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L' Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».

(Costituzione art. 11)

 

 

 

federazione italiana emigrazione immigrazione


IRAQ: PROFUGHI; DICHIARAZIONE DEL RESPOSNABILE IMMIGRAZIONE DEI DS, GIULIO CALVISI.

“Anche oggi si ripete la vera o presunta  polemica all'interno della maggioranza di governo sul problema dei profughi. Il Ministro  Buttiglione continua a sostenere che ci vuole un provvedimento ad hoc. Benissimo, siamo d'accordo con lui. L'opposizione è pronta a fare la sua parte. Non si capisce però perché il Ministro continui a parlare della necessità di ricorrere per garantire la protezione ai profughi ad una nuova  legge o ad un  decreto legge.”

Lo afferma Giulio Calvisi, responsabile Immigrazione dei Ds.

“Basterebbe, per fare ciò che il Ministro dice di voler fare  un Dpcm ai sensi dell'art 20 del testo unico sull'immigrazione (Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286, ex Legge Turco-Napolitano) che reca il titolo Misure straordinarie di accoglienza per eventi eccezionali”. Tale articolo stabilisce testualmente:

`con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, adottato d'intesa con i Ministri degli affari esteri, dell'interno, per la solidarietà sociale, e con gli altri Ministri eventualmente interessati, sono stabilite, nei limiti delle risorse…. le misure di protezione temporanea da adottarsi, anche in deroga a disposizioni del presente testo unico, per rilevanti esigenze umanitarie, in occasione di conflitti, disastri naturali o altri eventi di particolare gravità in Paesi non appartenenti all'Unione Europea'.  “Ecco qui. Se poi il Governo volesse stupirci e recuperare un po' della dignità persa in Europa potrebbe proporre agli altri paesi dell'Unione un Piano straordinario di accoglienza per i profughi in attuazione della Direttiva 2001/55/  che regola appunto la protezione temporanea e che attribuisce tale facoltà al Consiglio dei Capi di Governo dell'Unione.”

“Si ha invece l'impressione che il Ministro Buttiglione evochi un percorso più complicato del provvedimento sui profughi non perchè si desidera una protezione maggiore, ma  per guadagnare visibilità sulla stampa e per alimentare il teatrino della politica politicante con Bossi e la Lega. Lui si candida a fare  la parte del buono, la Lega si candida ad interpretare quella dei cattivi. Risultato: i profughi rimangono senza aiuti in Iraq e senza protezione in Europa e in Italia.”

Martini: “ Aiuti concreti e una grande mobilitazione a fianco dei civili iracheni”

Esposto il Pegaso listato a lutto e la bandiera dell'arcobaleno.

Lo sciopero regionale.

“Ci ostiniamo a volere la pace. Faremo tutto quello che è in nostro potere per ottenerla. Per questo parteciperemo a tutte le veglie, le assemblee, le marce, i dibattiti, gli incontri, le manifestazioni che pacificamente pretenderanno la pace”. E' uno dei passi più significativi della lettera che il presidente della Regione Claudio Martini ha inviato a tutti i Comuni, le Province, ed ai principali organismi e associazioni della Toscana, affinché i cittadini e tutta la società civile “facciano sentire ancora la loro voce di pace”. Netto e inequivocabile il giudizio di Martini sulla guerra: “E' ingiusta, sbagliata e illegittima”, priva di consenso internazionale. Questa guerra, scrive, “non ha nessuna giustificazione etica, nessuna legittimazione nel diritto internazionale. Non è dettata da ragioni difensive ed è un gravissimo errore politico. Può portare solo altre guerre, scatenare nuova violenza, seminare nuovo terrore. Divide i popoli, scredita le istituzioni, umilia il diritto, genera odio”. E aggiunge: “La Toscana è contro questa guerra. La democrazia si fonda sul dialogo, sul confronto, sul rifiuto della violenza. La democrazia nasce per impedire la violenza, l'arbitrio, la ragione del più forte. Difendere la pace significa difendere la democrazia”.

Martini prosegue affermando che la Toscana “è amica degli Stati Uniti. Un'amicizia solida e di lunga data. Fatta anche di scambi culturali e di valori condivisi. Anche in virtù di questo sentimento fraterno avremmo voluto che l'amministrazione Bush facesse prevalere l'amore della libertà e della democrazia all'interesse di imporre un diverso ordine internazionale”. Ma è anche amica, aggiunge, “dei Paesi mediorientali e, quindi, dell'Iraq. Per questo ha sperato fino all'ultimo che Saddam Hussein rispettasse con più determinazione e senza incertezze le risoluzioni dell'Onu, ed in particolare la 1441; e che il presidente iracheno scegliesse la via dell'esilio, come supremo gesto di generosità verso il suo popolo”.

Dunque, contro questa guerra, senza essere né anti-americani, né anti-iracheni, perché “produce solo l'effetto di sostituire le bombe alla politica e alla diplomazia. Siamo quindi, prima di tutto, a fianco delle vittime innocenti: i bambini, le donne, i vecchi dell'Iraq”.

Martini prosegue chiedendo alla Toscana “una grande mobilitazione civile, fatta di gesti significativi e di aiuti concreti. Bisogna far partire subito la fase della solidarietà con gli organismi umanitari internazionali che operano in Iraq”.

Ricorda i contatti avviati con l'ospedale di Emergency e la Confrérie de la Charité - Caritas, la disponibilità all'accoglienza delle strutture sanitarie toscane in particolare per i bambini, i contatti con la Mezzaluna Rossa irachena per gli aiuti sanitari, la tenacia con cui la Regione persegue il progetto WWW - Win Without War (vittoria senza la guerra) per una rete transatlantica di salvataggio della pace, che coinvolga sulle due sponde dell'Atlantico Stati, contee, regioni e città degli Stati Uniti e dell'Europa che intendono collaborare concretamente per la pace.

E conclude: “In ogni provincia e comune della Toscana le istituzioni diventino punto di riferimento e di coordinamento di tutte le iniziative di solidarietà con le vittime e di testimonianza della pace. La bandiera della pace sventoli alle finestre di tutta la Toscana”

 

Buttiamo la guerra fuori dalla storia

di Nella Ginatempo (Bastaguerra!)

Primo: la speranza.

Se non fermeremo questa guerra nelle sue macchine di morte e nella sua catena di sterminio, l'abbiamo tuttavia fermata nella testa di milioni di persone, l'abbiamo fermata come sistema plausibile, accettabile e normale di governo del mondo. L'abbiamo fermata in Europa, anche in alcune sed istituzionali e governi presso cui gli interessi materiali della vecchia Europa e delle sue multinazionali si sono intrecciati con la gigantesca pressione dei popoli che hanno richiesto di fermare questa guerra. In un certo senso, anche se appare paradossale alla vigilia dei bombardamenti, in un certo senso la guerra è finita. E' l'opposto di ciò che dice Bush 'the game is over' cioè il gioco è finito ed oggi comincio la mia guerra imperiale. E' la guerra imperiale che è finita perché oggi finisce l' egemonia USA sul mondo, finisce la loro possibilità di organizzare il consenso e la sudditanza ed anche 'vedrete- le regole imposte della ingiustizia economica  del mondo. Oggi invece comincia una nuova partita, quella di un movimento mondiale che si oppone a quell'unico ordine mondiale che vuole imporre neoliberismo e guerra permanente globale. Oltre questo infame sterminio programmato contro il popolo dell'Iraq, dobbiamo organizzare la resistenza di lunga durata alla guerra permanente . Il nostro obiettivo va oltre perché siamo l'unico soggetto politico mondiale che ha la speranza. La speranza che un altro mondo è possibile.

