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federazione
italiana
emigrazione
immigrazione
GRAZIE
di Paulo Coelho
Grazie Presidente Bush. Grazie, grande leader George W. Bush.
Grazie di aver mostrato a tutti il pericolo che Saddam
Hussein rappresenta. Molti di noi avrebbero potuto
altrimenti dimenticare che ha utilizzato armi chimiche
contro il suo popolo, contro i curdi e contro gli
iraniani. Hussein è un dittatore sanguinario e una
delle più chiare espressioni del male al giorno d'oggi.
Ma questa non è la sola ragione per cui la ringrazio.
Nei primi due mesi del 2003 ha mostrato al mondo molte
altre cose importanti e perciò merita la mia
gratitudine. Così, ricordando una poesia che ho
imparato da bambino, voglio dirle grazie.
Grazie di aver mostrato a tutti che il popolo turco e il suo
parlamento non sono in vendita, neanche per 26 miliardi
di dollari.
Grazie di aver rivelato al mondo l'abisso che esiste tra le
decisioni di coloro che sono al potere e i desideri del
popolo. Grazie di aver messo in evidenza che né José
Maria Aznar né Tony Blair danno la minima importanza né
mostrano il minimo rispetto per i voti che hanno
ricevuto. Aznar è capace di ignorare che il 90 per
cento degli spagnoli sono contro la guerra e Blair è
rimasto indifferente alla più grande manifestazione
pubblica svoltasi in Inghilterra negli ultimi
trent'anni.
Grazie di aver costretto Tony Blair a recarsi al parlamento
inglese con un dossier falso scritto da uno studente
dieci anni fa e di averlo presentato come "prova
determinante trovata dal servizio segreto
britannico".
Grazie di aver permesso che Colin Powell si esponesse al
ridicolo mostrando al Consiglio di Sicurezza dell'Onu
delle foto che, una settimana dopo, sono state
pubblicamente contestate da Hans Blix, l'ispettore
responsabile del disarmo dell'Iraq.
Grazie di aver adottato la posizione attuale e di aver
pertanto fatto sì che il discorso contro la guerra del
ministro degli Esteri francese, Dominique de Villepin,
alla sessione plenaria dell'Onu fosse accolto dagli
applausi - cosa che, a quanto ne so, è successa solo
una volta in precedenza nella storia delle Nazioni
Unite, dopo un discorso di Nelson Mandela.
Grazie perché, in seguito ai suoi sforzi in favore della
guerra, le nazioni arabe, normalmente divise,
nell'incontro al Cairo avvenuto l'ultima settimana di
febbraio sono state per la prima volta unanimi nel
condannare qualsiasi invasione.
Grazie di aver affermato che "l'Onu ora ha una
possibilità di mostrare la sua importanza",
affermazione che ha indotto a prendere una posizione
contro l'attacco all'Iraq anche i Paesi più riluttanti.
Grazie per la sua politica estera che ha spinto il ministro
degli Esteri inglese, Jack Straw, a dichiarare nel
ventunesimo secolo che "una guerra può avere una
giustificazione morale", perdendo in questo modo
tutta la credibilità.
Grazie di aver cercato di dividere un'Europa che sta
lottando per l'unificazione: è un avvertimento che non
sarà ignorato.
Grazie di aver ottenuto ciò che assai pochi sono riusciti a
ottenere in questo secolo: unire milioni di persone di
tutti i continenti nella lotta per la stessa idea, anche
se essa è opposta alla sua.
Grazie di averci dato di nuovo la consapevolezza che le
nostre parole, anche se non saranno udite, almeno sono
state pronunciate; questo ci renderà più forti nel
futuro.
Grazie di averci ignorato, di aver emarginato tutti coloro
che si oppongono alla sua decisione, perché il futuro
della Terra appartiene agli esclusi.
Grazie perché, senza di lei, non saremmo stati coscienti
della nostra capacità di mobilitazione. Potrebbe non
servirci questa volta, ma sicuramente ci sarà utile in
futuro.
Ora che sembra non ci sia modo di zittire i tamburi di
guerra, vorrei ripetere le parole che un antico re
europeo disse a un invasore: "Che la mattina sia
bella, che il sole splenda sulle armature dei soldati,
perché nel pomeriggio ti sconfiggerò". Grazie di
aver permesso a noi, un esercito di anonimi che riempie
le strade nel tentativo di fermare un processo già in
atto, di capire quel che significa essere impotenti e di
imparare a fare i conti con quella sensazione e a
trasformarla. Pertanto si goda la mattina e la gloria
che potrebbe ancora riservarle.
Grazie di non averci ascoltato e di non averci preso sul
serio, ma sappia che noi la ascoltiamo e che non
dimenticheremo le sue parole. Grazie grande
leader George W. Bush.
Molte grazie.
Paulo Coelho
Lettera
a Bush
di Gabriel Garcia Màrquez
Come si sente? Come si sente a vedere che l'orrore scoppia
nel tuo cortile e non nella sala del vicino? Come si
sente con la paura che stringe il petto,con il panico
provocato dall'assordante rumore, le grida senza
controllo, gli edifici che rovinano, questo odore
terribile che si insinua fin nel fondo dei polmoni, gli
occhi degli innocenti che camminano coperti di sangue e
polvere? Come si vive per un giorno nella tua casa
l'incertezza su che cosa sta succedendo? Come si esce
dallo stato di shock? In stato di shock camminavano il 6
di agosto del 1945 i sopravvissuti di Hiroshima. Nulla
era rimasto in piedi nella città dopo che l'armiere
nordamericano dell'Enola Gay aveva lasciato cadere la
bomba.In pochi secondi sono morti 80.000 uomini donne e
bambini.
Altri 250.000 sarebbero morti negli anni successivi per le
radiazioni. Però questa era una guerra lontana e non
c'era ancora la televisione. Come si sente oggi l'orrore
quando le terribili immagini della televisione ti dicono
che quello che è successo nel fatidico 11 settembre non
è stato in una terra lontana ma nella tua propria
patria?
Un altro 11 settembre, però di 28 anni orsono, era morto un
presidente di nome Salvador Allende, mentre resisteva a
un colpo di stato che i tuoi governanti avevano
pianificato. Anche allora furono tempi di orrore, ma
questo succedeva molto lontano dalla tua frontiera, in
un'ignota repubblichetta sudamericana. Le repubblichette
stavano nel cortile dietro casa tua e non ti sei molto
preoccupato quando i tuoi marines partivano a imporre il
loro punto di vista con il sangue e il fuoco.
Lo sapevi che tra il 1824 e il 1994 il tuo paese ha condotto
73 invasioni di paesi dell'America Latina? Le vittime
sono state Puerto Rico, Messico, Nicaragua, Panama,
Haiti, Colombia, Cuba, Honduras, Repubblica Dominicana,
Isole Vergini, El Salvador, Guatemala e Grenada.
E' quasi un secolo che i tuoi governanti sono in guerra. Fin
dal principio del secolo XX, non ci fu nel mondo quasi
nessuna guerra alla quale la gente del tuo Pentagono non
abbia partecipato.
E' chiaro, le bombe sono sempre cadute fuori dal tuo
territorio, con l'eccezione di Pearl Harbor quando
l'aviazione giapponese bombardò la Settima Flotta nel
1941. Però l'orrore era sempre lontano.
Quando le Torri Gemelle vennero giù in mezzo alla polvere,
quando hai visto le immagini in televisione o hai
ascoltato le grida, perché quella mattina eri a
Manhattan, hai pensato per un secondo a quello che hanno
provato i contadini del Vietnam per lunghi anni? A
Manhattan, la gente cadeva dall'alto del grattacielo
come tragiche marionette. In Vietnam, la gente urlava
perché il napalm continuava a bruciare la carne per
molto tempo e la morte era spaventosa, tanto spaventosa
come quella di coloro che cadevano con un salto
disperato nel vuoto.
La tua aviazione non ha lasciato una fabbrica in piedi né
un ponte non
distrutto in Yugoslavia. In Irak i morti furono 500.000.
Mezzo milione di anime si è levata dall'Operazione
Tempesta del Deserto.
Quanta gente è morta bruciata, mutilata, crivellata,
schiacciata, dissanguata, in luoghi tanto esotici e
lontani come Vietnam, Irak, Iran, Afganistan, Libia,
Angola, Somalia, Congo, Nicaragua, Repubblica
Dominicana, Cambogia, Yugoslavia, Sudan, e una lista
interminabile? In tutti questi luoghi i proiettili erano
stati fatti nelle fabbriche del tuo paese, ed erano
sparati dai tuoi ragazzi, da gente pagata dal tuo
Dipartimento di Stato, e solo perché tu potessi
continuare a vivere la tua american way of life.
E' quasi un secolo che il tuo paese è in guerra con tutto
il mondo. Curiosamente, i tuoi governanti scatenano i
cavalieri dell'apocalisse in nome della libertà e della
democrazia. Però devi sapere che per molti popoli del
mondo (in questo pianeta dove ogni giorno muoiono 24.000
persone per fame o infermità curabili), gli Stati Uniti
non rappresentano la libertà, ma un nemico lontano e
terribile che semina solo guerra, fame, paura e
distruzione. Sempre ci sono stati conflitti lontani per
te, però per chi vive lì è una dolorosa realtà
vicina una guerra dove gli edifici rovinano sotto le
bombe e dove questa gente trova una morte terribile. E
le vittime sono state per il 90 per cento, civili,
donne, vecchi, bambini: effetti collaterali.
Come ti senti quando l'orrore bussa alla tua porta anche per
un giorno solo? Che cosa si pensa quando le vittime di
New York sono segretarie, operatori di borsa o addetti
alle pulizie che hanno sempre pagato le tasse e non
hanno mai ucciso una mosca?
Come si sente il terrore?
Come ci si sente, yanquee, a sapere che la lunga guerra l'11
settembre è arrivata a casa tua?
La
opinión pública mundial
Texto íntegro del comunicado leído
por José Saramago en la manifestación contra la guerra
en Madrid
José Saramago
Ellos creían que nos habíamos
cansado de protestas y que les habíamos dejado libres
para seguir en su alucinada carrera hacia la guerra. Se
equivocaron. Nosotros, los que hoy nos estamos
manifestando, aquí y en todo el mundo, somos como
aquella pequeña mosca que obstinadamente vuelve una y
otra vez a clavar su aguijón en las partes sensibles de
la bestia.
Somos, en palabras populares,
claras y rotundas para que mejor se entiendan, la mosca
cojonera del poder.
Ellos quieren la guerra, pero
nosotros no les vamos a dejar en paz. A nuestro
compromiso, ponderado en las conciencias y proclamado en
las calles, no le harán perder vigencia y autoridad (también
nosotros tenemos autoridad) ni la primera bomba ni la última
que vengan a caer sobre Irak.
No sigan los señores y las señoras
del poder que nos manifestamos para salvar la vida y el
régimen de Sadam Husein. Mienten con todos los dientes
que tienen en la boca. Nos manifestamos, eso sí, por el
derecho y por la justicia. Nos manifestamos contra la
ley de la selva que Estados Unidos y sus acólitos
antiguos y modernos quieren imponer al mundo. Nos
manifestamos por la voluntad de paz de la gente honesta
y contra los caprichos belicistas de políticos a
quienes les sobra en ambición lo que les va faltando en
inteligencia y sensibilidad.
Nos manifestamos en contra del
concubinato de los Estados con los super-poderes económicos
de todo tipo que gobiernan el mundo. La tierra pertenece
a los pueblos que la habitan, no a aquellos que, con el
pretexto de una representación democrática
descaradamente pervertida, al final les explotan,
manipulan y engañan. Nos manifestamos para salvar la
democracia en peligro.
Hasta ahora la humanidad ha sido
siempre educada para la guerra, nunca para la paz.
Constantemente nos aturden las
orejas con la afirmación de que si queremos la paz mañana
no tendremos más remedio que hacer la guerra hoy. No
somos tan ingenuos para creer en una paz eterna y
universal, pero si los seres humanos hemos sido capaces
de crear, a lo largo de la historia, bellezas y
maravillas que a todos nos dignifican y engrandecen,
entonces es tiempo de meter mano a la más maravillosa y
hermosa de todas las tareas: la incesante contrucción
de la paz. Pero que esa paz sea la paz de la dignidad y
del respeto humano, no la paz de una sumisión y de una
humillación que demasiadas veces vienen disfrazadas
bajo la mascarilla de una falsa amistad protectora.
Ya es hora de que las razones de
la fuerza dejen de prevalecer sobre la fuerza de la razón.
Ya es hora de que el espíritu positivo de la humanidad
que somos se dedique, de una vez, a sanar las innúmeras
miserias del mundo. Esa es su vocación y su promesa, no
la de pactar con supuestos o auténticos "ejes del
mal".
Amenamente estaban Bush, Blair y
Aznar charlando sobre lo divino y sobre lo deshumano,
seguros y tranquilos en su papel de poderosos hechiceros,
expertos en trucos de trilero y conocedores de eméritos
de todas las trampas de la propaganda engañosa y de la
falsedad sistemática, cuando en el despacho oval donde
se encontraban reunidos irrumpió la terrible noticia de
que los Estados Unidos de América del Norte habían
dejado de ser la única gran potencia mundial. Antes de
que Bush pudiera asestar el primer puñetazo en la mesa,
vuestro presidente José María Aznar se dio prisa en
declarar que esa nueva gran potencia no era España.
"Te lo juro, George", dijo. "Mi Reino
Unido tampoco", añadió rápidamente Blair para
cortar la naciente suspicacia de Bush. "Si no eres
tú y tú no eres, ¿quién es entonces?", preguntó
Bush. Fue Colin Powell, mal creyendo él mismo en lo que
estaba pronunciando su propia boca, quien dijo "La
opinión pública, señor presidente".
