madri,
i loro bambini. E tutto ciò accade senza la minima
prova plausibile che l'Irak costituisce una minaccia per
il resto dell'umanità.
Come
uomini, come cristiani, dobbiamo chiedere ad alta voce e
lottare affinché tanto dispiegamento di forze sia messo
indistintamente al servizio della pace e non della
guerra. Affinché cresca con vigore l'impegno per meno
ingiustizie, meno povertà, meno distruzione
dell'ambiente, meno oppressioni, meno armi, meno
violenza. Non possiamo alimentare i pericoli che
portarono agli orrori del secolo scorso. Non dobbiamo
spingere indietro le lancette della storia.
Invece
di produrre un impegno alto al servizio della pace,
sicuramente dispendioso, arduo e meno glorioso, gli
Stati Uniti d'America hanno optato per l'uso della
forza, per la legge del più forte. Con la guerra
unilaterale contro la volontà dell'ONU, gli Stati Uniti
non hanno violato soltanto il diritto internazionale e i
diritti degli Stati. Agendo contro la volontà di una
grandissima parte della popolazione mondiale, gli Stati
Uniti d'America mettono in pericolo le basi fondamentali
per una vita in pace, per la fiducia e il rispetto
reciproco.
(Franco
Narducci, Segretario Generale del CGIE)
LETTERA
APERTA AGLI ITALIANI NEL MONDO
UNA
GUERRA INGIUSTA E ILLEGITTIMA
Cari
connazionali, come sapete abbiamo fatto di tutto per
evitare questa guerra,
assieme a tanti, assieme alla larga maggioranza dei
cittadini e dei governi
d'Europa e del Mondo. Una guerra ingiusta che determinerà
ulteriori drammatiche
sofferenze per le popolazioni civili, già oppresse dal
regime brutale di Saddam
Hussein e da un embargo che ha determinato decine di
migliaia di morti innocenti. Una
guerra unilaterale ed illegittima, portata avanti
contro ogni regola del diritto internazionale, contro l'Onu,
contro
l'Europa,
contro il Papa, contro la grande maggioranza dei popoli
e dei Paesi.
Il
Governo Berlusconi ha scelto di stare con Bush; in
violazione della Costituzione
e delle prerogative del Parlamento, ha concesso, l'uso
delle basi, il sorvolo
dello spazio aereo e il supporto logistico, schierando
di fatto l'Italia nella
guerra, nonostante e contro la larghissima maggioranza
dei nostri cittadini residenti in
Italia e all'estero che si è espressa per la
pace.
La
logica della guerra rende il mondo più povero, più
insicuro, alimenta il terrorismo
e distrugge il già fragile sistema di relazioni
internazionali.
Per
quanto ci riguarda riconfermiamo il nostro personale
impegno e quello dell'
Ulivo, già espresso in sede istituzionale e politica,
contro questa tragica
guerra.
Ai
nostri connazionali residenti all'estero chiediamo di
impegnarsi in tutte le
forme possibili, nelle nostre comunità e con i
movimenti per la pace attivi
nei Paesi di residenza, per far sentire anche in questa
difficile e dolorosa
occasione la voce dell'Italia migliore, di quella che
crede e si impegna
per la convivenza, il dialogo, la pace.
Sen.
Franco DANIELI, On. Gianni PITTELLA
LA
GUERRA ALL'IRAK E IL NUOVO ORDINE MONDIALE
Antonella
Dolci - FILEF-FAIS Svezia
Noi
che ci richiamiamo agli ideali della sinistra abbiamo
sviluppato negli ultimi
anni una sorta di ritrosia a dire veramente quello che
pensiamo, per non essere
accusati di ossessioni conspiratorie o di atteggiamenti
"anti" apriori. Lo pensiamo lo stesso,
naturalmente, e facciamo le nostre analisi al
tavolo di cucina o nelle retrosale dei caffè. Finché
vediamo regolarmente
spuntare le nostre analisi e i nostri sospetti negli
articoli degli
interpreti"autorevoli e autorizzati" della
realtà.
Cosí
è avvenuto dopo il trauma dell'attentato alle torri
gemelle (non dico l'11
settembre perché a me personalmente quella data ricorda
un altro gravissimo
attentato alla democrazia, quello del Cile).
Un
attentato i cui mandanti, il cui obiettivo, i cui
esecutori sono ancora immersi
nella nebbia. Nel frattempo, dall'impero colpito, in un
linguaggio apocalittico,
sono stati indicati i diversi modi di combattere il
Male, un Male impersonato,
a ondate, prima da Bin Laden e dai Talebani, ora da
Saddam
Hussein, domani chissà, dall'Arabia Saudita o dalla
Corea del Nord.