 

Secondo: l'organizzazione.

Poiché si tratta di attrezzarsi nel lungo periodo, dobbiamo crederci, reagire allo scoramento, rimanere collegati con le sedi del movimento, mantenere l'unità nelle lotte tra i diversi soggetti di movimento, tenere sempre legata l'analisi della guerra e l'iniziativa contro la guerra alla analisi del contesto globalizzazione e diritti, la politica all'etica all' economia, la guerra militare alla guerra economica e sociale. Organizzarsi significa fare il lavoro delle formiche, non solo quello delle cicale, significa lanciare ad esempio le campagne di boicottaggio contro le multinazionali angloamericane del petrolio (Esso-Exxon Mobil; Texaco; Chevron; BP-Amoco). Lottare contro gli interessi petroliferi italiani (vedi la questione dell'ENI e dei suoi contratti del dopoguerra in Iraq). Significa riprendere la campagna di boicottaggio delle banche armate e delle più grandi multinazionali dell'economia di guerra. Significa sostenere la lotta contro EXA per il disarmo economico. Significa rilanciare la campagna di obiezione fiscale alle spese militari. Organizzarsi significa costruire forme nuove di resistenza, guardando alle basi militarti, ai loro depositi di armi nucleari e a tutti gli ordigni di morte (vedi anche la proposta di una vera inchiesta parlamentare sulle basi militari e sui cosiddetti accordi secretati). E' tutto da studiare, dal boicottaggio alle azioni dirette nonviolente sul territorio alle varie forme di sabotaggio. Ma cominciamo da subito, con l'organizzazione della giornata delle basi il 22 e 23 marzo. Ci sono le mobilitazioni a Sigonella e ad Aviano, ma anche a Salto di Quirra in Sardegna e al comando navale di Taranto e all'aeroporto militarizzato di Fiumicino a Roma. C'è solo il caso di ricordare che, se prima del 22 marzo gli infami bombardieri faranno piovere morte su Baghdad, allora quel 22 marzo diventa la giornata nazionale di mobilitazione con le manifestazioni nelle città. Non sono brava in organizzazione, ma darò il mio contributo. Intanto credo che sarebbe necessario che si riunisse il gruppo di continuità FSE subito dopo le prime mobilitazioni contro la guerra e si desse una mossa organizzativa insieme al gruppo di lavoro Bastaguerra.

 

Terzo: vogliamoci bene.

Smettiamola con le competizioni le risse, la solita roba testosteronica. Teniamoci per mano in questi giorni tristi.Che ciascuna e ciascuno sia speranza per l'altro, l'altra. Cobas, disobbedienti, lillipuziani, femministe, cattolici, sindacalisti, rifondaroli, attacchini, ambientalisti e chissà quanti altri me ne scordo, non so pregare, ma se sapessi pregare questa sarebbe una preghiera. Per quella donna pacifista di 23 anni massacrata dalle ruspe di Sharon in Palestina poco fa, per Rosa Luxemburg, assassinata dalla socialdemocrazia tedesca dopo la prima guerra mondiale (e quante altre se n'è perse !), vi prego di ascoltare il messaggio di tante donne che lottano per la pace, che urlano FUORI LA GUERRA DALLA STORIA, che si richiamano all'unità del movimento, oggi più che mai bene prezioso. Martedì dalle ore 13 a oltranza saremo a Montecitorio, con la ferma volontà di fermare almeno la partecipazione italiana alla guerra, così i treni e i porti e gli aeroporti della morte. Ma quanti saremo se non c'è uno scatto del cuore, oltre che della mente, verso l'unità e la compattezza tra tutti?

 

Guerra invisa, Europa divisa

(ae - 21.3.2003) - Hanno avuto inizio ieri, per ordine del presidente Bush a novanta minuti dallo scadere dell'ultimatum, le operazioni militari anglo-americane contro il regime di Saddam Hussein. Si tratta di un'azione bellica che, se si fonda su una lettura unilaterale della risoluzione 1441, certo appare del tutto isolata nel contesto politico e dell'opinione pubblica mondiali.

Non vi è stato alcun esplicito avallo delle Nazioni Unitie, quale invece l'Internazionale Socialista aveva posto da Roma nel gennaio scorso a condizione di legittimità politica per un eventuale intervento armato. L'IS - ricordiamolo - aveva chiaramente giudicato che la Risoluzione 1441 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite *non autorizza il ricorso automatico all'uso della forza; ogni ulteriore passo deve quindi essere adottato dal Consiglio di Sicurezza, dopo piena ed attenta valutazione della situazione e sulla base di una nuova Risoluzione. Nelle attuali circostanze deve essere perseguita la logica della diplomazia politica dell'ONU e non una logica di guerra." E affinché non vi fossero margini di dubbio su questo punto il consiglio l'Internazionale Socialista precisava altresì che "L'uso della forza per mantenere o imporre la pace deve scaturire non dall'unilaterale giudizio del più forte ma sul rispetto del diritto internazionale e dalla decisione, o almeno dal consenso esplicito del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite."

USA, Spagna e Regno Unito non hanno raccolto alcuna maggioranza all'interno del Consiglio di Sicurezza dell'ONU né hanno fatto appello all'assemblea generale. Paesi come la Cina, la Russia, la Francia e la Germania si sono schierati contro la guerra. In ciò essi hanno dato voce al comune sentire dei governi di mezzo mondo. Senza contare gli innumerevoli e massicci segnali di aperto dissenso erano pervenuti dalle capitali di tutto il mondo nell'ambito di mille pacifiche manifestazioni cui hanno attivamente partecipato oltre cento di milioni di persone.

L'Unione Europea introietta la contraddizione tra gli orientamenti pacifici di Francia e Germania e l'interventismo di Gran Bretagna e Spagna. Ma ormai la guerra in Iraq c'è e non avrebbe senso sostenere Saddam Hussein. Quindi ritorna d'attualità per Prodi la vecchia parola d'ordine turatiana "Né aderire né boicottare".

Si spera che gli americani, dopo aver voluto agire di testa propria, siano ora almeno in grado di chiudere la campagna militare irachena in breve tempo, risparmiando alla popolazione civile ulteriori lutti, tribolazioni e lunghi tormenti.

L'attenzione della politica europea deve concentrarsi su due obiettivi possibili: la promozione immediata di aiuti umanitari a favore dei civili in Iraq e un'accurata progettazione d'interventi volti alla ricostruzione morale e materiale dell'Iraq dopo il conflitto.