Ya habéis comprendido que esta
historieta es un simple invento mío. Os pido por tanto
que no le deis importancia. Pero sí la tiene que lo que
ya es una evidencia para todos, la más exaltadora y
feliz evidencia de estos conturbados tiempos: los
hechizeros de Bush, Blair y Aznar, sin quererlo, sin
proponérselo, nada más que por sus malas artes y
peores intenciones, han hecho surgir, espontáneo e
incontenible, un gigantesco, un inmenso movimiento de
opinión pública. Un nuevo grito de "No pasarán",
con las palabras "No a la guerra", recorre el
mundo.
No hay ninguna exageración en
decir que la opinión pública mundial contra la guerra
se ha convertido en una potencia con la cual el poder
tiene que contar. Nos enfrentamos deliberadamente a los
que quieren la guerra, les decimos "NO", y si
aún así siguen empecinados en su demencial afán y
desencadenan una vez más los caballos del apocalipsis,
entonces les avisamos desde aquí que esta manifestación
no es la última, que continuaremos las protestas
durante todo el tiempo que dure la guerra, e incluso más
allá, porque a partir de hoy ya no se tratará
simplemente de decir "No a la guerra", se
tratará de luchar todos los días y en todas las
instancias para que la paz sea una realidad, para que la
paz deje de ser manipulada como un elemento de chantaje
emocional y sentimental con que se pretende justificar
guerras.
Sin paz, sin una paz auténtica,
justa y respetuosa, no habrá derechos humanos. Y sin
derechos humanos -todos ellos, uno por uno- la
democracia nunca será más que un sarcasmo, una ofensa
a la razón, una tomadura de pelo. Los que estamos aquí
somos una parte de la nueva potencia mundial. Asumimos
nuestras responsabilidades. Vamos a luchar con el corazón
y el cerebro, con la voluntad y la ilusión. Sabemos que
los seres humanos somos capaces de lo mejor y de lo peor.
Ellos (no necesito ahora decir sus nombres) han elegido
lo peor. Nosotros hemos elegido lo mejor.
APPELLI. UN APPELLO CONTRO LA GUERRA DI OTTOCENTO REDUCI
DELLE FORZE
ARMATE STATUNITENSI
[Da Mariagrazia Bonollo, dell'ufficio stampa dei "Beati
i Costruttori di Pace" (per contatti: tel.
0445344264, o anche 3482202662, e-mail: salbega@tiscalinet.it)
riceviamo e diffondiamo questo appello]
Siamo reduci delle Forze Armate statunitensi.
Siamo a fianco della maggioranza della popolazione
mondiale, insieme a milioni di donne e uomini anche del
nostro Paese, e ci opponiamo con determinazione alla
guerra contro l'Iraq che gli Stati Uniti intendono
portare avanti. Le nostre esperienze attraversano varie
epoche e guerre, abbiamo idee politiche diverse, ma
concordiamo tutti nel ritenere questa guerra sbagliata.
Molti di noi credevano che prestare servizio militare fosse
il nostro dovere e che il nostro compito consistesse nel
difendere questo paese. Le nostre esperienze
nell'esercito invece ci hanno fatto riflettere ed
abbiamo messo in discussione molto di cio' che ci era
stato insegnato. Adesso riteniamo che il nostro vero
dovere sia quello di incoraggiare voi, membri delle
Forze Armate Usa, a scoprire quale sia la motivazione
reale per la quale vi mandano a combattere e a morire, e
quali saranno le conseguenze delle vostre azioni sull'umanita'
intera. Facciamo appello a voi, militari effettivi e
riservisti, affinche' obbediate alla vostra coscienza e
facciate la cosa giusta.
*
Nell'ultima guerra del Golfo, come soldati, ci fu ordinato
di uccidere da una distanza di sicurezza. Abbiamo
distrutto la maggior parte dell'Iraq dal cielo,
uccidendo centinaia di migliaia di persone, civili
compresi. Ci ricordiamo bene della strada per Bassora,
l'autostrada della morte, dove ci avevano ordinato di
uccidere gli iracheni che scappavano. Abbiamo spianato
con i bulldozer le trincee sotterrando persone ancora vive.
L'uso delle armi all'uranio impoverito ha reso molti
campi di battaglia radioattivi. L'ingente utilizzo di
pesticidi, farmaci sperimentali, l'incendio di depositi
di armi chimiche, hanno creato un cocktail tossico che
ha avvelenato sia il popolo iracheno che i reduci della
Guerra del Golfo. Un reduce su quattro della Guerra del
Golfo oggi e' un disabile.
*
Durante la guerra del Vietnam ci fu ordinato di distruggere
il Vietnam sia dal cielo che a terra. A My Lai abbiamo
massacrato piu' di 500 persone tra vecchi, donne e
bambini. E questa non e' stata un'azione aberrante: e'
cosi'
che abbiamo combattuto quella guerra. Abbiamo usato il
diserbante "Agent Orange" sul nemico, e in
seguito ne abbiamo sperimentato gli effetti sulla nostra
pelle. Sappiamo come si presenta e come ti riduce la
sindrome da stress post traumatico, perche' i fantasmi
di piu' di due milioni di donne, uomini e bambini
invadono i nostri sogni. Sono piu' numerosi i reduci
morti per suicidio dopo la guerra che quelli che
morirono in combattimento.
*
Se decidete di prendere parte all'invasione dell'Iraq voi
apparterrete ad un esercito invasore. Lo sapete cosa si
prova a guardare negli occhi gente che vi odia con tutto
il cuore? Dovreste pensare a cosa rappresenta realmente
la vostra missione. Vi mandano ad invadere ed occupare
territori in cui le persone, persone esattamente come
voi e noi, stanno solo cercando di crescere i loro figli
e vivere le loro vite. Non rappresentano una minaccia
per gli Stati Uniti anche se hanno un dittatore brutale
come leader. Ma chi sono gli Stati Uniti per dire al
popolo iracheno come deve condurre il proprio Paese
quando moltissimi statunitensi pensano che il proprio
presidente sia stato eletto illegalmente? Saddam e'
stato duramente attaccato per aver avvelenato con il gas
la sua stessa gente e per aver cercato di produrre armi
di distruzione di massa. Eppure quando Saddam ha
compiuto i suoi peggiori crimini godeva dell'appoggio
degli Stati Uniti. Questo sostegno significava anche la
fornitura di mezzi per la produzione di armi chimiche e
biologiche. Anche l'embargo e le numerose sanzioni
economiche da parte degli Stati Uniti hanno contribuito
a decimare il popolo iracheno, uccidendo più di un
milione di persone, in maggioranza neonati e bambini.
Dopo aver distrutto tutte le infrastrutture del paese,
inclusi ospedali, generatori elettrici ed impianti di
trattamento dell'acqua, gli Stati Uniti con le loro
sanzioni hanno poi bloccato l'importazione di beni di
prima necessità e medicine, indispensabili alla
sopravvivenza.
*
Non c'e' onore nell'omicidio. Questa guerra è un omicidio
detto in altri termini.
Quando in una guerra ingiusta, una bomba vagante colpisce
una madre con la sua bambina, non è un "danno
collaterale", è un omicidio.
Quando in una guerra ingiusta un bambino muore per
dissenteria perche' una bomba ha danneggiato l'impianto
di trattamento delle acque di scolo, non si tratta di
un'azione di "distruzione delle infrastrutture
nemiche", ma d’omicidio.
Quando in una guerra ingiusta un padre muore di infarto
perché una bomba ha distrutto le linee telefoniche
impedendogli di chiamare i soccorsi, non si tratta di
"annientamento dei servizi di comando e di
controllo", ma si tratta di omicidio.
Quando in una guerra ingiusta, più di mille soldati di leva
provenienti dalla campagna muoiono in una trincea nel
tentativo di difendere la citta' dove sono nati e
cresciuti, non è "vittoria", ma omicidio.
*
Ci saranno reduci che porteranno avanti numerose proteste
contro questa guerra all'Iraq e alla vostra
partecipazione ad essa.Durante la guerra del Vietnam
migliaia di militari in Vietnam e negli Stati Uniti si
sono rifiutati di eseguire gli ordini. Molti hanno fatto
resistenza e si sono ribellati. Molti sono diventati
obiettori di coscienza ed altri sono andati in prigione
piuttosto che impugnare le armi di fronte al cosiddetto
nemico.
Durante l'ultima guerra del Golfo molti soldati semplici
hanno portato avanti forme di opposizione in vari modi e
per ragioni differenti.Molti di noi sono usciti da
queste guerre e si sono aggregati al movimento di
opposizione alla guerra.
*
Affinché un giorno tutte le persone nel mondo possano
essere libere, dovra' pure arrivare il momento in cui
sara' piu' importante essere cittadino del mondo che non
essere soldato di un paese. Questo momento è arrivato.
Quando vi arriverà l'ordine di partire, ricordate che
la vostra risposta avrà un forte impatto sulle vite di
milioni di persone del Medio Oriente e anche del nostro
Paese. La vostra risposta aiuterà a cambiare il corso
del nostro futuro. Avrete altre scelte da fare sul
vostro cammino. I vostri comandanti vogliono che voi
obbediate. Noi vi spingiamo a riflettere. Vogliamo che
scegliate in base alla vostra coscienza. Se sceglierete
di resistere, noi vi sosterremo perche' abbiamo capito
che il nostro vero dovere è quello distare dalla parte
delle persone di tutto il mondo e di contribuire alla
creazione del nostro comune futuro.
*
Seguono più di 800 firme di reduci della US Army, US Navy,
US Air Force, US Marine Corps, National Guard che hanno
prestato servizio nella seconda guerra mondiale, nella
guerra di Corea, nella guerra del Vietnam, nella prima
guerra del Golfo. Sono le firme raccolte dal 6 dicembre
2002 al marzo 2003; la raccolta delle firme continua.
INTERVISTA A GORE VIDAL
The Erosion of the American
Dream
It's Time to Take Action
Against Our Wars on the Rest of the World
Gore Vidal
This is a transcript of Gore
Vidals's March 12 interview on Dateline, SBS TV
Australia.
MARK DAVIS: Gore Vidal, welcome to Dateline.
GORE VIDAL: Happy to have crossed the dateline down under.
MD: In the past few years, you have shifted from being a
novelist to principally an essayist or, in your own
words 'a pamphleteer'. It's almost the reverse of most
writers' careers. Why the shift for you?
GV: Why the shift in the United States of America, which
has obliged me --since I've spent most of my life
marinated in the history of my country and I'm so
alarmed by what is happening with our global empire, and
our wars against the rest of the world, it is time for
me to take political action. And I think anybody who has
the position, has a platform, must do so. It's also a
family tradition. My grandfather lost his seat in the
Senate because he opposed going into the First World
War. And he won it back 10 years later on exactly the
same set of speeches that he'd lost it. So, attitudes
change, attitudes can be changed but, now, I am not
terribly optimistic that there is much anyone can do now
the machine is set to go. And, to have a major
depression going on, economic, really, collapse all
round the world and begin a war against an enemy that
has done nothing against us other than what our
occasionally alleges, this is lunacy. And I have a hunch
--I've been getting quite a bit around the country
--most people are beginning to sense it. The poll
numbers are not as good as the Bush regime would have us
believe. A great...something like 70% really only wants
to go into war with United Nations sanction and a new
resolution. I would prefer, however, that we use our
constitution, which we often ignore, which is --Article
1 Section 8 says, "Only the Congress may declare
war. The President has no right to go to war and he is
Commander-in-Chief once it starts."
MD: Over the past 40 years or so, you've written about
the undermining of the foundations of the constitution
--liberty, human rights, free speech. Indeed, you've
probably damned every administration throughout that
period on that score. Is George Bush really any worse?
GV: No, he certainly is worse. We've never had a kind of
reckless one who may believe --and there's a whole
theory now that he's inspired by love of Our Lord --that
he is an apocalyptic Christian who'll be going to Heaven
while the rest of us go to blazes. I hope that isn't the
case. I hope that's exaggeration. No. We've had...the
problem began when we got the empire, which was
brilliantly done, in the most Machiavellian --and I mean
that in the best sense of the word --way by Franklin
Roosevelt. With the winning of World War II, we were
everywhere on Earth our troops and our economy was
number one. Europe was ruined. And from that, then in
1950, the great problem began when Harry Truman decided
to militarise the economy, maintain a vast military
establishment in every corner of the Earth. Meanwhile,
denying money to schools but really to the
infrastructure of the nation. So we have been at war
steadily since 1950. I did a...one of my little
pamphlets was 'A Perpetual War for Perpetual Peace'
--how that worked. I mean, we've gone everywhere --we
have the Enemy of the Month Club. One month, it's
Noriega --king of drugs. Another one, it's Gaddafi. We
hated his eyeliner or something and killed his daughter.
We moved from one enemy to another and the press, the
media, has never been more disgusting. I don't know why,
but there are very few voices that are speaking out
publicly. The censorship here is so tight in all of the
newspapers and particularly in network television. So
nobody's getting the facts. I mean, I spend part of the
year in Italy and really, basically, what I find out I
find out from European journalists who actually will go
to Iraq, which our people cannot do or will not do, and
are certainly not admired for doing so. We are in a kind
of bubble of ignorance about what is really going on.
MD: Well, is the pamphlet the only viable option for
voices of dissent at the moment?
GV: Well, it's a weapon. I suppose one could --Khomeini
had a wonderful idea, which made him the lord of all
Iran. When the Shah was on his way out, Khomeini flooded
Iran with audio recordings of his voice, very cheaply
made in Paris, and they were listened to by everybody in
Iran --it's too late for that sort of thing for us.