La
guerra annunciata all'Irak da più di un anno è stata
curiosamente accompagnata
da una parte da un intenso lavoro diplomatico all'ONU
per ottenere lo stesso tipo
di appoggio che per la guerra del Golfo e, dall'altra,
da un trasporto di truppe e di macchine da guerra di
un'estensione
mai vista sin'ora alla frontiera dell'Irak.
Era
evidente che la guerra si sarebbe fatta. Semmai ci si
domandava come mai
ritardava tanto, dato che il presidente Bush aveva
dichiarato che l'avrebbe
fatta con o senza il consenso dell'ONU. Tuttavia dalle
analisi della grande stampa
si ricavava l'impressione che tutto veniva fatto per
scongiurare la guerra: manovre
diplomatiche, incarichi agli ispettori dell'ONU
ecc. ecc. Ora la guerra è partita senza consenso
dell'ONU, e gli interrogativi
sono in maggior numero che le risposte. A meno che
veramente si creda (invidio
che ha questa benedetta capacità) che le cose stanno
esattamente come sembrano stare:
Bush ha perso la pazienza con uno dei tanti
tiranni sanguinari che esiste al mondo, che è compare
di bin Laden. Blair e Aznar,
a differenza di tanti altri, sentono la stessa identica
preoccupazione
di Bush per la democrazia. Ecc. ecc.
Perché
l'amministrazione Bush vuole questa guerra, ora? Perché
Blair mette a
rischio la sua carriera politica, la sua popolarità, la
coesione del suo partito,
per appoggiarlo? Perché Russia, Francia, Germania si
oppongono con tanta
energia? Qual'è la vera posta in gioco? Si tratta di
un'ulteriore operazione
imperiale di sostituzione di un governo ostile con un
governo amico? E' l'accesso
al petrolio? E' la conquista di una posizione chiave in
Medio
Oriente?
E
se fosse tutto questo e più di questo? Se la posta in
gioco fosse ridisegnare
il mondo, i confini, le alleanze, debilitare le vecchie
e forse crearne
delle nuove?
Il
premio Nobel Saramago ha detto: contro l'unica
superpotenza rimasta si eleva
ora una sola superpotenza: l'opinione. Impotente,
finora, è vero, ad impedire
la guerra ma pur sempre estremamente preoccupante per il
potere.
Perché
è un'opinione vastissima, variegatissima, che non ha
ingoiato acriticamente
la versione ufficiale, che si è fatta le sue analisi da
sola al tavolo della cucina
appunto ed è uscita a dimostrare senza che nessuno
glielo dicesse. Contemporanemante.
In tutto il mondo. E' un dato nuovo importantissimo,
che forse non darà risultato a breve scadenza ma che
dovrà cambiare alla lunga
i rapporti che hanno con l'opinione pubblica i potenti.
Non a caso, a differenza della guerra del Golfo, gli USA
hanno ora invitato (alcuni)
giornalisti a seguire le fasi della guerra. Son passati
solo dieci anni, ma le immagini
giubilanti di Bagdad bombardata (pareva la festa
del santo) non passano più. Ora occorre convincere
l'opinione.
Che
stia nascendo la consapevolezza che la posta in gioco
sia tremenda, e che
vada ben oltre la deposizione di Saddam, lo si può
leggere, qui in Svezia, dal
secco mutamento di posizioni del governo
socialdemocratico che fino
al 15 febbraio ripeteva instancabilmente, a proposito
della guerra, che avrebbero
rispettato le decisioni dell'ONU, nella speranza,
evidentemente, che si arrivasse,
guerra o no, ad una decisione unitaria sia delle
Nazioni Unite che dell'UE. Cosí non è stato, come
sappiamo, e ora il governo
svedese, che non aveva appoggiato la più grande
manifestazione avvenuta in
Svezia dai tempi della guerra in Viet-nam, alla quale
peraltro hanno partecipato
numerosissimi socialdemocratici a livello individuale,
ha ora condannato
nettamente la guerra senza avvallo dell'ONU ed ha
invitato a manifestare. Un
po' tardi, ha commentato la leader del partito del
Centro, l'unico
all'opposizione chiaramente contrario alla guerra. Ma
molti anche nelle fila del
partito socialdemocratico, criticano l'atteggiamento da
spettatori di Persson e del
ministro degli esteri Anna Lindh: non si tratta solo
di seguire le decisioni dell'ONU, dicono, si tratta
anche di avere una
posizione chiara e di cercare di renderla nota all'ONU.
Non a caso, nelle
manifestazioni per la pace che si susseguono, si sono
visti cartelli con
la scritta. Olof Palme, come ci manchi!
(Antonella
Dolci-Stoccolma)


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