Comunicato stampa del Centro Studi Difesa Civile

 

INIZIATIVE. NODO DI LODI DELLA RETE DI LILLIPUT: CONTRO LA GUERRA CAMBIA LA VITA

[Da Simona Bernasconi (per contatti: simober@yahoo.it) riceviamo e diffondiamo questo comunicato del nodo di Lodi della Rete di Lilliput]

Mentre il mostro della guerra sta martoriando persone, distruggendo risorse, inquinando suolo, acqua e aria in Iraq, noi che ci siamo battuti per la pace, a sostegno di un'alternativa alla guerra, sentiamo tutta la nostra responsabilita' per risolvere le controversie internazionali, in base all'articolo 11 della nostra Costituzione e alla Carta dell'Onu. Continueremo a dire no alla guerra in nome delle vittime. Il nostro no lo diremo nelle strade, nei luoghi di lavoro, nei rapporti interpersonali, con i nostri pensieri, i nostri progetti, i nostri corpi: coerentemente con l'appello conclusivo della manifestazione mondiale contro la guerra del 15 febbraio scorso continueremo a dire il nostro no con "le pratiche della nonviolenza attiva, della testimonianza, del digiuno, della preghiera, della disobbedienza civile e sociale, della resistenza e dell'antagonismo sociale". Per questo il nodo di Lodi della Rete di Lilliput propone che si mettano in campo le nostre persone anche attraverso la forma del digiuno nella duplice modalita' di un "digiuno prolungato a staffetta" fino al limite della compatibilita' con l'assolvimento dei nostri doveri quotidiani e di un "digiuno giornaliero a staffetta".

A questa forma di lotta intendiamo dare un triplice significato: - innanzitutto un segno di condivisione con tutti coloro che subiscono sofferenze e morte da questa guerra contro l'Iraq e dalle guerre dimenticate dai mass media; - in secondo luogo un segno di solidarieta' con i milioni di persone che, anche dalle guerre, sono condannate alla fame: il loro destino e' segnato dal nostro modello di sviluppo e di vita che comporta un saccheggio di materie prime, un consumo di risorse e di energia incompatibile con criteri di equita' e insostenibile dalla biosfera: dobbiamo alleggerire la nostra "impronta ecologica" per far si' che ogni popolo e le generazioni future possano sedere al tavolo della natura come commensali con pari diritti; - infine un segno di contestazione contro la riproposizione della guerra come strumento di tutela degli interessi nazionali, di governo del mondo, di affermazione della propria egemonia. Contro la ragione della forza non possiamo che ribadire la forza della ragione, del diritto, del confronto, del negoziato.

Con il digiuno, gesto di inermita', di impegno totale e nonviolento, vogliamo sia chiedere la cessazione della carneficina di vite umane, dello sperpero di risorse, della minaccia al futuro della convivenza civile; sia risvegliare maggiormente le coscienze ad essere critiche di fronte alle menzogne della propaganda di guerra, ad esercitare un piu' lucido discernimento delle cause delle guerre, dell'ingiustizia prodotta dalle strutture economiche attuali, della necessita' di scelte di vita sobrie e coerenti... Invitiamo tutti a partecipare a questa azione nonviolenta contro la guerra: chi intende praticarla si metta in contatto con il Gruppo di azione nonviolenta della Rete di Lilliput (Lele, tel. 037151102) o con la "Tenda della pace" in piazza a Lodi.

 

INIZIATIVE. BRUNETTO SALVARANI, GIOVANNI SARUBBI: UN DIGIUNO PER IL DIALOGO E LA PACE

[Da Brunetto Salvarani e Giovanni Sarubbi, amici carissimi e promotori dell'appello ecumenico al dialogo cristiano-islamico (per contatti: b.salvarani@carpi.nettuno.it, redazione@ildialogo.org) riceviamo e diffondiamo]

Cari amici, care amiche,

vi scriviamo per sottoporvi la proposta di appoggiare le iniziative decise dalle associazioni islamiche italiane nella loro riunione del 23 marzo scorso sulla guerra in Iraq. Le associazioni hanno elaborato un documento, che potrete trovare sul nostro sito (www.ildialogo.org), che giudichiamo positivamente, nel quale si fanno una serie di proposte quali "veglie di preghiera; digiuno nel giorno di lunedi' 31; venerdi' 4 aprile, dedicare la khutba alle tematiche della pace e dell'impegno per essa; partecipare e promuovere attivita' comuni di riflessione, manifestazioni, mostre, ecc.; esporre ovunque possibile la bandiera della pace come segno esterno della nostra volonta' e determinazione; impegno nelle attivita' di solidarieta' con il popolo iracheno e con gli eventuali profughi". Vogliamo cosi' chiedervi nell'immediato di fare nostra la proposta di digiuno del giorno 31, diffondendola il piu' possibile, invitando  tutti gli amanti del dialogo a promuovere questa giornata come segno di solidarieta' dei cristiani italiani con i musulmani italiani nel loro sforzo a favore della pace. A partire dalla iniziativa del giorno 31 vi invitiamo a prendere contatti con le organizzazioni islamiche delle vostre zone per sviluppare altre iniziative, quali veglie di preghiera, o attivita' di solidarieta' con il popolo iracheno.

Crediamo che il documento approvato dalle associazioni islamiche in Italia sia qualcosa da non lasciare cadere nel vuoto, pena l'espandersi dell'islamofobia e del razzismo piu' sfrenato. Con l'augurio che la pace possa essere piu' forte della guerra e dei suoi sostenitori, cordialmente vi salutiamo.

Shalom-Salaam-Pace Brunetto Salvarani, Giovanni Sarubbi

Ricordiamo che e' disponibile un libro della Emi, dal titolo La rivincita del dialogo, ed un numero speciale del periodico "Il dialogo" (sito: www.ildialogo.org) con articoli, documenti, proposte di liturgie, finalizzate ad aiutare quanti vogliano approfondire le ragioni del dialogo e i contenuti dell'appello ecumenico per il dialogo cristiano islamico. Il libro puo' essere richiesto direttamente alla Emi, sito: www.emi.it, tel. 051326027, fax: 051327552, e-mail: sermis@emi.it. Il numero speciale puo' essere richiesto alla redazione de "Il dialogo" via e-mail: redazione@ildialogo.org o telefonando al 3337043384 o scaricato direttamente dal sito. Il fascicolo e' stato anche riprodotto dal mensile "Tempi di Fraternita'" del mese di dicembre 2002 (www.tempidifraternita.it). Sono disponibili altresi' un fascicolo curato da Stefano Allievi dal titolo "Islamica" che comprende tutta la principale bibliografia in italiano sull'islam (si puo' richiedere gratuitamente a cultura@carpidiem.it ) e il numero speciale di "Confronti" dal titolo Noi e loro (che si puo' richiedere a redazione@confronti.net).