There are ways of getting around official media and
there are ways of getting around a government which is
given to lying about everything, and the people
eventually pick up on it, but things are moving so
swiftly now.
MD: You charge what you call the 'Cheney-Bush junta' with
empire-building but hasn't America always been an empire
and isn't this junta just a little bit more honest about
it? They aren't shy in proclaiming their belief that
America has something worth exporting?
GV: I prefer hypocrisy to honesty any time if hypocrisy
will keep the peace. No, we have had an imperial streak
from the very beginning, but it didn't get going until
1898, when we picked a war with Spain because we had our
eye on Spanish colonial possessions, specifically the
Philippines, which got us into your part of the world
--into Asia and, from that moment on, we really were a
global empire. And then, by the time of the Second World
War, we'd achieved it. It was all ours. No, what is
going on now is kind of interesting. We've never seen
anything like it. There's a group of what they call
neo-conservatives --most of them were old Stalinists and
then they were Trotskyites and then, finally, they are
neo-conservatives now. They preach openly and they're
all over the war department as we used to call it, the
Defence Department. Mr Wolfowitz is one of their brains
and they write really extraordinarily frightening
overviews of the United States and the rest of the world
that we, after all, have all the military power that
there is and let's use it. Let's take the Earth. It's
there for us. They're talking glibly now about after
they get rid of Saddam --which they think is going to be
a very easy thing to do --well, Iran is next. One of
them, not long ago, made a public statement --"It's
time we really had regime change in ALL the Arab
countries." Well, there are 1 billion Muslims and I
don't see them taking this very well, and if a smallish
place like wherever it was ultimately can produce so
many suicide bombers, 1 billion Muslims can take out the
whole United States or western Europe. I would always
opt for peace, as war is always a mess. But I was in a
war which the junta, Mr Bush and Mr Cheney, did
everything possible to avoid being involved in --Vietnam.
Cheney when asked, as he became vice--president, they
said, "Well, why didn't you serve your country at
the time of Vietnam?" and he said, "Well, I
had other priorities." I'll say he did. Those of us
who...we are the one group, the World War II veterans,
we are a shrinking group obviously, but we are the ones
that are the most solidly against the war. The people
who stayed out of Vietnam, the rest who have never known
war, are just gung--ho for other people to go fight.
They, themselves, don't do it. But there is a split here
between those who've had a bit of experience of the
world and of war and the others who are mostly
interested, certainly the junta, as I call them, in
Washington, they're all in the gas and oil business.
People ask me, "Are you saying there's a conspiracy?"
--because that's the word where everybody starts
laughing. It means you believe in flying saucers.
"No," I said, "I'm going to change the
world." We won't say it's a conspiracy that all the
great offices of state are occupied by gas and oil
people --the President, the Vice-President, National
Security Adviser --it's not a coincidence. "It's a
coincidence," and everybody smiles --that's a nice
word --"Oh, yes, of course, it's a coincidence"
that they are running the government and getting us into
a war in oil-rich places."
MD: Well, Bush has claimed that the American belief in
liberty will deliver a free and peaceful Iraq, even with
the stench of oil in the air, George Bush probably can
deliver that --a free and peaceful Iraq that is. Isn't
there a legitimate case to be argued that there's a
greater good at work here?
GV: There is no greater good at work. We cannot deliver
it. Only the Iraqis can deliver that. You don't go in
and smash up a country, which we will do, and gain their
love so that they then want to imitate our highly
corrupt political system and, on the subject of
democracy --I happen to be something of a student of the
American constitution --it was set up in order to avoid
majority rule. The two things the founding fathers hated
were majoritarian rule and monarchy. So they devised a
republic in which only a very few white men of property
could vote. Then, to make sure that we never had any
democracy at work at the highest levels of governance,
they created something called the electoral college,
which can break any change that might upset them. We saw
what happened in November 2000, when Albert Gore won the
popular vote by 600,000, he actually won the electoral
vote of Florida, but a lot of dismal things happened and
denied him the election. So that's what happened there.
So for us to talk about a democracy that we are going to
translate into other lands is the height of hypocrisy
and is simply foolish. We don't invent governments for
other people.
MD: The American virtues of individual liberties,
although viewed by many people with some cynicism, are
still meaningful to people around the world. It's
interesting to note the support that America is getting
from the former eastern bloc European nations
--Rumsfeld's "new Europe". The American
message still resonates with them, doesn't it?
GV: They're not clued in to what sort of country the
United States is. They've certainly found out what kind
of country the Soviet Union was and they didn't like
that one bit and they associate us with their relative
liberation. That's all. What we're really about they
don't know. They believe the propaganda. They believe
the media, which is constantly going on about democracy
and freedom and liberty and the greatest country on
earth and so on and the only thing wrong in the world is
there are EVIL people who hate us because we are SO good.
Well, I don't know how anybody can buy this line, but
people do. People are not very well informed. The
well-informed countries --western Europe --know
perfectly well what our game is. General de Gaulle took
France out of NATO because he suspected that we were in
the empire--building business, and he didn't want to go
along with it yet, simultaneously, France remained an
ally in case there was a major war with the Soviets. I
don't think we should take too seriously those eastern
European countries. In due course, they will wake up, as
Turkey did, that we are dangerous.
MD: Well, unlike Iraq, indeed any members of the 'axis of
evil', Americans can change their government with some
drawbacks, they can express their opinions. On the eve
of a war, whatever Machiavellian benefits might accrue
to the US, isn't there still moral weight in the voice
of America, given its history as a democratic force over
the past century?
GV: I spoke to 100,000 people two weeks ago in Hollywood
Boulevard, down the hill from where I'm speaking to you
now. There were 100,000, lots of police, many
helicopters overhead which, as the speaker got up, would
lower themselves to try and drown your voice out. The
press did not record that there were 100,000 people.
They said, "Oh, 30,000 perhaps. That might be an
exaggeration," they said. Unfortunately for them,
the 'Los Angeles Times', generally a fairly good paper,
had a long shot from La Brea where I was speaking on a
stage straight up to Vine Street, which was a mile or
two away, and you saw 100,000 people, so their very
picture undid them. What I'm saying is the censorship is
very tight. Don't think we're a free country to say
anything we want. We can say it, but it's not going to
be printed and you're not going to get on television.
One of our great voices for some time now for peace in
the world is Noam Chomsky. I've never seen his name in
the 'New York Times' in any context other than
linguistics of which he's a professor at MIT. We go
totally unnoticed. I can do a pamphlet and it's the
Internet that gets it to people. So I can sell a couple
of hundred thousand copies of a pamphlet. No word of it
will appear in the 'New York Times'. To my amazement
this time, they actually put it on their bestseller
list. Generally, they won't do that. I can't tell you
how tightly controlled this place is and it's beginning
to show, because talk radio and so on --I've done a lot
of that lately --the questions you get, the people are
so confused. They don't know where Iraq is. They think
Saddam Hussein, because he's an evil person,
deliberately blew up the twin towers in Manhattan. He
didn't. That was Osama bin Laden or somebody else. We
still don't know because there has been no investigation
of that, as Congress and the constitution require. So we
are totally in the dark and we have a president who is
even in a greater darkness, who's totally uninformed
about the world, leading us into war because, because
because.
MD: Well, the defence of American civil liberties has
been a consistent theme of yours, most vocally in recent
months, in response to the Patriot Act and the new
Homeland Defence Agency. But it would seem that
Americans don't share your views in any significant
numbers. Why not?
GV: They do. What I do is quite popular. Now, mind you,
we're not much of a reading country, but we certainly
watch a lot of television. You can pick up a tremendous
audience across --you know, millions of people have been
marching. If you read the American press...
MD: And yet there's been very little political response
to the establishment of those agencies or the very
dramatic constitutional changes that have been made in
the Patriot Act. We're not really hearing a strong
movement, not from the Democrats, not in the media.
There is a certain acquiescence.
GV: Well, we don't hear it because they're part of it.
You know, we have
elections --very expensive
ones and very corrupt ones. But we don't have politics.
We made a trade-off somewhere. This was after Harry
Truman established the national security state, and
suddenly television came along and elections cost
billions. It cost $3 billion to elect Bush. That's a lot
of money. And it was a campaign almost without issues
except personalities. Nothing was talked about. Nothing
was talked about going to war as quickly as possible,
which of course obviously was in his mind. So you have a
country that is not political, without political parties.
There are movements of people, which go largely
unrecorded. There are eloquent voices out there, but you
don't see them in print, you don't hear them on the air.
MD: Well, one of those voices is one of your
contemporaries, Norman Mailer. He wrote recently that,
after a long life, he's concluded that fascism, not
democracy, is the natural state and that America as a
nation is in a pre-fascist era, a mega banana republic
increasingly dominated by the military. Is it a view
that you share?
GV: I have those days, yes, such as Norman is having. But
I am more deeply rooted in the old constitution with all
of its flaws and in the Bill of Rights with all of its
virtues. That was something special on Earth and
Jefferson was something special on Earth when he said
that life, liberty and the pursuit of happiness --nobody
had ever used that phrase in the constitution before or
set that out as a political goal for everyone. So, out
of that came the energies of the United States to have
made it the number one country in the world and the most
inventive and the most creative, and then the Devil
entered Eden and we ended up with an Asiatic empire, and
a European empire, and a South American dependency and
we are not what we were. The people get no education. I
call it 'the United States of Amnesia'. I've written now
is it 12 books I think, doing American history from the
Revolution up to the Millennium. They're very popular
because they don't get it in school and they don't get
it from the media. So people do read my books. But there
should be more by other people too. It is a terrible
thing to lose your past, particularly when you had such
an interesting one, as we did. In the 18th century, we
had three of the great geniuses of the 18th century all
living in this little colonial world of 3 million
people. We had Benjamin Franklin and Thomas Jefferson.
These were extraordinarily wise men and understood the
ways of the world, and they gave us a very good form of
government. No, it was not a liberal government. It was
a very reactionary one. But it was the 18th century
--1787 was when the constitution was written. It was as
advanced as the human race had ever got at that time in
devising a republic. To have lost that and to have lost
all memory of it --we've been having a big argument
about we've got "In God we trust" on the
money. Well this is over the dead bodies of Thomas
Jefferson and the other founders, most of whom did not
believe in God and wanted to keep Church and State
separate. Every American seems to think, "In God we
trust" was put on the money by George Washington.
Well, it was put on there by Dwight Eisenhower in trying
to get some southern votes, Baptist preachers.
MD: Well, you're one of America's harshest cultural and
political critics and yet you write and clearly talk
very romantically about the republic. You've documented
those ebbs and flows where you believe it's verged from
its founding principles. In the broader sweep, what is
the state of America today?
GV: Adrift, but adrift toward war, and it's a war that we
can't win. I suppose we can blow up Baghdad but I think,
when that starts, if that happens, we can count on
retaliation from 1 billion Muslims and who knows what
other? We are opening up --I don't know, a Pandora's box
--it's as if we're opening a tomb and God knows what
will come out of it. This is dangerous country. This
isn't just ordinary colonial aggression --a European
power that wants to take over Panama, something like
that. This isn't it at all. First of all, they're
proudly talking about a cultural and religious clash
between Christianity and Devil's work. Well, that's very
dangerous and very stupid. And I don't know how you win
that one.
MD: Well, there are definite echoes of the 1950s in
America today. Some of the loudest critics of that shift
are also products of that era --yourself, Norman Mailer,
Arthur Miller. Where are the young Vidals, the young
Mailers, the young Millers?
GV: One of the things that happened, although we don't
have much of an educational system for the general
public --the writers of the Second War, all except a few
like the three that you've just named went into the
universities to teach. Eisenhower in a rather great
speech when he left office --he warned against the
military industrial complex, which he said was taking
over too much of this nation's money and life. A part of
it that is never quoted --he said, in effect, that
"The universities and learning will be hurt the
most because, because when places of learning and
knowledge, investigation are dependent upon government
bounty, subsidies, for their very lives --which we were
doing, we were giving everything to the science
department to develop weapons, well that also went for
the humanities, the history department too, the English
department. We have a whole generation of school
teachers and they're not very good school teachers. Some
of them are very talented writers, but they're quiet.
They don't want to rock the boat. They want to keep
their jobs. They saw in the '50s --what happened if you
got associated with radical movements. You lost your job
and they weren't easy to find. Now, they're quiet as
could be.
MD: Is the '50s back, or are the 1950s back with us?
GV: Well, nothing repeats itself except human folly, so
no. I do feel an energy across the country --this may be
because I go to energetic groups --that are fighting
their own government, but they're going to lose because
the government is now totally militarised and ready for
war --a war they can't really sell to the rest of the
world, but they're going to do it anyway. This is
something new. We've never had a period like this and it
was --to somebody like me, who is really hooked into
constitutional America --this is incredible. We cannot
trust the Supreme Court after their mysterious decisions
on the election of 2000. We have no political parties.
We've never had much of them --I mean the Democrats, the
Republicans. We have one party --we have the party of
essentially corporate America. It has two right wings,
one called Democratic, one called Republican. So in the
absence of politics, with a media that is easy to
manipulate and, in the hands of very few people with
interests in wars and oil and so on, I don't see how you
get the word out, but one tries because there is nothing
else to be done.
MD: Gore Vidal, thanks for joining us on Dateline.
GV: Thank you.
Ex
ministro promueve juicio político contra Bush
El ex secretario de Justicia de
EEUU, Ramsey Clark, anunció hoy una campaña para
iniciar un juicio político (impeachment) contra el
presidente George W. Bush, por promover una guerra
"inaceptable y sin sentido" contra Irak
Punto Final
12 de Marzo del 2003 - Clark
formuló este anuncio en una rueda de prensa en la que
una coalición de organizaciones opuestas a la guerra
avanzó la celebración de una "marcha masiva"
que convergerá el sábado frente a la Casa Blanca.