Per firmare l'appello e per adesioni o segnalazione di iniziative, ci si puo' rivolgere a:

- redazione@ildialogo.org, tel: 3337043384;

- b.salvarani@carpi.nettuno.it, tel. 3291213885. Per l'elenco completo dei firmatari dell'appello, per tutti i materiali ad esso relativi e per le iniziative in corso si puo' visitare il sito: www.ildialogo.org

A TUTTO CAMPO, OLTRE IL RECINTO          
Nel giro di poche ore la guerra in Iraq è passata sullo schermo quotidiano delle famiglie di tutto il mondo dalla comunicazione patinata delle carte geografiche a colori, dei puntini fosforescenti delle lontane  armi contraereo, dall'informazione censurata o autocensurata alla morte registrata dalle telecamere,  agli aerei "colpiti da fuoco amico", ai ragazzi americani impauriti o terrorizzati fatti prigionieri dagli irakeni, alla caccia, vera o "montata" di piloti americani forse abbattuti in Baghdad e che vengono stanati dando fuoco ad alte sterpaglie.
Ma allora, la guerra, qualsiasi guerra, diciamolo, altro non è  che quello che sappiamo, di generazione in generazione: sangue sparso, mortificazione della dignità dell'uomo, distruzioni enormi, offesa alla terra dalla quale
tutto traiamo, azzeramento di generazioni, regressione culturale, proiezione di odio e rancori, a lungo, nel tempo.       
E inutile dirlo ai propagandisti della "fedeltà all'alleato americano" non siamo contro il popolo americano ma siamo contrari alle decisioni unilaterali assunte dal governo degli Stati Uniti. E' motivo di speranza e fiducia nell'America quel giovane preso dagli irakeni che ha risposto all'interrogante:  in Irak mi hanno mandato, non sparo a voi a meno che non siate voi a spararmi. Non l'arroganza  e l'ostentazione di superpotenza  ma un profilo umano di un ragazzo che dal college è stato precipitato in un girone dantesco.  
Umanità e fiducia nella democrazia deve essere la forza a partire dalla quale quanto negli USA c'è di meglio nel mondo del lavoro, nei sindacati, nelle università, nella laboriosa provincia, agricola, nella cultura, trovi la strada per  il recupero di un suo  ruolo, non solitario, per un equilibrio mondiale fondato su diversi protagonisti collettivi internazionali, sul dialogo, il diritto, la democrazia sostanziale e formale. 
La guerra che non siamo riusciti a fermare, l'incapacità della comunità internazionale di neutralizzare Saddam Hussein  con  modi diversi da quelli voluti dagli Stati Uniti ricambiano scenari, equilibri, gerarchie fra paesi.
Gli stati nazionali riacquistano vigore ma corrono il rischio di perdere la scommessa di un mondo governato da una pluralità di soggetti democratici forti anziché da una sola potenza solitaria.   
Il governo italiano oggi in politica estera si muove  sul pianale alto del doppio salto mortale come Burt Lancaster e Tony Perkins nel film  "Il trapezio".
Dopo aver distrutto quel buon rapporto storico con il mondo arabo che nulla toglieva all'amicizia con il popolo d'Israele, alla vicinanza con coloro che avevano sofferto l'indicibile dolore della persecuzione e dello sterminio, oggi il governo, con i comportamenti concreti,   colloca l'Italia più lontano dalla necessaria tensione morale  perchè l'Europa sia politicamente unita.
In Italia il movimento sindacale deve trovare di nuovo le ragioni di una sua unità. Essa ha costi che vanno distribuiti fra tutti. La salvaguardia di una unità che si alimenti di un profilo autonomo nell'azione e nella elaborazione  non è in contraddizione con la ricerca di un confronto e di intese con tutte quelle ampie forze politiche che si collochino su un versante davvero riformatore.
Una cosa è il confronto con le controparti, pubbliche e private, altra cosa è riconoscere storicamente, nelle condizioni date, un comune sentire con forze politiche e sociali per la trasformazione profonda della società italiana intorno ai diritti di chi lavora  e dei cittadini in quanto tali, e, conseguentemente operare, nelle rispettive autonomie.
C'è un mondo vasto  dove l'analisi delle classi sociali poco ci aiuta  nel definire il profilo e gli interessi  di soggetti sociali nuovi, mobili, sinora relativamente strutturati.
Non è facile cogliere da una molteplicità di  persone e di soggetti sociali che scendono in piazza, la dimensione esponenziale, la rappresentanza, la forma organizzativa spesso riadattata col mutare delle circostanze di fatto o di luogo.
Dagli studenti medi delle scuole ai coltivatori, dai centri sociali alle associazioni del commercio equo e solidale, dai giovani della sinistra giovanile a Mani Tese, a coloro che realizzano azioni di disobbedienza civile, da Greenpace ai "disobbedienti" delle diverse campagne, da quella rivolta alla ESSO a quella  per l'ingresso nella zona rossa  a Genova all'epoca del Social Forum ad una piccola congregazione di suore.        
E' tuttavia un errore lasciare che le estese energie presenti nelle grandi e pacifiche manifestazioni per la pace in cui emerge  il grande arcipelago dei movimenti si muovano senza un punto di contatto, occasioni di discussione e momenti di iniziativa, a confronto ed anche raccordati  con le organizzazioni sindacali e le forze politiche che vogliono cambiare lo stato di fatto attuale.
Il sindacato, in specie la CGIL, ha  oggi la triplice responsabilità in primo luogo di esprimere le ragioni delle persone, lavoratrici, lavoratori e pensionati che gli hanno dato la propria rappresentanza,  in secondo luogo di svolgere un ruolo di cerniera, di dialogo con  i giovani e non giovani che si raccordano fra loro per  scendere in piazza su temi quali la pace  e la globalizzazione dei diritti ed in terzo luogo di mantenere, nella chiarezza delle reciproche posizioni un costante confronto con tutte quelle forze politiche che siano in grado di rendere più forte e certo il cammino  verso la realizzazione degli obiettivi riformatori che il sindacato costantemente elabora ed aggiorna alle condizioni date dalla lotta democratica, politica e sociale, nella società italiana.     

Rino Giuliani Ufficio di Segreteria della FIEI e Vicepresidente dell'Istituto F. Santi

 

EDITORIALE. RENATO SOLMI: INORRIDIRE, SI', MA DI CHE COSA? UNA PROPOSTA A TUTTO IL MOVIMENTO

Renato Solmi (rsolmi@tin.it) e' uno dei massimi intellettuali italiani viventi, e' stato tra i pilastri della casa editrice Einaudi, ha introdotto in Italia opere fondamentali della scuola di Francoforte e del pensiero critico contemporaneo, e' uno dei maestri autentici e profondi di generazioni di persone impegnate per la democrazia e la dignita' umana, che attraverso i suoi scritti e le sue traduzioni hanno costruito tanta parte della propria strumentazione intellettuale, sovente senza ricordarlo neppure (ed e' proprio dei maestri grandi questo aiutarti a costruire la tua autonomia, anziche' soffocarla)]

“A proposito della dichiarazione del segretario della Cgil, che avrebbe messo sullo stesso piano Bush e Saddam, prendendo le distanze sia dall'uno che dall'altro (ne' con Bush ne' con Saddam), e che ha suscitato le proteste del Presidente della Camera dei Deputati, che si e' detto inorridito di un'affermazione di questo genere, vorrei operare una distinzione che mi sembra indispensabile a chiarire il complesso dei problemi che sono oggetto di questa disputa. Se e' vero che, dal punto di vista della struttura costituzionale interna, gli Stati Uniti si trovano a un livello nettamente superiore, in fatto di democraticita' e di trasparenza, di garanzia dei diritti fondamentali di liberta' e di opinione, di selezione delle rappresentanze, e cosi' via discorrendo, anche se negli ultimi tempi si sono manifestati, in diverse occasioni, sintomi pericolosi di fatiscenza e di attrito nel funzionamento delle istituzioni democratiche di quel grande paese, rispetto al regime dittatoriale e monopartitico vigente in uno stato come l'Iraq (che non e' pero' certamente il solo a trovarsi in queste condizioni fra i paesi rappresentati nell'Organizzazione delle Nazioni Unite), bisogna tenere presente, tuttavia, che il problema a cui ci troviamo di fronte, e sul merito del quale dovremmo pronunciarci, non riguarda le strutture interne di ogni singolo membro dell'Onu, ma piuttosto le relazioni che si stabiliscono o che si dovrebbero stabilire fra di essi, e i limiti che ciascuno di essi e' tenuto ad osservare nei confronti degli altri e della comunita' internazionale nel suo complesso. Ci troviamo di fronte, cioe', a un problema di democrazia internazionale, che rileva della competenza del diritto internazionale e che dovrebbe essere affrontato e risolto, giudicato e valutato secondo i principi stabiliti dalla Carta delle Nazioni Unite e le procedure fissate da essa per la composizione dei contrasti che possono sorgere fra nazioni diverse.