Ese mismo día también habrá
una movilización antiguerra en las ciudades
estadounidenses de Los Angeles y San Francisco, así
como en España, Alemania, Gran Bretaña, Grecia,
Italia, Japón y Nueva Zelanda, según dijeron miembros
de la coalición ANSWER internacional (Actúe Ahora para
Atajar la Guerra y Poner Fin al Racismo).
Esta organización espera que
decenas de miles de personas acudan a la manifestación
que tendrá lugar en la capital de EEUU, que busca
evitar la muerte de personas inocentes en Irak a causa
de la "guerra que no quiere la comunidad mundial"
y que impulsa Bush.
Clark manifestó que "es
difícil creer que en el Gobierno de EEUU haya gente que
apoya una guerra de agresión", e indicó que
"este país necesita regresar al respeto a la
Constitución, puesto que su presidente está
involucrado en actos inaceptables".
Entre estos actos mencionó el
hecho de que el Gobierno de Washington mantenga
detenidos a cientos de sospechosos de terrorismo, como
el caso de los extranjeros presos en la base naval
estadounidense de Guantánamo (Cuba), que no tienen
acceso a un abogado y a los que aún no les han
formulado cargos criminales.
El ex responsable de la Justicia
de EEUU destacó que Bush debe ser retirado de su cargo
a través de un juicio político por presunta "violación
de las leyes nacionales e internacionales" y
supuestos crímenes de guerra.
Agregó que el bombardeo masivo
que pretende llevar a cabo Bush contra Irak en las
primeras 48 horas de guerra, es comparable sólo con el
genocidio cometido con las bombas atómicas en Nagasaki
e Hiroshima.
Por su lado, Brian Becker, del
grupo International Action Center, que apoya la marcha
del sábado contra la guerra en Irak, pidió a Bush que
los miles de millones de dólares destinados a la invasión
del país árabe los use para programas de salud,
educación, vivienda y contra la pobreza en EEUU.
Macrina Cárdenas, de la Red de
Solidaridad de México, que respalda la demostración de
ANSWER, dijo que "la guerra en Irak es parte de la
política anexionista que EEUU ha tenido siempre, y a
través de la cual arrebató a México casi la mitad de
su territorio" en el siglo XIX.
"Estamos convencidos de que
hay que decir no a la guerra para evitar la muerte de
miles de civiles", añadió Cárdenas, quien criticó
a EEUU porque, en su opinión, tiene a México inmerso
en una crisis agrícola derivada del Tratado de Libre
Comercio de Norte América (TLCAN), del que también es
miembro Canadá.
Entre los oradores de la marcha
del sábado en Washington, que cuenta con el permiso de
las autoridades, figuran el reverendo Jesse Jackson, el
legislador demócrata John Conyers, y los actores Cary
Elwes y Sandra Bernhardt.
Los organizadores de la
manifestación contra la guerra en Irak dijeron que
"ojalá la policía de Washington actúe dentro de
la ley y no realice detenciones masivas".
DA ISRAELE
La guerra vista da un soldato
(testimonianza raccolta da Giulio Stocchi)
In molti articoli, lettere, mails, raccolte di firme,
petizioni ecc., man
mano che la scadenza dell'ultimatum si avvicina, compare
questa paroletta:
GUERRA.
Una parolina malvagia, ma, come sapeva Giovanni quando
scrisse l'Apocalisse e come molti di voi sanno,
antichissima.
Più che di letteratura si tratta della Storia dell'Umanità.
Se toglieste le
guerre dai libri di storia, finireste col distruggere i
libri stessi. Gli storici non avrebbero di che parlare.
L'umanità passa da una guerra all'altra, e le guerre
vengono ricordate e narrate non per rifiutarle, per
imparare dagli errori, ma per allevare e crescere
assassini, massacri umani e bassezze di ogni genere.
Ma. Qualcuno conosce la guerra dal di dentro? Dall'interno?
So che bisogna stare nel rogo per conoscere il dolore di chi
sul rogo viene
bruciato. So che è necessario stare in una cella dei
sotterranei della DINA, o della GESTAPO o del KGB o di
quel che volete per sentire il terrore e la
solitudine opprimente del terrore.
Per questo voglio raccontarvi qualcosa che ho vissuto,
qualcosa che è mio
da quasi trent'anni. Qualcosa che non mi fa né più grande
né più forte, ma che, al contrario, mi rimpicciolisce
e mi soffoca.
La guerra è il disordine delle cose. Il disordine delle
cose è una irresponsabilità. La guerra quindi è una
irresponsabilità politica, sociale e criminale.
Sono stato soldato per quasi 20 anni, sono passato per tutti
i tipi di truppa, come membro del corpo dei
paracadutisti. Da recluta a ufficiale. Di tutti questi
anni ho ricordi di grida, di pianti, di carni straziate,
di corpi fatti a pezzi dalla mitragliatrice, o dai
proiettili o dalle baionette.
Carri armati che spappolavano giovani della mia età,
davanti allo sguardo
impeterrito dei carristi, che, lo so bene, se lo sognano
ancora di notte.
La guerra è così.
Il fumo che soffoca la gola, che fa bruciare gli occhi, la
morte sopra di
te, al tuo fianco, sotto di te, attorno a te. Di questi
figli di mamma,
che si sbudellano sul campo di battaglia, per l'onore della
loro patria,
che ha chiesto loro troppo. Ha chiesto la tua gioventù e tu
uccidi,
sventri, perché hai solo questo. La tua giovinezza, e la
vuoi conservare...
non importa a che prezzo.
E uccidi, fai a pezzi, bruci, mitragli, bombardi, perché
altrimenti fanno
la stessa cosa a te. Accoltelli il tuo prossimo, che l'unico
male che ha
fatto è stato di nascere nell'altro paese, perché lo ha
mandato un
ufficiale superiore, che a sua volta è stato comandato da
un altro
ufficiale comandato a sua volta da un politico di quelli che
se non fanno
una guerra non entrano nella storia.
Quanti uomini politici conosci che hanno evitato una guerra?
Che sono entrati nella storia per evitare una guerra?
Lasciamo perdere. Non è questo ciò di cui vogliamo parlare
perché non c'é
tempo. Il caso vuole però che hai la possibilità di
rifiutare di combattere. Ma
anche questo ha i suoi codici.
Se sei soldato al fronte e ti rifiuti di ammazzare il nemico
vieni
immediatamente fucilato. Ti uccidono perché TU non vuoi
uccidere!
In guerra, se ne esci vivo, intero o meno, perdi l'anima.
Perdi sempre.
Non ci sono vincitori in guerra: solo quelli che stanno
lontano dal fronte,
dal suo fango, loro, quelli che comprano sangue e vendono
armi, loro sono
quelli che vincono. Gli unici trionfatori.
E che non ti ingannino con la bandiera, con la terra o il
sacro suolo della
nazione: c'è sempre di mezzo il denaro, c'è sempre un
interesse monetario,
sempre...
E a te nel peggiore dei casi è riservato il tuo pezzetto di
terra, due
metri per uno per due di profondità. E' quello che ti danno
e ai tuoi
genitori una medaglia e una pergamena.
E tu cos'hai fatto?
Nel frattempo hai massacrato, incendiato, distrutto, ucciso.
Ho visto
uomini, ridotti a una pira umana, correre, amici miei, e
soldati dell'altro
campo.
Ho visto molti senza braccia tentare di alzarsi.
Ho visto un ufficiale correre sui moncherini dei suoi piedi,
perché una
granata gli era scoppiata fra i piedi.
Che altro?
Ho visto civili.
Sai chi soffre di più di quella imbecillità umana che
chiamiamo guerra??
I bambini.
Loro soffrono per l'imbecillità dei grandi, di quelli che
dovrebbero
proteggerli. Li bombardano col napalm, con esplosivi, li
mitragliano , e
sai... muoiono anche i bambini, e se non muoiono restano con
un gravissimo
trauma.
Io li ho visti. Io l'ho fatto. Io ero lì.
E per più di 20 anni sono stato un assassino al servizio
dello Stato.
Io. Che sono stato un operaio agricolo, un professionista
del cinema e della
televisione e che oggi sono un medico olistico.
Io. Ho ucciso
più gente di quella che potrei mettere al mondo in 50
anni.
E a vent'anni avevo ucciso più gente di quanti amici
avessi.
Io che ho visto la guerra dal di dentro, so cos'è
Potrei stare ore a raccontarti cose una più macabra
dell'altra. Ma
preferisco questi piccoli cenni, altrimenti sarebbe di
cattivo gusto
Avete visto quelle statue ai grandi uomini, al soldato
eroico? Nelle
piazze?
Bene. Questo non ha niente a che vedere con il balbettio del
soldato che la
battaglia ha sconvolto.
Morto di fame, di freddo, di sete, di paura, indolenzito,
stanco, appena
finisce la battaglia si butta a terra con gli occhi fuori
dalle orbite, fra i suoi compagni, amici o nemici, vivi o morti, a riposare.
Ma la sua anima
non riposa.
Meno male che le madri non vedono i figli sventrati, non
vedono com'è
ridotta la loro faccia, quando un proiettile gliel'ha
spappolata, il suo
bel viso di ragazzo o quando ha calpestato una mina o quando
una granata lo
ha fatto a pezzi, tanto che neppure le scarpe sono rimaste.
Mi fa venire la nausea leggere di persone che invocano la
guerra.
Mi fa schifo leggere quegli articoli di uomini politici che
parlano della
guerra come tu ed io parliamo di andare a fare una
passeggiata o di fare
l'amore con la nostra compagna. Che parlano di come mandare
alla morte
migliaia di ragazzi, come tu ed io parliamo dell'educazione
dei nostri
figli.
E tutto per qualche pozzo di petrolio.
Sempre soldi di mezzo.
Io mi sono guadagnata una medaglia.
Abbiamo lasciato litri di sangue al fronte.
Io personalmente ho assistito alla sepoltura di 168 ragazzi
del mio
reggimento. Abbiamo vinto dissero i giornali.
Ci siamo guadagnati un trattamento da eroi.
Trattamento psicologico.
Ma la faccia sporca della guerra è presente giorno e notte.
E' una ferita aperta, sanguinante, purulenta sulla faccia
dell'Umanità.
Ma sempre, sempre troverai degli idioti che sventoleranno la
bandiera della
guerra. Troverai sempre dei giovani, ingannati, che si
arruoleranno contro questo o quel sistema e andranno in
guerra.
Professionisti che vivono della spada.
Professionisti che studiano e investono fortune in armi
moderne,
superbombe, aerei supersonici, invece di investirli nel bene
dell'Umanità.
Io sono uno di questi.
Né più né meno.
Né il migliore né il peggiore.
Ho svolto bene il mio lavoro.
Ho liquidato, assassinato, sabotato, accoltellato centinaia
di uomini,
qualche volta un vecchio e qualche volta una donna. Non so.
Ho la mia colpa, ed è mia.
Vivo insieme a lei e mai, mai ho chiesto misericordia.
So cosa vuol dire tornare dal fronte, e già dopo due mesi
non sei più
l'eroe, sei quello che deve cercare il modo di vivere con se
stesso
Non ti riconosci più
Sei un altro.
Un assassino.
Con le tue medaglie, i tuoi ricordi, e un gran vuoto nel
cuore e un nodo
allo stomaco. E una gran confusione nel cervello.
E migliaia di fantasmi nei tuoi sogni.
Solo a questo serve la guerra.
Per uccidere e rendere inumano l'essere umano
Continuo a non capire quelli che appoggiano questa barbarie
Quando vedo i documentari degli anni precedenti alla mia
guerra:
Vietnam
Indocina
Sinai
Kenya
Algeria
Laos
Nicaragua
Cuba
Europa
E vedo tutta quella gente che va a combattere con aria di
trionfo: Non li
capisco. Non li capivo allora, e adesso ancora meno.
Un vecchio soldato yankee, del Vietnam, mi diceva una notte
di ricordi
amari, a Madrid, dove eravamo allora, nel '77:
"Fratello, sul nostro viso portiamo i segni di 30000
anni di barbarie.
Siamo i migliori, perché siamo rimasti vivi per
raccontarlo"
Adesso lo capisco, e lo racconto.
Non voglio concludere questo scritto con un NO ALLA GUERRA,
perché sarebbe ripetitivo. Neppure con LASCIATECI
GODERE IL MONDO, perché suona volgare. Voglio solo dire
quello che ho detto.
Siamo tutti abbastanza grandi per finire come meglio
crediamo.
Io non sono né un giudice né un giurato.
Per molti anni sono stato un carnefice e questo mi basta.
L'umanità giudicherà.
E tutti, tutti siamo seduti sul banco degli accusati.
LUCE, PACE, UMANITA'
X.Y.
Ufficiale paracadutista dell'esercito israeliano.
Sobre el movimiento contra la
guerra
Entrevista a Noam Chomsky
Matthew Tempest
Las manifestaciones [por la paz] fueron otro indicador de un fenómeno muy
destacable. Por todo el mundo y en Estados Unidos existe
una oposición a la inminente guerra a un nivel sin
precedentes en la historia estadounidense y europea en
cuanto a su amplitud y a los sectores de la población
que engloba.
Nunca antes, que yo sepa, ha
existido una oposición tan masiva a una guerra antes de
que ni siquiera hubiese empezado. Y cuanto más nos
acercamos a la región, mayor parece ser la oposición.
En Turquía las encuestas indican cerca de un 90% de
oposición, en Europa ésta es bastante amplia, y en
EE.UU. los datos que vemos en las encuestas son sin
embargo bastante engañosos porque no tienen en cuenta
otro factor que diferencia a EE.UU. del resto del mundo.
Este es el único país donde Sadam Hussein no sólo es
criticado y despreciado sino además temido. Desde
septiembre las encuestas han mostrado que
aproximadamente un 60-70% de la población piensa
literalmente que Sadam Hussein representa un peligro
inminente para su supervivencia.
De hecho no hay razón objetiva
por la cual EE.UU. debería tener más miedo de Sadam
que, digamos, los Kuwaitíes, pero existe un motivo
-este consiste en que desde septiembre se ha producido
un redoble de la propaganda que intenta hacer creer a la
gente que Sadam no sólo es una persona terrible sino
que además va a venir a por nosotros mañana si no le
detenemos hoy. Y eso llega a la gente. De modo que para
comprender la oposición actual a la guerra en EE.UU.
debemos extraer ese factor, el factor del miedo
irracional creado por la propaganda masiva. Si lo
hacemos creo que encontraremos que la oposición es muy
similar a la del resto del mundo.
Lo que no se destaca en la
cobertura de la prensa es que simplemente no existe
precedente, o nada parecido a un precedente, para tal
oposición pública a una guerra. Y ésta se extiende
mucho más allá, no es sólo una oposición a la
guerra, es una falta de confianza en los líderes. Quizá
hayan visto un estudio publicado por el Foro Económico
Mundial hace un par de días que analiza la confianza en
los líderes, la más baja es la que se refiere a los líderes
estadounidenses. Sólo tienen la confianza de poco más
que la cuarta parte de la población y creo que eso
refleja la preocupación por la temeridad, la violencia
y las amenazas que se desprenden de las acciones y los
planes de la actual administración.
Estas cuestiones deberían ser
centrales. Hasta en Estados Unidos hay una impresionante
oposición a la guerra y una correspondiente disminución
de la confianza en los líderes que la están
conduciendo.
Esto se viene desarrollando
desde hace un tiempo pero está alcanzando ahora un
estado inusual, y, volviendo a las manifestaciones del
fin de semana, nunca antes había ocurrido. Si lo
comparamos con la guerra del Vietnam, el estado actual
de la guerra de Irak se corresponde aproximadamente con
el de1961, esto es, antes del comienzo de la guerra, en
1962, cuando EE.UU. bombardeó Vietnam del Sur y condujo
a millones de personas a campos de concentración, a la
guerra química y demás. Pero no hubo protesta. De
hecho la protesta fue tan pequeña que poca gente lo
recuerda.
Las protestas no comenzaron a
desarrollarse hasta varios años más tarde cuando
extensas zonas del sur de Vietnam fueron sometidas a
bombardeos de saturación con aviones B-52, había
cientos de miles de tropas allí y cientos de miles habían
sido asesinados. Incluso después de esto, cuando las
protestas finalmente se desarrollaron en EE.UU. y
Europa, éstas se centraron casi siempre en una cuestión
colateral -el bombardeo del norte de Vietnam fue
indudablemente un crimen, aunque fue mucho más intenso
en el sur, que siempre fue el objetivo de EE.UU., y seguía
siéndolo.
Esto también es reconocido,
incidentalmente, por el gobierno. Cuando cualquier
administración toma posesión lo primero que hace es
llevar a cabo una valoración de la situación a nivel
mundial - "¿Cual es el estado del mundo?"-
por parte de los servicios de inteligencia. Esta
información es secreta y sale a la luz unos 30 ó 40 años
más tarde cuando es desclasificada. Pero cuando llegó
la primera administración Bush en 1989, partes de su
informe de inteligencia fueron filtradas, y son muy
reveladoras sobre lo que ocurrió precisamente respecto
a estas cuestiones en los 10 años siguientes.
Las partes que fueron filtradas
hablaban de enfrentamientos militares con enemigos mucho
más débiles, reconociendo que éstos eran los únicos
a los que estábamos dispuestos a enfrentarnos, los únicos
que queríamos que existieran. De tal modo que en
enfrentamientos con enemigos mucho más débiles Estados
Unidos debe ganar "con decisión y rapidez"
porque de otro modo el apoyo popular se erosionará, ya
que se considera que este es muy frágil. No es como en
los años sesenta, cuando el gobierno podía librar una
guerra larga y brutal durante años y años destruyendo
prácticamente un país sin protesta alguna. Ahora no,
ahora tienen que ganar. Tienen que aterrorizar a la
población para que sientan que hay una gran amenaza
para su existencia y llevar a cabo una victoria
milagrosa, contundente y rápida sobre el enorme enemigo
y después pasar al siguiente.
Recordemos que las personas que
llevan ahora las riendas en Washington son en su mayor
parte Reaganianos reciclados, que básicamente están
reviviendo el guión de los años ochenta -para utilizar
una analogía adecuada-. En los años 80 impusieron
programas domésticos muy dañinos para la población en
general y que fueron muy impopulares. La gente se opuso
a la mayoría de sus programas domésticos y la manera
como consiguieron implantarlos fue manteniendo a la
población en un continuo estado de pánico.
Así que un año fue una base aérea
en Granada que los rusos querían usar para bombardear
los Estados Unidos. Suena ridículo pero esa fue la
mentira de la propaganda y funcionó.
Nicaragua estaba a "dos días
de marcha de Tejas" –un puñal apuntando al corazón
de Tejas-, para utilizar la frase de Hitler. De nuevo
podría creerse que la gente se moriría de risa. Pero
no fue así. Este argumento fue utilizado continuamente
para asustarnos –Nicaragua quizá nos conquiste en su
camino hacia la conquista del hemisferio-. Se declaró
una emergencia nacional por la amenaza que representaba
Nicaragua para la seguridad nacional. Que si asesinos a
sueldo libios rondaban las calles de Washington para
matar a nuestro líder - que si narco-terroristas
hispanos-. Una cosa tras otra fue urdida para mantener a
la población en un permanente estado de miedo mientras
llevaban a cabo sus mayores guerras terroristas.
Recordemos que la misma gente
declaró en 1981 una guerra contra el terror que se
convertiría en el núcleo central de la política
exterior estadounidense enfocada fundamentalmente en
Centroamérica. Llevaron a cabo una guerra contra el
terror en América Central donde acabaron matando a unas
200.000 personas y dejando cuatro países devastados.
Desde 1990, cuando EE.UU. se hizo con ellos de nuevo, se
han hundido más aún en una profunda pobreza. Ahora están
haciendo lo mismo por los mismos motivos -están
llevando a cabo programas domésticos a los que la
población se opone contundentemente porque les
perjudica.
Pero las aventuras
internacionales, la invención de enemigos que están a
punto de destruirnos, no son nuevas, nos son familiares.
No lo inventaron ellos, otros han hecho lo mismo a lo
largo de la historia. Pero se han convertido en maestros
de este arte y lo están volviendo a hacer ahora.
No quiero sugerir que no tengan
motivos para querer tomar el poder en Irak. Por supuesto
que los tienen, motivos muy antiguos que todo el mundo
conoce. Controlar Irak pondrá a EE.UU. en una posición
muy poderosa para extender su dominio sobre las mayores
reservas energéticas del mundo. No es una razón pequeña.
Pero fijémonos en el momento
concreto. Es realmente chocante que la avalancha de
propaganda comenzara en septiembre -¿qué ocurrió en
septiembre? Fue cuando comenzó la campaña para el
congreso y estaba claro que los republicanos no iban a
ganar dejando que dominaran los asuntos sociales y económicos.
Hubieran sido arrollados. Tenían que hacer exactamente
lo mismo que hicieron en los ochenta; sustituirlos por
asuntos de seguridad y en el caso de una amenaza a la
seguridad la gente tenderá a cerrar filas en torno al
presidente -una figura fuerte que nos protegerá de
horribles peligros.
La dirección más probable que
esto tomará [después de una guerra con Irak] será Irán,
y posiblemente Siria. Corea del Norte es un caso
diferente. Lo que están demostrando al mundo con gran
claridad es que si quieres impedir una agresión
estadounidense, más te vale tener armas de destrucción
masiva (ADM), o una amenaza de terrorismo creíble.
Ninguna otra cosa les detendrá -no les pararán fuerzas
convencionales. Esa es una lección terrible, pero es
exactamente la que se está enseñando.
Durante años, expertos de los
medios de comunicación convencionales han estado
destacando que EE.UU. causa la proliferación armamentística
con sus aventuras ya que los demás no pueden protegerse
si no es con ADM o la amenaza del terror. Kenneth Waltz
es uno de los que subrayaba esto recientemente. Pero
hace años, incluso antes de la administración Bush,
comentaristas de primera línea como Samuel Huntington
de Foreign Affairs, la principal revista del
establishment, destacaban que Estados Unidos estaba
siguiendo un curso peligroso. Huntington hablaba sobre
la administración Clinton pero apuntaba que, para gran
parte del mundo, EE.UU. es considerado ya como un estado
criminal y el mayor peligro para su existencia. De hecho
una de las cosas sorprendentes sobre la actual oposición
a la guerra, repito sin precedentes, es la amplitud con
la que se extiende por todo el espectro político. Las
dos mayores publicaciones sobre política exterior,
Foreign Affairs y Foreign Policy acaban de publicar en
sus ediciones más recientes artículos muy críticos de
distinguidas figuras de los medios de comunicación
mayoritarios oponiéndose al recurso de la guerra en
este caso.
La American Academy of Arts and
Sciences rara vez se posiciona en asuntos de actualidad
controvertidos y acaba de publicar un largo monográfico
de su comité de seguridad internacional sobre este
tema, en el que da una descripción de lo más cordial
de la posición de la administración Bush para después
desmontarla línea a línea entrando en terreno
resbaladizo -mucho más de lo que me hubiera gustado-
pero consiguiéndolo con éxito.
Existe mucho miedo y preocupación
por este aventurismo, al que un analista llamaba "tontas
fantasías de sillón". Mi preocupación es más
bien "¿cómo va a afectar a los iraquíes?" y
"¿cómo va a afectar a la región?" pero
estas preocupaciones son del tipo "¿cómo nos va a
afectar a nosotros?".
Matthew Tempest: Se volverá
contra ellos mismos la propaganda si no se establece la
democracia en Irak después de la "liberación"?
NC: Tiene razón al llamarlo
propaganda. Si esta es una de las finalidades de la
guerra, ¿por qué entonces no lo dicen?, ¿por qué están
engañando al resto del mundo?, ¿qué sentido tienen
entonces los inspectores de la ONU? De acuerdo con esta
propaganda todo lo que estamos diciendo en público es
pura farsa -no nos importan las armas de destrucción
masiva, no nos importa el desarme, tenemos otro objetivo
en mente que no os decimos y que consiste, de repente,
en que vamos a llevar la democracia a Irak por medio de
la guerra. Pues bien, si este es el objetivo dejemos de
mentir sobre ello y pongámosle fin a toda la farsa de
las inspecciones y demás, y digamos simplemente que
ahora estamos en una cruzada para llevar la democracia a
países que sufren bajo gobiernos tiranos. De hecho esta
es una cruzada tradicional, es lo que hay detrás de los
horrores de las guerras coloniales y sus equivalentes
modernos, y nosotros tenemos un historial muy rico
mostrando cómo funciona esto. No es algo nuevo en la
historia.
En este caso particular no se
puede predecir qué pasará una vez comience la guerra.
En el peor de los casos quizá ocurra lo que las
agencias de inteligencia y las organizaciones de ayuda
predicen -esto es, un aumento del terrorismo como
disuasión o venganza, y para el pueblo iraquí, que
apenas supera el límite de la supervivencia, podría
significar la catástrofe humanitaria sobre la que las
organizaciones de ayuda y la ONU nos han estado
advirtiendo. Por otro lado es posible que ocurra lo que
los halcones de Washington esperan -una victoria rápida,
ausencia de combates que comentar, imposición de un
nuevo régimen, con una fachada democrática y
asegurarse de que EE.UU. tenga grandes bases militares
en Irak así como el control efectivo del petróleo.
Las posibilidades de que
consientan algo parecido a una democracia real son mínimas.
Hay grandes impedimentos en su camino -impedimentos que
motivaron que Bush nº1 se opusiera a las rebeliones de
1991 que podían haber derrocado a Sadam Hussein. Al fin
y al cabo, podía haber sido derrocado entonces si EE.UU.
no hubiera autorizado a Sadam a aplastar las rebeliones.
Un problema importante es que prácticamente
el 60% de la población es chiíta. Si hay algún tipo
de gobierno democrático, ellos tendrán algún tipo de
voz, de hecho la voz mayoritaria respecto a cuál ha de
ser el gobierno. No son pro-iraníes pero lo más
probable es que la mayoría chiíta se uniera al resto
de la región intentando mejorar las relaciones con Irán
y reducir el nivel general de tensión en la región
reintegrando a Irán en ella. Ha habido movimientos en
ese sentido entre los estados árabes y la mayoría chiíta
en Irak probablemente lo haría. Eso es lo último que
quiere EE.UU. Irán es el próximo objetivo.
No quiere una mejora de las
relaciones. Es más, si la mayoría chiíta obtiene por
primera vez una verdadera voz en el gobierno, la minoría
kurda querrá algo similar. Y querrá la realización de
sus justas demandas de un mayor grado de autonomía en
las regiones del norte. Turquía no va a tolerar eso.
Turquía ya tiene miles de tropas en el norte de Irak básicamente
para prevenir una evolución de ese tipo. Si hay
movimiento hacia Kirkuk, considerada por ellos como su
capital, Turquía se moverá para bloquearlo y EE.UU. le
apoyará con toda seguridad igual que le apoyó en sus
masivas atrocidades contra los kurdos en las regiones
del sudeste durante los años noventa. Lo que al final
tendremos será, o bien una dictadura militar con una
fachada democrática, como por ejemplo un parlamento que
vota mientras el ejército lleva las riendas entre
bastidores -no sería nada nuevo-, o bien la entrega del
poder a las manos de alguien como la minoría Sunni,
quien ya lo tuvo en el pasado.