Quando si tratta di costituzione interna dei singoli stati, il problema o i problemi che essa puo' porre dal punto di vista di un'analisi comparata dei diversi sistemi e' (o sono) del tutto irrilevanti rispetto alla questione della legittimita' di una guerra fra una nazione (o un gruppo di nazioni) e le altre. Se cosi' non fosse, la pace non avrebbe potuto essere conservata, fra le grandi potenze, in tutto il periodo della guerra fredda, quando i regimi vigenti nell'Unione Sovietica e negli altri paesi che si dichiaravano socialisti non erano certamente conformi agli standard di democrazia che erano considerati come imperativi nei paesi liberali dell'Occidente; e, d'altra parte, anche all'interno di quest'ultimo, le grandi potenze non avrebbero potuto tollerare la presenza di stati a regime dittatoriale o monopartitico, come la Spagna fino al 1975, il Portogallo fino al 1974, il Cile dal 1973 al 1990, la Grecia dal 1967 al 1974, e innumerevoli altri paesi, con cui le grandi potenze liberali, a cominciare dagli Stati Uniti, hanno intrattenuto, com'e' ben noto, rapporti molto stretti di collaborazione e financo di amicizia. Ne' si puo' dire che la situazione sia cambiata fondamentalmente al giorno d'oggi.Sfoglio il Dizionario Enciclopedico Treccani (non del tutto aggiornato, a dire la verita') e leggo le seguenti definizioni degli stati facenti parte della penisola arabica, che gli Stati Uniti considerano come i loro piu' fedeli alleati e da cui prendono attualmente le mosse per la loro aggressione allo stato iracheno. "L'Arabia Saudita e' una monarchia assoluta... Non esiste una costituzione scritta; capo dello stato e dell'esecutivo e' il re (cui spetta anche il potere legislativo) che nomina e presiede il Consiglio dei ministri. Il re governa sulla base delle prescrizioni della legge islamica (sharia). Dal dicembre 1993 il re e' affiancato da un consiglio consultivo di 60 membri da lui nominati per quattro anni. Non esistono partiti politici". "Il Bahrein e' una monarchia assoluta... Capo dello Stato e dell'esecutivo e' l'emiro (cui spetta di fatto anche il potere legislativo) che nomina e presiede il Consiglio dei ministri. Nel 1973 il sovrano istitui' un'Assemblea nazionale, parzialmente elettiva, che tuttavia fu sciolta alcuni anni dopo. Dal dicembre 1992 l'emiro e' affiancato da un Consiglio consultivo di 30 membri da lui nominati per quattro anni. Non esistono partiti politici". "Gli Emirati Arabi Uniti... sono una federazione di monarchie assolute... Organo principale della federazione e' il Consiglio supremo dell'Unione, costituito dai sette emiri, le cui decisioni richiedono una maggioranza di almeno cinque membri (fra i quali Abu Dhabi e Dubai). Il Consiglio supremo elegge fra i propri membri il presidente (capo dello Stato) e il vicepresidente dell'Unione, che durano in carica cinque anni; il Consiglio dei ministri, nominato dal presidente e presieduto da un primo ministro, e' responsabile di fronte al Consiglio supremo. Il Consiglio federale nazionale, di 40 membri (nominati dagli emiri ogni due anni), ha funzioni meramente consultive. Non esistono partiti politici". Pressoche' identiche le definizioni dell'Oman e del Qatar, che risparmio quindi ai lettori. Fa eccezione solo la Repubblica dello Yemen, che pero' e' sita da tutt'altra parte della regione, e verso la quale il governo degli Stati Uniti nutre sentimenti molto meno amichevoli. Il Kuwait, che, dal punto di vista geografico, fa ancora parte della penisola arabica, e che costituisce, come e' noto, la base principale dell'offensiva americana, anche se, "formalmente, e' una monarchia costituzionale", e' "di fatto sottoposto al potere assoluto dell'emiro. Secondo la costituzione  del 1962, piu' volte sospesa dall'emiro, quest'ultimo e' capo dello Stato e dell'esecutivo; l'emiro governa con l'ausilio di un Consiglio dei ministri (comprendente un primo ministro), all'interno del quale i dicasteri principali sono tradizionalmente attribuiti a membri della famiglia reale. Il potere legislativo spetta formalmente a un'Assemblea nazionale di 50 membri, eletti per quattro anni a suffragio maschile ristretto (circa il 6% della popolazione), che e' stata pero' piu' volte sospesa dall'emiro. Non esistonopartiti politici". E crediamo che basti. Andiamo: non mi si dira' che la situazione interna di questi stati presenti, dal punto di vista dell'ortodossia costituzionale democratica, vantaggi sostanziali rispetto a quella dell'Iraq, dove ha avuto luogo una rivoluzione repubblicana, che e' poi degenerata in una dittatura nazionalistica. Fra parentesi, il segretario alla Difesa americano Rumsfeld, che puo' essere considerato, secondo autorevoli ricostruzioni giornalistiche, come direttamente responsabile della strage di Mazar-e Sharif, da lui raccomandata e approvata (1500 prigionieri facenti parte delle formazioni di volontari dei paesi arabi in Afghanistan che sono stati trucidati senza processo per evitare che fuggissero nell'autunno del 2001), ha avuto il coraggio di vantarsi del fatto che tutti i paesi rivieraschi del Golfo Persico, ad eccezione di uno (che supponiamo essere l'Iran), si  erano schierati al fianco degli Stati Uniti nella guerra imminente. Abbiamo visto di quali modelli di democrazia si tratti. Ma forse Rumsfeld, quando parla di democrazia, intende riferirsi all'Impero americano nascente.