Nadie puede predecir nada de
esto. Lo que ocurrirá cuando se empieza una guerra no
se sabe. La CIA no puede predecirlo, Rumsfeld no puede
predecirlo, nadie puede. Podría ocurrir cualquiera de
estas cosas. Por eso la gente cuerda reniega del uso de
la violencia a menos que existan razones abrumadoras
para ello, los peligros son simplemente demasiado
grandes. Sin embargo sorprende que ni Bush ni Blair
presenten algo parecido a esto como su objetivo a lograr
con la guerra. ¿Acaso han acudido al consejo de
seguridad y han propuesto una resolución para llevar la
democracia a Irak mediante el uso de la fuerza? Por
supuesto que no. Porque saben que se reirían de ellos.
Bush y su administración
dijeron ya en noviembre al consejo de seguridad abierta
y directamente que la ONU será "relevante" si
nos otorga la autoridad para hacer lo que queramos, para
usar la fuerza si queremos, y si la ONU no lo hace será
irrelevante. No podía ser más claro. Dijeron que ya
tenemos la autoridad para hacer lo que queramos, o venís
a respaldar esa autorización o sois irrelevantes. No
podía haber una forma más clara y explícita de
informar al mundo de que no nos importa lo que piense,
haremos lo que queramos. Esta es una de las principales
razones por las que la autoridad de los líderes
estadounidenses se ha hundido según la encuesta del
Foro Económico Mundial.
Otros países probablemente
participarán en la guerra de Estados Unidos, pero lo
harán por miedo.
Título original: Chomsky On The
Anti War Movement Origen: The Guardian, 4 de febrero de
2003 Traducido por Juan Aballe y revisado por Mateu Llas
Por qué voy a Irak
La carta de un escudo humano
Manuel Terrazas Guerrero
Voy a Irak porque amo
profundamente la vida. Porque tengo 29 años y en este
momento, más que nunca antes, percibo cada segundo como
un regalo. Respiro y el aire me llena de fuerza.
Despierto al amanecer y el sol me canta una canción que
voy poco a poco entendiendo. Voy a Irak porque amo
profundamente la vida.
Voy a Irak porque el amor, el
amor de a de veras, no admite egoísmos. Y, como dije,
ahora, más que nunca, amo la vida. Y el amor, el amor
de a de veras, no admite egoísmos. Este amor es amor
pues se ama a sí mismo en el otro, en el amor de los
otros. El amor de a de veras se reconoce en el amor de a
de veras de los otros y por eso es que no admite egoísmos.
Voy a Irak porque no puedo
contemplar el absurdo absoluto, el sin sentido del
"viva la muerte" sin hacer nada y no sentir
que la falta de acción me hace cómplice.
Voy a Irak porque creo que la
gente debe morir en paz, rodeada por gente a quien ama y
quien le ama. Creo que la gente debe morir por el efecto
del tiempo y la naturaleza tan sabia, no por una bomba
que se tira para que alguien coseche algunas monedas.
Voy a Irak porque quiero vivir
para tener hijos, porque quiero poder ver sus ojos,
sostener su mirada y decirles: "amen la vida y
recuerden que por el amor, el amor de a de veras, se
lucha, se arriesga, se lucha".
Voy a Irak porque quiero ir y
volver y no puedo evitar sentir que si no voy me habré
ido sin poder regresar nunca. Quiero ir para volver.
Quiero volver, volver, volver. Y, para eso, necesito
haber ido.
Voy a Irak porque si no voy, si
no me levanto, marcho y grito con fuerza: "¡Paren
esta locura, ya suficiente dolor se ha vivido!"
Entonces, callado, seguiré gritando toda la vida. Y amo
demasiado el silencio. Amo demasiado la risa. No quiero
que mi vida sea un grito continuo.
Voy a Irak porque no creo en las
fronteras, no creo en los países, no creo en las
banderas y mucho menos en los sistemas de gobierno. En
lo que yo creo, y ahí sí, de a de veras, es en Juan,
en Tonantzin, en Ibrahim, en María, en Aisha, en Said,
en Ernesto, en Buba, en Fátima y en Helena. Yo creo en
la gente, creo profundamente en la gente.
Voy a Irak porque si no fuera, o
si no ayudara a los que van, entonces estaría ayudando
a otros que también fueron, pero para asesinar no a los
que no van sino a los que se quedan, pues de allá son y
allá viven. Y ése es el único delito que han cometido.
Voy a Irak porque tú no puedes
ir conmigo, pero no importa. Porque al ir te llevo
dentro y entonces no soy uno sino un chingo: soy yo, tú,
ése, la otra, aquél, y también los que olvido.
Voy a Irak porque quiero que te
acuerdes de que las guerras lejanas no existen, de que
las guerras ajenas no existen, de que si nos conociéramos
seríamos amigos y, como yo estoy allá, tú puedes
decir sin mentir que no hay duda: tú, allá, también
tienes amigos.
COLOMBIA
IL POPOLO COLOMBIANO NON APPOGGIA LA GUERRA CONTRO L'IRAQ
L'amministrazione nordamericana ha preso la decisione di
attaccare l'Iraq, cosa per la quale conta sull'appoggio
deciso di altri due governi, quello della Gran Bretagna
e quello della Spagna. Come segnalato dal presidente
della Francia, Jacques Chirac, non esiste una
giustificazione di fondo per un'aggressione di tale
natura che si tradurrà in un grande olocausto contro la
popolazione irachena. Il presidente Bush ha ignorato
l'appello di milioni di esseri umani in tutto il mondo,
opinione pubblica nordamericana compresa, che si sono
mobilitati contro la guerra. Ed alla luce delle norme
dell'ONU, tale aggressione è illegale ed arbitraria.
Il presidente Uribe Vélez e il suo cancelliere Carolina
Barco hanno annunciato
il loro appoggio all'aggressione unilaterale degli Stati
Uniti contro il popolo iracheno. Tale decisione
non solo si scontra con il comportamento dignitoso della
maggior parte dei governi latinoamericani, che hanno
reclamato una soluzione per la via diplomatica, ma non
è nemmeno spalleggiata dalla popolazione colombiana che
si è espressa contro la guerra, come registrano alcuni
sondaggi.
Il Comitato Permanente per la Difesa dei Diritti Umani,
fedele ai principi che vi hanno dato origine, si
pronuncia risolutamente contro la guerra e lancia un
appello affinché si rafforzi un grande movimento capace
di fermare l'avventura bellica e rivendicare la sovranità
e l'autodeterminazione dei popoli.
Bogotá, 19 marzo del 2003
Giunta Direttiva del Comitato Permanente per la Difesa dei
Diritti Umani
CONTRO LA GUERRA IN IRAK, IN PIAZZA!
Di fronte all'imminenza di un'aggressione criminale del
governo degli Stati Uniti contro l'Iraq, si solleva
indignata l'opinione mondiale. Bush, che ha già
mostrato la sua indole depredatrice contro il Terzo
Mondo in occasione dell'ingiusta invasione in Afganistan,
sfida l'umanità nell'intento di appropriarsi delle
ricchezze energetiche e distruggere un paese, membro
delle Nazioni Unite, abbattendo con la violenza le sue
autorità.
Washington dimostra che, quando usa la forza ed il potere
militare, il diritto internazionale,
l'autodeterminazione dei popoli e l'ONU non valgono
niente. La progettata aggressione all'Iraq, con la
complicità dell'Inghilterra e della Spagna, dimostra
che l'imperialismo vuole un ordine mondiale in cui
democrazia, libertà, e sovranità siano aria fritta.
Bush ha fatto dell'antiterrorismo un pretesto per mettere
sotto accusa la pace mondiale.
E non c'è niente di più offensivo del comportamento di
Uribe Vélez, che spalleggia incondizionatamente la
barbarie del terrorismo imperialista. Il suo portavoce
all'ONU, Luis Guillermo Giraldo,
esegue gli ordini dei padroncini del nord. Uribe Vélez
è l'unico
governante del mondo attuale ad avallare l'intervento di
truppe
nordamericane nel proprio paese, a chiedere che occupino
l'Amazzonia
e che controllino i mari continentali. La politica di
sicurezza in
corso, e la cui prossima espressione sarà il liberticida
Statuto
Antiterrorista, è la versione per la Colombia della
politica
guerrafondaia di Bush contro l'Iraq e contro i popoli del
mondo.
Bisogna condannare con coraggio ed energia l'aggressione
all'Iraq. La
calcolata mattanza del popolo iracheno deve destare il
ripudio di
ogni colombiano e colombiana, in ogni angolo della
Colombia. Così
come merita un'uguale condanna la presenza e l'azione
diretta di
effettivi militari degli Stati Uniti nelle questioni
interne del
nostro paese. E' necessaria l'unità del popolo per far
valere la
dignità e la sovranità nazionali.
Il Partito Comunista Colombiano chiama alla mobilitazione
popolare e
democratica contro la guerra imperialista in Iraq,
contro il Plan
Colombia e le truppe statunitensi nel paese, e ribadisce
la necessità
di soluzioni pacifiche e del rispetto per
l'autodeterminazione, la
sovranità degli stati ed il diritto internazionale.
Inoltre, appoggia l'appello per la Giornata Nazionale del 27
marzo
con lo slogan "Il popolo in piazza contro
l'aggressione imperialista".
Comitato Esecutivo Centrale del Partito Comunista Colombiano
Tiosha Bojorquez Chapela Se
suman más voces a un no a la guerra
Al llamado que intelectuales y
académicos latinoamericanos dirigimos a los presidentes
Vicente Fox de México y Ricardo Lagos de Chile, demandándoles
votar "en forma categórica en contra de todo
acuerdo del Consejo de Seguridad que pueda de alguna
manera servir de justificación para la guerra", se
suman hoy las voces de Pablo González Casanova, Atilio
Borón, Aníbal Quijano, Gonzalo Ituarte, Tomás Moulia,
Jaime Caycedo Zuriago, John Holloway, Guido Galafassi,
Gurdrun Lenkersdorf, Carlos Lenkersdorf, Gladys Marín
Millie (presidenta del Partido Comunista de Chile),
Magdalena Gómez, Emilio Taddei, Enrique Rajchenberg,
Felipe I. Echenique March, Gerónimo de Sierra, Jorge
Fuentes Morúa, Jorge Lora, Jorge Rojas (presidente de
CODEES, Colombia) Magdalena Valdivieso, Rosa María Márquez,
Margarita López Maya, Beatriz Stolowicz, Sergio
Tischler, Marcela Lagarde, Montserrat Gispert,
Movimiento Anaruista Independiente, Buenos Aires, Pablo
Gentilli, Paloma Villegas, Revista La Guillotina,
Walter Heredia, Arturo Neri Contreras, Mujeres por el Diálogo,
Marcha Mundial de las Mujeres en México Red Nacional de
Género y Economía, Osvaldo Barsky, Comité de Abogados
en Defensa de los Trabajadores y Reprimidos. Alberto
Rodríguez, Cristina Pizzonia, Marina Salcedo Fernández,
Aurora Elizondo Huerta, Salvador Barreto Flores, Alfredo
Tapia Naranjo, Alejandra García Carrillo, Verónica
Huerta, Lorena Moscovich, Rosario Alvarez, Regina María
A. Fonseca Gadelha, Nair A. Fonseca Gadelha, Gabriela
Cisneros García y Alfonso López.
Atentamente
Ana Esther Ceceña
No al voto de México en favor
de la guerra
: Las organizaciones de mujeres y civiles abajo firmantes
queremos hacer un llamado al presidente Vicente Fox
Quesada y al representante de México en la ONU, Adolfo
Aguilar Zinser, para que representen fielmente el sentir
pacifista de la población mexicana y voten en contra de
una intervención armada por parte de Estados Unidos a
Irak. Sabido es que las consecuencias de una guerra como
la que se ha estado planeando desde hace ya mucho tiempo
por el gobierno estadunidense, serán muy graves para la
población civil iraquí.
Desde hace una semana, los
discursos pronunciados por Vicente Fox respecto a la
guerra se han ido modificando, dando muestras de que el
voto de México en el Consejo de Seguridad de la ONU
podría apoyar la guerra de Estados Unidos. En su
programa radiofónico del sábado (La Jornada 2-03-03)
el Presidente hacía ya cuentas a favor con los recursos
excedentes que ingresarían al presupuesto nacional como
consecuencia del incremento en los precios del petróleo.
Por este conducto expresamos
nuestra oposición rotunda a contar con ingresos
petroleros que estuviesen manchados con la sangre de
mujeres y niños de un país que desde hace muchos años
sufre las consecuencias de un bloqueo económico.
A sólo dos días de una segunda
votación en el Consejo de Seguridad, creemos que es
urgente reiterarle a nuestro gobierno que la mayoría de
las mexicanas y los mexicanos no queremos apoyar una
guerra que en nada nos beneficia y sí, por el
contrario, dejaría al mundo completamente en manos del
poder imperial de Estados Unidos.
Afluentes, AC; Asociación de
Autoridades Locales de México (AALMAC); Centro de Apoyo
para Empleadas del Hogar, AC; Comisión Mexicana de
Defensa y Promoción de los Derechos Humanos; Consorcio
para el Diálogo Parlamentario y la Equidad, AC; Equidad
de Género, AC; Foro Nacional de Mujeres y Políticas de
Población; Proyecto de Desarrollo Rural Integral
Vicente Guerrero, AC; SINFÍN-Convergencia de Organismos
Civiles por la Democracia; Salud Integral para la Mujer,
AC (SIPAM).