Veniamo, quindi, ai problemi della democrazia internazionale, che avevano trovato, in questo dopoguerra, una sistemazione tutt'altro che improvvisata nel quadro della Carta dell'Onu. E qui la domanda che dobbiamo porci e' soltanto questa: se e' scoppiata una guerra, chi se ne deve considerare responsabile? Qual e' lo stato, o quali sono gli stati, aggressori e chi e' l'aggredito? L'intervento militare che ha avuto luogo (e che, nel caso in cui avesse avuto luogo secondo tutte le forme previste dalla Carta, avrebbe dovuto presentare un carattere completamente diverso) e' stato deliberato dal Consiglio di Sicurezza? E se cosi' non e' stato, ma gli Stati Uniti, insieme ad alcuni altri stati, vista l'impossibilita' di ottenere una maggioranza nel Consiglio di Sicurezza, si sono elevati al di sopra di quest'ultimo e della Carta dell'Onu, dando vita a un colpo di stato internazionale che modificava radicalmente l'assetto istituzionale vigente in questo ambito, o, per dir meglio, lo sconvolgeva del tutto, l'aggressione da essi compiuta ai danni dell'Iraq, e che si potrebbe paragonare, con tutte le avvertenze del caso, a quelle effettuate dall'Italia fascista e dalla Germania hitleriana fra il 1935 e il 1939, e' o non e' un crimine di guerra? E coloro che l'hanno compiuto devono o non devono essere deferiti al tribunale penale internazionale di recente fondazione, che ne abbiano o non ne abbiano riconosciuto l'autorita'? E dal momento che a tutte queste domande non si puo' rispondere che in modo affermativo, mi sembra che se ne debba concludere che il segretario della Cgil si e' espresso, tutto sommato, in modo inadeguato, cercando di mediare fra due diversi ordini di problemi, di cui uno, pero', non puo' essere considerato rilevante a questo proposito, e che, pertanto, in questo caso, il governo iracheno, comunque lo si possa giudicare per la sua costituzione interna e per i suoi misfatti passati, non puo' essere dichiarato responsabile di questa guerra, la cui responsabilita' ricade interamente sul governo degli Stati Uniti e sui loro alleati diretti o indiretti (fra cui possiamo e dobbiamo collocare anche il governo italiano, che ne ha approvato a piu' riprese le iniziative e ne ha giustificato a posteriori gli atti), che, quindi, non possono essere messi sullo stesso piano del governo iracheno, che, in questa occasione, ha dato prova di una notevole correttezza, ma, al contrario, debbono essere posti molto al di sotto di esso, e che debbono essere colpiti dalle sanzioni previste per le violazioni da loro compiute, e isolati, nel frattempo, dalla coscienza morale di tutta l'umanita', che si e' gia' manifestata abbastanza chiaramente nelle imponenti dimostrazioni di questi giorni. E il presidente della Camera, invece di inorridire delle affermazioni di Epifani (che, come abbiamo gia' visto, avrebbero potuto essere criticate, tutt'al piu', solo per un eccesso di morbidezza nella denuncia e nella condanna degli aggressori), dovrebbe cominciare a prendere espressamente, anche su questo punto, le distanze dal governo e dalla sua maggioranza, come sembra, da qualche tempo, che abbia intenzione di fare su altri (relativi al carattere fondamentalmente illegittimo della posizione detenuta dal Presidente del Consiglio), se corrisponde al vero cio' che leggo sulla "Stampa" di oggi (26 marzo) a proposito del dibattito che ha avuto luogo a Roma sul libro pubblicato da poco dal senatore Fisichella. Mi ricollego, a questo proposito, a quanto e' stato scritto con molta efficacia negli scorsi giorni sulle pagine di questo notiziario a proposito della necessita' di far cadere quanto prima possibile questo governo e di sostituirlo con un altro di unita' nazionale, o di emergenza patriottica, o comunque lo si voglia chiamare, che sia deciso a far valere prima di ogni altra cosa il rispetto della legalita' costituzionale, del diritto internazionale e dei diritti umani di tutti gli esseri umani.

Fare in modo che il nostro paese si unisca, senza riserve, al fronte internazionale della pace, che deve porsi come obbiettivo l'arresto immediato della guerra, la sua condanna da parte del Consiglio di Sicurezza, la convocazione immediata dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, e la realizzazione di tutte le misure che potranno essere proposte o deliberate da essa perche' sia posto termine all'aggressione in corso e siano ristabilite le condizioni della pace: e' questo il compito che il movimento per la pace che si e' sviluppato in Italia deve proporsi di assolvere; e, a questo scopo, e cioe' a quello di organizzare e di predisporre tutte le attivita' e le iniziative che possono risultare efficaci da questo punto di vista, mi sembra di poter dire che dovrebbe avere luogo al piu' presto un'assemblea generale di tutte le sue componenti, a cui dovrebbero essere invitati a partecipare anche tutti i parlamentari e gli uomini politici dell'opposizione che si sono pronunciati concordemente contro la guerra e contro ogni forma di collaborazione e di collusione con essa (fra cui, in primo luogo, la concessione dell'uso delle basi), e che dovrebbero essere accolti, a mio avviso, come fratelli maggiori e collaboratori indispensabili da tutti gli attivisti del movimento una volta che abbiano dimostrato, con la loro disposizione a partecipare a queste assise da esso promosse, di attribuire una priorita' assoluta al conseguimento di questo grande obbiettivo comune, piuttosto che ad ogni altro interesse di carattere egoistico e particolare, di natura personale, di partito o di gruppo.”

 

RIFLESSIONE. CLARA GALLINI: SHOCK & AWE, POTERE E PAURA

[Dal quotidiano "Il manifesto" del 24 marzo 2003. Clara Gallini, come e' noto, e' una delle piu' illustri antropologhe viventi]