Responsable de la publicación:
María Eugenia Chávez Fonseca, responsable de Proyectos,
Salud Integral para la Mujer, AC
Están en contra de la amenaza
de genocidio que impulsa Bush
Los abajo firmantes, quienes
conformamos la planta académica de El Colegio de
Tlaxcala, AC, acordamos sumar nuestras voces contra la
amenaza de genocidio que viene impulsando el gobierno de
George W. Bush, contra el gobierno de Irak, el pueblo
iraquí y también decirlo, contra los pueblos del mundo
que se atrevan a limitar sus impulsos hegemónicos.
Demandamos del gobierno de México que no otorgue ningún
voto a la guerra.
Atentamente
Félix Cadena B., Abraham Carro
A., Sergio Straffon V., Noé Santacruz García, María
de Lourdes Sánchez, Laura Collín M., René Valdiviezo,
Delio I. Vázquez Lozada, Sergio Flores González
RIFLESSIONE. BENEDETTO VECCHI
INTERVISTA SASKIA SASSEN
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 26 marzo 2003.
L'intervistatore cosi' presenta Saskia Sassen in una
scheda annessa all'intervista: "Saskia Sassen,
olandese di nascita, ha passato la sua prima giovinezza
in Argentina, trasferendosi poi in Italia per approdare,
infine, negli Usa, dove insegna all'Universita' di
Chicago e alla Columbia University di New York. Ma il
suo nomadismo intellettuale la porta spesso in Italia,
in Francia e in Inghilterra. Attivista da sempre nella
"nuova sinistra" e' pero' poco incline al
dogmatismo che caratterizza spesso il pensiero critico
statunitense. Il suo nome e' divenuto famoso per un
saggio sulle Citta' globali, una analisi
particolareggiata del ruolo di New York, Londra, Tokyo
nell'economia globale (il libro e' stato pubblicato
dalla Utet). La tesi centrale del volume e' che in
alcune citta' si sono concentrati alcuni servizi
finanziari, legali, di progettazione organizzativa, di
ricerca e sviluppo che sono indispensabili, per
coordinarlo, a un processo produttivo disseminato
potenzialmente in tutto il pianeta. Proprio per questi
motivi, nelle citta' globali la 'polarizzazione sociale'
raggiunge il suo acme. Saskia Sassen ha in seguito
applicato questa griglia analitica a molte altre citta',
come San Paolo, Miami, Singapore, Honk Hong nel libro Le
citta' nell'economia globale (Il Mulino). Oltre a questo
tema, uno degli argomenti da lei studiati e' la crisi
delle sovranita' nazionali nell'economia mondiale (Losing
control, tr. it.: Fuori controllo, Il Saggiatore) e le
conseguenze sociali della globalizzazione economica (Globalizzati
e scontenti, Il Saggiatore). Ed e' all'interno di questo
argomento che e' maturato il suo interesse per il ruolo
delle migrazioni nello sviluppo economico europeo
(Migranti, coloni, rifugiati. Dall'emigrazione di massa
alla fortezza Europa, Feltrinelli), dove il migrante
diventa la figura simbolica della globalizzazione
economica"]
Con voce chiara, scandendo bene le
parole, Saskia Sassen non ha dubbi. La guerra degli
Stati Uniti e dell'Inghilterra coincide con la fine
della "geografia unificata" dell'economia
globale. E dietro le macerie dell'Iraq si profila un
nuovo mondo bipolare che non avra' nulla di quello
conosciuto durante la guerra fredda. In entrambi i
"poli", infatti, ci sara' l'economia di
mercato, ma crescera' la competezione tra stati-nazione
e le "coalizioni" che riusciranno a stabilire.
Non siamo quindi alla catastrofe del neoliberismo, ma a
un "riallineamento politico". Ma dopo questo
giudizio espresso quasi senza riprendere fiato, la
docente di economia urbana all'universita' di Chicago e
alla Open University chiede un po' di tempo per
riordinare le idee. E l'intervista deve quindi snodarsi
tra un telefono, una pausa per l'aereo che la conduce da
Parigi a Londra, internet e di nuovo il telefono. Nota
per i suoi studi sulle "citta' globali" e la
crisi dello stato-nazione nella globalizzazione
economica, Saskia Sassen pensa che bisogna tenere i
nervi molto saldi, perche' a parlare non ci sono solo le
armi, ma anche milioni di uomini e donne che, nella
preparazione delle mobilitazioni contro la guerra,
stanno sperimentando "pratiche di cittadinanza
transnazionali" che influiranno molto sul mondo di
questo dopoguerra.
- Benedetto Vecchi: Le spiegazioni della
guerra degli Usa e dell'Inghilterra contro l'Iraq sono
molteplici. Qualcuno ritiene Saddam Hussein un
dittatore, pericolososo per il suo paese e per la
stabilita' internazionale, ragione sufficiente per
cacciarlo via con ogni mezzo. Altri sostengono che la
guerra serve agli Stati Uniti per appropriarsi delle
riserve petrolifere irachene; altri ancora ritengono che
l'obiettivo di Bush sia molto piu' ambizioso: creare un
ordine mondiale cucito su misura degli interessi
statunitensi. Per te invece?
- Saskia Sassen: La terza che hai detto.
Ma prima di risponderti, voglio fare una premessa per me
importante: questa guerra e' illegale dal punto di vista
del diritto internazionale e ingiustificata dal punto di
vista della minaccia reale rappresentata da Saddam
Hussein. Detto questo, sono convinta che l'intervento
militare in Iraq fa parte di un progetto piu' ampio che
va ben al di la' del mutamento degli assetti politici a
Baghdad. Bisogna pero' capire chi vuole questa guerra e
quali saranno i benefici per gli statunitensi. Per noi
americani, il bilancio sara' disastroso. Costera' un
mare di soldi. L'ultima stima ufficiale e' che la guerra
all'Iraq costera' 75, 80 miliardi di dollari in piu' di
quello previsto in precedenza: una cifra enorme che
pesera' sul gia' enorme deficit di bilancio. Sono
convinta inoltre di quanto sostengono la maggior parte
degli analisti, che sono persuasi che questa guerra non
portera' benefici all'economia. Magari andra' bene alle
imprese scelte due settimane fa dal governo statunitense
per ricostruire l'Iraq. Al di la' del fatto che Bush ha
preso questa decisione quando all'Onu era ancora aperta
la discussione sull'intervento militare o meno, va
sottolineato che anche in questo caso solo alcune
imprese parteciperanno alla spartizione della torta.
Quindi possiamo dire che la guerra la vuole solo una
parte dell'establishment economico. Stando ai sondaggi,
sembra pero' che gli americani la adorino: per loro e'
uno spettacolo grandioso - e in effetti le immagini sono
drammaticamente sbalorditive. Un vero evento mediatico.
Ma e' una guerra dichiarata in un contesto in cui il
governo ha posto un'alternativa secca: o con noi o
contro di noi. L'amministrazione Bush ha fatto dunque
leva sul patriottismo. I media si sono poi dilungati
sulla notizia che Bush e la Rice pregano insieme in
ginocchio nello Studio ovale, evocando il profondo
puritanesimo della societa' americana e ingigantendo
l'immagine di una nazione unita dalla preghiera. A tutto
cio', possiamo aggiungere una variabile che sta pesando
molto nelle decisioni di George W. Bush e che riguarda
un sentimento di intolleranza dell'establishment
neo-conservatore verso tutto cio' che potremmo definire
"diversita' su scala globale". Gli Usa hanno
costretto gran parte delle nazioni a diventare
neoliberiste, cioe' a intraprendere politiche di
privatizzazione, di apertura dei mercati interni agli
investimenti esteri, anche se questo significava lasciar
morire di fame le rispettive popolazioni. Credo, pero',
che gli Stati Uniti stiano abusando del proprio potere.
Storicamente, quando questo e' accaduto abbiamo
assistito alla fine dei grandi imperi. E' forse
un'ironia della storia, ma quando un potere e' assoluto,
vengono a mancare alcune condizioni che lo disciplinano,
e questo porta alla sua crisi.
- B. V.: Dall'11
settembre in poi, c'e' stato un gran parlare di
recessione economica. Le borse sono crollate, molte
imprese dot.com sono state spazzate via dal ritorno
dell'Orso a Wall Street, gli Usa hanno scoperto che
molte corporation, come la Enron, hanno barato. La
recessione non si presenta quindi solo come una crisi
economica, ma come crisi sociale e politica del
capitalismo neoliberista. Puo' essere anche questa una
spiegazione del "perche' la guerra". Non
credi?
- S. S.: Si', stiamo assistendo a una
profonda crisi del neoliberismo, compresa una crisi
della sua legittimita'. A livello generale, l'economia
globale non ha mantenuto la sua promessa di una
prosperita' di cui avrebbero beneficiato, chi piu' chi
meno, gran parte degli abitanti del pianeta. I
"programmi di aggiustamento strutturale" del
Fmi non hanno certo favorito i paesi del Sud del mondo.
In molti casi e' piuttosto accaduto il contrario: basti
pensare che alcuni stati hanno quasi dichiarato
bancarotta. Ma la crisi di credibilita' del neoliberismo
riguarda anche gli Stati Uniti. Negli Usa, infatti, e
nonostante tutte le chiacchiere sulla trasparenza
aziendale, le frodi perpetrate da alcune imprese e la
crisi delle borse hanno provocato la perdita della
pensione per decine di migliaia di lavoratori,
provocando in molti settori della popolazione una
sfiducia totale nel neoliberismo.
- B. V.:
Secondo te questa convergenza tra crisi economica e
crisi di legittimita' spiega anche il terremoto politico
che ha accompagnato le fasi precedenti la guerra. Mi
riferisco alle divisioni all'interno dell'Unione
europea, alla crisi dell'Onu, alla tensione tra Chirac e
Bush...
- S. S.:
E' indubbio che i disaccordi sulla guerra in Iraq
avranno conseguenze globali. Tuttavia, piu' che un
terremoto politico io parlerei di "riallinenamenti"
politici. Secondo me, ci sara' il ritorno a un mondo
politico bipolare che sancira' la frammentazione della
globalizzazione economica. E tutttavia i conflitti di
cui parli non hanno inferto un colpo mortale al progetto
politico-economico neoliberista. Il mondo che uscira'
dalla guerra con l'Iraq sara' si' bipolare, ma non avra'
nulla a che fare con quello conosciuto durante la guerra
fredda, perche' le economie di mercato sono la costante
in entrambi i poli. Vivremo cioe' in un mondo dove il
capitalismo e' il modello dominante, anche se ci saranno
diversita' politiche, ad esempio, sul ruolo dello stato
nell'attivita' economica. In fondo, gia' adesso ci sono
corporation americane che hanno la leadership in alcuni
settori, mentre sono francesi le imprese che, ad
esempio, fanno la parte del leone nella produzione e
nella gestione delle risorse idriche. E l'acqua sara' il
futuro petrolio bianco. Un altro criterio con cui
guardare al mondo bipolare e' quello delle citta'
globali. Negli ultimi anni, Parigi e Francoforte sono
emerse come centri finanziari globali, mentre prima
erano molto indietro rispetto a New York e Londra.
Questo e' significativo per comprendere cosa accadra' in
futuro, perche' le citta' globali concentrano le risorse
e le capacita' per la gestione e l'assistenza delle
operazioni globali dei mercati e delle aziende. Questa
caratteristica, che in passato ho definito le
piattaforme locali dell'economia globale, assegna loro
anche un forte potere attrattivo per il business.
Possiamo quindi ragionevolmente prevedere che, ognuna
per conto suo, le metropoli che ho citato saranno in
competizione tra loro, ma potranno anche stringere
alleanze. Mi sembra che e' quanto stia gia' accadendo.
Quello che voglio dire e' che il mondo bipolare che si
profila all'orizzonte incoraggera' si' la competizione,
ma favorira' anche coalizioni tra economie nazionali
forti e l'alleanza tra queste e quelle deboli. La crisi
della geografia unificata dell'economia globale non va
quindi giudicata come una catastrofe, perche' la sua
frammentazione portera' benefici, ad esempio, ai paesi
esclusi o ai margini del neoliberismo. In sintesi, in un
mondo politicamente bipolare l'economia globale del
prossimo futuro sara' piu' inclusiva e diversificata.
- B. V.:
Il movimento antiglobalizzazione e' stato uno dei
protagonisti dell'opposizione alla guerra in nome di
un'alternativa al neoliberismo. Il "New York Times"
ha parlato di un'altra superpotenza nel mondo dopo gli
Usa, il movimento antiglobalizzazione. Come valuti le
mobilitazioni di questi ultimi mesi contro la guerra?
- S. S.: Credo
che il movimento antiglobalizzazione svolgera' un ruolo
cruciale nel ridisegno del mondo. E' infatti un
movimento globale che propugna una cittadinanza globale,
fattore che gli consente un protagonismo politico
impensabile solo fino a pochi anni fa. In un'intervista
con "Il manifesto" (Marco d'Eramo, 22 aprile
2001) avevo affrontato il tema delle "micropratiche
della cittadinanza". Potremmo dire che ora ci
troviamo di fronte a pratiche di cittadinanza
transnazionale. Nel caso dell'Europa, questo e' quanto
sta emergendo con forza nel movimento contro la guerra
in Iraq. Mi sembra cioe' che i cittadini europei stiano
andando oltre i propri leader nazionali, visti
alternativamente come eroi (Chirac) o come farabutti (Blair),
e stiano incominciando a costruire una pratica di
cittadinanza europea che supera gli stati nazionali e i
partiti politici nazionali. I cittadini, e uso questo
termine nel senso piu' ampio, non solo formale, dei
paesi europei i cui governi sono storicamente rivali
(Francia e Regno Unito, Francia e Germania), ora si
uniscono attraverso le frontiere. Le immagini delle
manifestazioni contro la guerra veicolate dai media
globali alimentano questo sentimento politico che
potremmo definire universalistico. Un senso di "europeita'"
sta nascendo ed e' molto piu' sofisticato di quello che
misura la Commissione europea per aumentare la
partecipazione dei cittadini. Chi manifesta la sua
contrarieta' alla guerra mette l'accento su questa
cittadinanza transnazionale e non sul conflitto fra
Blair e Chirac. Cosi', gli inglesi vedono in Blair un
leader politico che mette in pericolo l'Europa e Chirac
un po' come un eroe. Allo stesso modo, i francesi
pensano che Chirac debba gestire il conflitto con Blair
in vista del rafforzamento dell'Europa e non solo in
funzione della difesa degli interessi nazionali.