In questa mia breve nota, vorrei ragionare solo di parole. Ma anche le parole pesano, e contengono intenti che possono o non possono (come in questo caso mi augurerei) avverarsi. Tutti sappiamo che il nome dato dal Pentagono all'attuale guerra illecitamente intrapresa contro l'Iraq e' "Shock and Awe", tradotto in italiano con un "Colpire e Terrorizzare", che non restituisce appieno la sinistra complessita' della locuzione originaria, in tutti i suoi nessi semantici che sembrano alludere a nuove modalita' di concepire sia il dominio che gli strumenti da mettere in campo per il suo raggiungimento. "Shock and Awe" nasce come concetto strategico elaborato nel corso di dibattiti e ricerche collettivamente condotte all'interno della Ndu, la National Defense University, per poi trasformarsi in un libro pubblicato nel dicembre 1996, pubblicizzato e raggiungibile su Internet in modi cosi' semplici che perfino un'analfabeta come la sottoscritta riesce a metterci le mani sopra. Curato da Harlan K. Ullman e James P. Wade con il contributo di vari coautori, Shock & Awe porta il seguente sottotitolo: Achieving Rapid Dominance, che tradurrei, senza alterarne il senso, come Metodo rapido per conquistare il dominio. Almeno quanto al sottotitolo, il testo sembra dunque condividere una certa aria di famiglia con tutte quelle valanghe di manualetti che pretendono di istruire il lettore sulle vie piu' semplici e brevi per eliminare balbuzie o eiaculazioni precoci, diventare manager d'impresa, insomma: avere un successo nella vita che sia immediato e senza costi. Contiguita', travasi tra l'uno e l'altro genere sono comunque all'ordine del giorno, articolandosi all'interno di un discorso che fa della guerra senza spargimento di sangue il modello generale di riferimento. Ad esempio, persino in Italia (lo so per notizia diretta) tra i giovani manager rampanti ha furoreggiato e continua a furoreggiare il riferimento a un libretto, diventato ormai cult in questi ambienti: quell'Arte della guerra di Sun Tzu, che e' anche il pilastro su cui si sono costruite le retoriche di Shock & Awe, con i relativi tentativi di traduzione pratica nella guerra attuale. Ma quanto di "reale", e quanto di "irreale" (nel senso di ideologico) soggiace in questo nuovo Tao, che da cammino lungo e pacifico verso il dominio interiore promette di trasformarsi in cammino breve e violento verso ben altri domini? L'interrogativo e' aperto. Il dramma sta sotto i nostri occhi. Ma veniamo alle tecniche messe a punto e suggerite per la rapida e incruenta (sic!) ottimizzazione dei risultati. Il concetto sta proprio nel titolo: Shock & Awe, che e' molto restrittivo tradurre con un "colpisci e terrorizza". Il piano di battaglia cosi' chiamato "punta sulla distruzione psicologica della volonta' del nemico piuttosto che sulla distruzione fisica delle forze militari". Traduco sempre da Internet, Cbs News, del 27 gennaio scorso, che cosi' continua: "'Vogliamo che la piantino. Vogliamo che non combattano', dice Harlan Ullman, uno degli autori del concetto Shock & Awe che si basa sull'uso di un gran numero di armi di precisione teleguidate. In questo modo otterrete un effetto simultaneo, abbastanza simile a quello delle armi nucleari utilizzate a Hiroshima, e senza impiegare giorni o settimane, ma in pochi minuti". Massiccio e simultaneo, l'attacco Shock si rappresenta come una forma di esercizio bellico, apparentemente nuova e inedita. Ma il suo crudo riferimento a Hiroshima ci indica anche continuita' di pratiche e di discorsi persino in una strategia bellica, come la attuale, che a parole nega la realta' degli effetti di morte per puntare invece sulle conseguenze di annientamento psicologico del nemico. Esibizione di forza allo stato puro, lo Shock implica dunque sia l'attacco che le sue conseguenze. Terribile e sovrumano non puo' che produrre sovrumani terrori. Awe significa appunto questo: non spavento, paura, timoreo terrore nelle rispettive designazioni psicologiche. Allude piuttosto ad altri concetti, e piu' precisamente a quella categoria del "numinoso" su cui, a suo tempo, Rudolph Otto scrisse pagine ormai classiche che analizzano il carattere ancipite del sacro, nelle sue correlate dimensioni di fascinans e di tremendum (R. Otto, Il sacro, Feltrinelli). Vale la pena di riconsiderarle, per quanto attiene al nostro caso. E' proprio da un esempio bellico tratto dall'Antico Testamento - "Io mandero' davanti a te il mio terrore e mettero' in rotta ogni popolo presso il quale arriverai" (Esodo, 23, 27) - che Otto ci illustra il significato della locuzione: emat Jahveh, il "terrore di Dio". "E' un terrore saturo di intimo raccapriccio, quale nessuna cosa creata, non la piu' minacciosa, nemmeno la piu' potente, riesce ad istillare. V'e' in esso qualcosa di spettrale". Di difficile traduzione, per restituire il senso del termine "l'inglese ha awe, che nel suo significato piu' profondo e tecnico si avvicina molto da presso al nostro significato". Se questo e' il genere di "terrore sacro" che l'impresa Shock & Awe si prefigge di provocare, sento a questo punto la necessita' di suggerire una breve riflessione. Non mi sembra tanto stupefacente il fatto che il linguaggio bellico possa ricorrere a commistioni con quello biblico – non sarebbe certo il primo esempio nella cultura americana. Inquietante – molto inquietante - e' piuttosto la concezione del potere che si dichiara espressamente nel testo- base dell'attuale ideologia del Pentagono: una Dominance che si pretende capace di trasformare la violenza in Sacro, capace dunque di legittimarsi come Sacra Violenza che, attraverso la produzione dell'Awe, arroga a se' il diritto di ogni decisione unilaterale in fatto di guerra o di democrazia.

 

MATERIALI. BOZZA DI ORDINANZA URGENTE AD USO DI SINDACI NEL TERRITORIO DEI CUI COMUNI SI TROVINO BASI MILITARI DI POTENZE STRANIERE (O DI ALLEANZE INCLUSIVE DI POTENZE STRANIERE) IMPEGNATE NELLA GUERRA ILLEGALE E CRIMINALE IN CORSO

[La seguente bozza di ordinanza urgente, e' stata diffusa oggi dal "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo, con proposta a tutti gli interlocutori di esaminarla, discuterla ed inoltrarla - eventualmente modificata ed integrata nelle parti ove vi sembrasse necessario - ai Sindaci dei Comuni interessati affinche' intervengano con un atto concreto ed efficace in difesa della legalita' costituzionale e del diritto a vivere di tutti gli esseri umani, per fermare la guerra e le stragi]

Comune di ..............

Il Sindaco

Premesso che

- nel territorio del Comune si trova una base militare di potenza straniera attualmente impegnata nella guerra in corso in Iraq (o di alleanza inclusiva di potenze straniere attualmente impegnate nella guerra in corso in Iraq);

- ai sensi della legislazione italiana e secondo il diritto internazionale tale guerra e' illegale e criminale, e si configura come stragista e terroristica, di invasione e coloniale;

- l'art. 11 della Costituzione della Repubblica Italiana fa obbligo alle istituzioni italiane e al popolo italiano di opporsi alla guerra sia come "strumento di offesa alla liberta' degli altri popoli", sia come "mezzo di risoluzione delle controversie internazionali";

- lo stesso Consiglio di Sicurezza dell'Onu, per una volta fedele ai principi e al dettato della Carta istitutiva delle Nazioni Unite, non ha dato ne' legittimazione ne' avallo alla guerra in corso, che si configura pertanto inequivocabilmente sia come aggressione criminale e stragista, sia come attentato alla sicurezza dei popoli del mondo, sia come proditorio attacco alle istituzioni internazionali, al diritto internazionale, ad un ordinamento pacifico e democratico del mondo;

- alla luce della Costituzione della Repubblica Italiana ed altresi' alla luce della Carta delle Nazioni Unite e dei trattati internazionali dall'Italia sottoscritti, il nostro paese non puo' in alcun modo ne' avallare ne' sostenere ne' prender parte in alcun modo - anche indiretto – a tale guerra illegale e criminale; non solo: il nostro paese e' vincolato sia dalla sua legge fondamentale che dagli impegni assunti in sede internazionale ad impegnarsi contro la guerra, e quindi hic et nunc per la sua immediata cessazione, stante l'imperativo cogente alla base del nostro ordinamento giuridico e democratico del ripudio della guerra;

Considerato che

- la presenza e l'attivita' della base militare de quo costituisce pertanto  nelle circostanze presenti una flagrante violazione della legalita' costituzionale e del diritto internazionale, configurandosi  tale presenza ed attivita' di base militare di potenza straniera impegnata in una guerra illegale e criminale  come direttamente implicata e implicante nella guerra illegale e criminale, della guerra partecipe in quanto effettuale articolazione della macchina bellica impegnata nella guerra;

- sic stantibus rebus tale presenza e attivita' della base militare de quo si configura altresi' come criminale e criminogena, confliggente con la legge italiana e con il diritto internazionale in quanto effettualmente intesa alla commissione ed al sostegno alla commissione di crimini di guerra e di crimini contro l'umanita';

- ne discende conseguentemente che tale presenza e attivita' oltre ad essere illegale e criminale de jure e de facto, costituisce evidente motivo di pericolo per la pubblica incolumita', sia per il territorio che per la cittadinanza del Comune, sia per i territori e le popolazioni che della guerra sono oggi vittime dirette;

- tale pericolo per la pubblica incolumita' costituito dalla presenza e dall'attivita' della citata base si estrinseca sia nel fatto che essa e' parte della macchina bellica che materialmente sta commettendo stragi e sta mettendo in pericolo l'umanita' intera con la guerra illegale e criminale in corso; sia nel fatto che tale presenza ed attivita' espone il territorio italiano e segnatamente il territorio di questo Comune a divenire teatro e bersaglio di azioni di guerra e di terrorismo;Considerato inoltre che

- la vigente legislazione fa obbligo a tutte le autorita' istituzionali che hanno giurato fedelta' alla Costituzione della Repubblica Italiana nell'atto di assumere il mandato pubblico ad esse conferito di adempiere a quanto dalla Costituzione stabilito, e la Costituzione stabilisce il dovere di legge di ripudiare la guerra, e quindi di impedire l'attivita' bellica illegale e criminale;

- la vigente legislazione attribuisce specificamente al Sindaco il potere e il dovere di assumere provvedimenti contingibili ed urgenti nei casi in cui si presenti la necessita' e l'urgenza ad intervenire a difesa della pubblica incolumita';

- nella presente circostanza ricorrono tutti i requisiti previsti dalla legge perche' venga con adeguata motivazione e piena legittimita' emessa un'ordinanza urgente; e particolarmente:

a) la presenza di un "pericolo grave" tale da costituire "minaccia alla pubblica incolumita'" (e non vi e' dubbio che una guerra illegale e criminale sia tale, e che la presenza sul territorio comunale di apparati bellici di potenza straniera impegnati - direttamente o indirettamente - nella guerra illecita, terroristica e stragista, costituisca anch'essa un "pericolo grave" tale da costituire "minaccia alla pubblica incolumita'");

b) l'ordinanza si riferisca ad almeno una delle seguenti materie: sanita', edilizia, polizia locale (e non vi e' dubbio che la peculiare attuale situazione di "pericolo grave", situazione configurata dalla guerra e dalla presenza ed attivita' della macchina bellica, rientri nell'ambito della difesa del diritto alla salute, di cui il mantenimento della vita umana e' il fondamento e la "conditio sine qua non", e specificatamente configuri una "minaccia alla pubblica incolumita'" che e' considerato per unanime consenso il caso canonico di motivazione di un'ordinanza in tale ambito; ne' vi e' dubbio che la presenza di una base militare e delle relative infrastrutture rientri altresi' nell'ambito edilizio e di gestione del territorio; ne' vi e' dubbio che l'intervento necessario sia palesemente intervento di polizia locale, trattandosi di impedire la commissione di omicidi, la violazione della legalita' costituzionale, l'attivita' finalizzata a stragi);

c) l'ordinanza oltre ad avere i requisiti di urgenza ha anche quello della contingibilita' poiche' e' evidente che - come confermano le reiterate pronunce del Consiglio di Stato in materia - si tratta di fronteggiare d'urgenza un pericolo subitaneamente manifestatosi (con l'inizio della guerra), naturalmente in attesa di altri ulteriori adeguati interventi da parte delle altre autorita' istituzionali ciascuna nell'ambito delle competenze ad essa specificamente attribuite;

d) ricorre altresi' il requisito dell'urgenza, stante la pericolosita' immediata (la guerra illegale e criminale e' in corso; quotidianamente innumerevoli esseri umani vengono da essa uccisi; e se si volesse argomentare ad abundantiam vi e' altresi' crescente pericolo dell'estensione del conflitto a tutte quelle aree territoriali che nell'epoca delle cosiddette "guerre asimmetriche" possono essere considerate nella guerra implicate: ed il territorio che ospita una base militare di un esercito impegnato nella guerra - e come aggressore, ed in una guerra illegale, terroristica e stragista - e' evidentemente ad altissimo rischio di subire azioni belliche e/o terroristiche);

e) ricorre inoltre il requisito dell'interesse pubblico: l'ordinanza e' intesa infatti non a tutelare i diritti di un singolo, ma un interesse generale e i diritti di intere popolazioni, sia le popolazioni vittime dirette della guerra in corso, sia la popolazione locale che viene esposta ad essere bersaglio di attacchi bellici e terroristici in quanto residente in area contigua a base militare impegnata nella guerra terrorista e stragista;

f) la legge prevede altresi' che vi sia proporzione tra l'ordine impartito con l'ordinanza del Sindaco ed il pericolo cui far fronte: criterio inteso ad evitare eccessi di potere repressivo da parte del Sindaco: ma in questo caso vi e' piuttosto sproporzione nel senso opposto, poiche' l'intervento del Sindaco e' ben piccola cosa rispetto all'orrore della guerra illegale e criminale, e quindi non si configura in alcun modo un eccesso di potere da parte dell'autorita' comunale, la cui ordinanza e' evidentemente soltanto un atto dovuto inoppugnabilmente legittimo, necessario, urgente;

Ritenuto quindi che

a) ricorrano le condizioni previste per l'assunzione della presente ordinanza;

b) sia obbligo di legge difendere la legalita' costituzionale e il diritto alla vita delle persone minacciate dalla guerra illegale e criminale, terroristica e stragista;

c) stante l'urgenza a provvedere per fronteggiare il pericolo grave che minaccia la pubblica incolumita';

Visti

- la Costituzione della Repubblica Italiana;

- la legislazione relativa all'ordinamento degli enti locali e specificamente relativa alle competenze e agli obblighi di legge del Sindaco;

- il Codice Penale;

- lo Statuto Comunale;

ordina

1. l'immediata cessazione nel territorio comunale di ogni attivita'  finalizzata, anche indirettamente, alla guerra criminale e illegale in corso;

2. il sequestro degli oggetti e degli immobili siti nel territorio comunale che siano anche solo potenzialmente funzionali e/o finalizzati al sostegno, anche indiretto, della guerra illegale e criminale in corso;

3. la denuncia all'autorita' giudiziaria di tutte le persone coinvolte nell'attivita' della base militare de quo per complicita' nella guerra illegale e criminale, terrorista e stragista, guerra che non solo costituisce flagrante violazione della legalita' costituzionale e del diritto internazionale, ma che altresi' consiste nella commissione di crimini di guerra e crimini contro l'umanita' che costituiscono reati previsti e puniti dall'ordinamento penale italiano. L'ufficio di Polizia Municipale e' incaricato di dare esecuzione alla presente ordinanza. La Polizia Municipale e le forze dell'ordine sono incaricate di far rispettare la presente ordinanza.

Dispone inoltre

I. l'invio all'autorita' giudiziaria territorialmente competente del presente atto quale formale denuncia dell'attivita' criminale, terroristica e stragista implicata e costituita dalla presenza e dall'attivita' nel territorio italiano - e segnatamente di questo Comune - di base militare di potenza straniera impegnata in una guerra illegale e criminale; II. l'invio del presente atto al Questore ed al Prefetto territorialmente competenti, ed al Presidente della Repubblica ed al Presidente del Consiglio dei Ministri; oltre che al Presidente del Tribunale ed al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale giurisdizionalmente competenti; invio effettuato ad ogni buon fine, per opportuna conoscenza ed ai fini dell'adozione ope legis dei provvedimenti di specifica competenza; III. l'affissione della presente ordinanza con manifesti murali nel territorio comunale e la pubblicazione di essa sui principali organi d'informazione locali e nazionali.

 

Luogo, data

 

Il Sindaco

 

 


      

             


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