- B. V.:
La guerra non ha solo degli effetti nei luoghi dove si
combatte, ma anche all'interno dei paesi che l'hanno
voluta. Dopo l'11 settembre, l'amministrazione Bush ha
emanato delle leggi che limitano la liberta' di
movimento per i migranti e alcuni diritti civili... Le
citta' globali diventeranno delle fortezze presidiate
militarmente?
- S. S.: Certamente.
Non c'e' alcun dubbio che la guerra in Iraq avra' delle
ripercussioni globali e quindi anche negli Stati Uniti.
Il Patriot Act, la legge approvata dal parlamento dopo
gli attacchi dell'11 settembre, ha ridotto i diritti
legali dei migranti e di alcune minoranze. La paura
degli attacchi terroristici portera' a una
militarizzazione degli spazi pubblici, dei sistemi di
trasporto. Questo e' un elemento potenzialmente fascista
all'interno degli Stati Uniti che prima o poi ci
tocchera' tutti, cittadin o migranti, minoranze sospette
o meno, poveri o ricchi. A proposito delle citta'
globali che diventano fortezze ci sono alcuni dati
interessanti del Dipartimento di Stato sugli anni
Novanta che mostrano come, dopo il 1998, le citta' siano
diventate il principale obiettivo degli attacchi
terroristici. E' inoltre molto probabile che la guerra
contro l'Iraq avra' quello che alcuni studiosi chiamano
un "ritorno di fiamma", cioe' spingere un
numero impreciso di "indecisi" alla scelta
terrorista e che le metropoli diventeranno sempre piu'
"obiettivi sensibili". Da quando Bush e Blair
hanno
iniziato a parlare di guerra, abbiamo assistito
all'aumento del livello di allerta in citta' come Londra
o New York. Con il mio gruppo di studio sulle citta'
globali abbiamo fatto una ricerca sui giornali Usa per
vedere se dall'11 settembre ci fosse stato da parte
dell'amministrazione Bush una qualche ammissione
relativa a due fatti: a) se il dipartimento di stato
avesse mai diffuso questi dati; b) che andare alla
guerra con l'Iraq avrebbe aumentato le possibilita' di
attacchi alle citta' americane piu' che ai militari
ammassati nel Golfo. Non possiamo diventare paranoici e
pensare che le citta' diventeranno stati-fortezze.
Considerato quanto odio e disperazione ci sono nel sud
del mondo, considerata la violazione del diritto
internazionale e le sofferenze per i civili
rappresentate dal bombardamento dell'Iraq, e'
sorprendente quanto poco terrorismo contro gli Stati
Uniti ci sia. Ma da oggi, forse, la situazione cambiera',
visto che
gli Usa stanno offrendo molti incentivi per spingere
molti giovani a varcare quella soglia oltre la quale
c'e' la scelta di morire combattendo contro il mio
paese.
Adoperarsi per fermare la guerra è responsabilità di tutti
Il primo pensiero, in questi giorni di guerra, è per il
popolo iracheno. Non siamo riusciti a prevenire una
guerra che andava assolutamente evitata: questa
responsabilità è, credo, condivisa e sentita da tutti.
Adoperarsi, da subito, per la cessazione delle ostilità,
per la fine della guerra e per la pace, è parte di
questa stessa responsabilità, ed è di tutti. Ritengo
gravissimo non aver dato più tempo agli ispettori e non
aver perseguito la discussione all’interno delle
Nazioni Unite. Non dobbiamo nasconderci la gravità del
momento: non si tratta unicamente di una questione che
riguarda la legalità internazionale, problema che
esiste e che dobbiamo insieme affrontare, ma soprattutto
di una questione che riguarda la sicurezza di tutti noi,
cittadini del mondo. Il concetto di guerra preventiva,
le nostre azioni nei confronti delle dittature, degli
abusi dei diritti umani, delle violazioni dei trattati
internazionali: è in atto un tentativo di rimettere
tutto in discussione.
Gli stessi organismi internazionali sono oggetto di aspre
critiche. Non essere riusciti ad evitare questa guerra
è più responsabilità della politica e della
diplomazia di singoli Paesi che del confronto interno
all’ONU. Sono convinto che l’unica speranza che
abbiamo di risolvere le controversie internazionali è
ancora oggi, più che mai nel passato, profondamente
legata all’esistenza di un organismo sovranazionale
come l’ONU, che va quindi difeso e rafforzato. Chi è
uscito da questo processo internazionale, con una guerra
definita preventiva, mette in discussione il futuro
dell’umanità. Non potrò mai sentirmi garantito e
sicuro da chi vuole che il mondo viva nella paura delle
armi. Mi sentirò sempre vicino a chi, invece,
costruisce la pace. Esistevano, ed ancora esistono,
scelte alternative: lavorare per dare risposte vere e
credibili alla questione medio orientale, sviluppare una
politica estera comune che si fondi sulla costruzione
del dialogo. Lavorare in sostanza per la pace e non per
la guerra. La potenza militare – che una volta era
definita deterrente – oggi è usata per attaccare
l’Iraq. Un Paese già allo stremo che ha convissuto
con dittatura e miseria.
Si riapre, in questo momento così
delicato, una discussione importantissima sulla legalità
internazionale: quante e quali sono le carte
Costituzionali che affermano il principio della pace e,
come per l’Italia, non consentono il ricorso alle armi
se non nella piena legalità internazionale? Quanti sono
i Parlamenti che hanno potuto, su un tema così delicato
ed importante come la pace, intervenire prima che le
truppe arrivassero nel Golfo ed iniziasse il ricorso
alle armi? - discussione parlamentare preventiva! Quanti
sono i Parlamenti dove una posizione contraria – come
in Australia al Senato – ha avuto effetti politici,
prima che si mettesse in moto la macchina
propagandistica, e nazionalista, della difesa ad
oltranza delle proprie truppe? L’Europa dei cittadini
e della democrazia, in vista della costituente europea,
dovrebbe interrogarsi anche su questi temi.
Il coordinamento dell’Ulivo in
Australia, attraverso l’associazionismo democratico e
gli organismi rappresentativi, comunicherà un programma
di iniziative per fermare la guerra ed aprire una
discussione su questi temi.
Marco Fedi
CGIE Australia
10. RIFLESSIONE. FRANCESCO COMINA
INTERVISTA LUIGI BETTAZZI
[Ringraziamo Francesco Comina (per
contatti: f.comina@ilmattinobz.it)
per averci messo a disposizione questa intervista gia'
apparsa sul quotidiano "Il mattino di
Bolzano". Francesco Comina, giornalista e saggista,
pacifista nonviolento, e' impegnato nel movimento di Pax
Christi; nato a Bolzano nel 1967, laureatosi con una
tesi su Raimundo Panikkar, collabora a varie riviste.
Opere di Francesco Comina: Non giuro a Hitler, Edizioni
San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2000; ha partecipato
alla redazione del libro di AA. VV., Le periferie della
memoria, e a AA. VV., Giubileo purificato. Luigi
Bettazzi, vescovo, presidente di Pax Christi, come tutti
sanno e' una delle figure piu' autorevoli della cultura
e della prassi di pace e nonviolenza]
- Francesco Comina:
Monsignor Luigi Bettazzi, la guerra preventiva e
permanente di George Bush avanza inesorabilmente. Le
truppe angloamericane stanno circondando Baghdad per
quella che viene definita la fase piu' cruenta del
conflitto. I morti si contano ormai a migliaia e un
missile ieri ha colpito un mercato. Quali sono, secondo
lei, i punti oscuri di questo intervento? Perche' si e'
voluto affrettare il passo e chiudere la porta alle
ispezioni Onu?
- Luigi Bettazzi: Noi
occidentali ci riempiamo la bocca di liberta' e
democrazia solo quando ci fa comodo. Penso alla
democrazia mondiale, penso all'imposizione del diritto
del piu' forte sul piu' debole. Sappiamo che l'Onu e'
stata sconfitta, scavalcata e ignorata perche' si
riteneva che una discussione ulteriore avrebbe prorogato
i tempi e reso problematica la vittoria. Noi
occidentali, in realta', confidiamo nella democrazia
solo quando ci fa comodo e ora ci presentiamo al mondo
come il gruppo umano che porta la democrazia in quel
Paese, l'Iraq, in mezzo a tanti altri Paesi che non
hanno la democrazia come sono i Paesi arabi. E' per
questo motivo che il papa sta insistendo cosi'
risolutamente contro l'idea e la prassi della guerra
permanente e preventiva di George Bush.
- F. C.: Si parla di petrolio. Molti
pensano che il vero motivo di questo conflitto sia la
volonta' delle potenze occidentali di accaparrarsi le
risorse energetiche irachene. Concorda?
- L. B.: Il
petrolio c'entra eccome! Il petrolio dell'Iraq come
quello dell'Afghanistan. Prima ancora che venissero rase
al suolo le twin towers, gia' si parlava della
necessita' di garantirsi il passaggio del petrolio
iracheno attraverso l'Afghanistan. Qualcuno aggiunge che
in fondo questa guerra e' anche una battaglia contro
l'euro perche' l'Iraq e il Venezuela erano i soli paesi
col petrolio che accettavano i pagamenti in euro. Ora,
non e' un caso che ci si stia accanendo cosi'
furiosamente per mettere la mani sul petrolio iracheno e
che in Venezuela sia scoppiato tutto il caos che abbiamo
visto dalle cronache mediatiche. E' un sospetto
legittimo, non crede?
- F. C.: E' un sospetto legittimo, come quello molto
diffuso in questi mesi secondo cui l'America si sta
imponendo come il nuovo impero mondiale. Ha anche lei
questo sospetto?
- L. B.: Quando l'America dice di voler
far fuori tutti gli "stati canaglia" del mondo
e quando parla di portare la democrazia dappertutto
senza passare attraverso gli organismi internazionali,
vuole che non venga il sospetto che ci sia la tentazione
dell'imperialismo? Ma nonostante tutto credo che sia
importante continuare ad aver fiducia nell'anima
dell'America affinche' emerga il fatto che la democrazia
funziona davvero solo se ci si crede e la si sa usare, e
se si sa rinunciare anche ai vantaggi particolari per il
bene dell'umanita'. Che si facciano delle assemblee come
a Kyoto e che non si firmino poi gli accordi, e che si
faccia una campagna contro le mine anti-uomo e che non
si accettino gli impegni conseguenti, tutto questo puo'
alimentare il sospetto dell'imperialismo. E io credo che
come gia' la guerra del Vietnam e' finita per una presa
di coscienza del popolo americano, direi che anche la
tendenza all'imperialismo potrebbe essere frenata da una
presa di coscienza del popolo americano.
- F. C.: E' possibile che d'ora in poi
l'America agisca sempre piu' da sola abbandonando il
consesso internazionale?
- L. B.: A questo punto credo che
l'America dovra' ben pensare che se il resto del mondo
occidentale sta fermo puo' emergere con tutta la sua
carica esplosiva l'imperialismo. Ma nel momento in cui
escludesse altre nazioni credo che cio' provocherebbe
una solidarieta' a difesa di queste altre nazioni. Allo
stesso modo continuando a combattere nazioni islamiche
si corre il pericolo serio di creare una frontiera
islamica.
- F. C.: Un suo giudizio sul comportamento
tenuto dalla Francia e dall'Italia in questa crisi
mediorientale.
- L. B.: Credo che la Francia, nel
difendere i propri interessi si sia fatta
portavoce di una certa resistenza a chi i propri
interessi li voleva imporre in maniera indebita con la
guerra. Per quanto riguarda l'Italia, ebbene... non so
se stia aspettando di vedere chi vince per salire sul
carro. Certo e' che si era esposta in maniera esplicita
con l'America e che poi, grazie all'insorgenza del
popolo italiano e forse anche all'insistenza del papa,
ha dovuto agire con maggior prudenza.
- F. C.: Nei giorni scorsi ci e' giunto un
saluto angosciato da Baghdad a firma del vescovo
ausiliario, mons. Warduni, in cui ringraziava il
movimento per la pace italiano ed europeo per il grido
di pace che ha fatto salire dalle piazze d'Italia. Crede
che oggi questo movimento sia maturato rispetto al 1991?
- L. B.: Si', questo lo notiamo tutti.
Nella prima tempesta irachena il papa era molto piu'
misurato e anche all'interno della gerarchia cattolica
oggi, bene o male, tutti sono solidali con il papa,
forse anche perche' questa guerra ha meno
giustificazioni di quanto potesse averne la prima. Credo
che forse anche il lavorio nascosto dei profeti di pace
come Balducci, Turoldo, Bello, Mancini e tanti altri che
sono scomparsi in questi ultimi anni ci riporti, in
fondo, al motto evangelico del chicco di frumento che
cadendo porta molto frutto. La loro voce potente contro
la guerra sta portando i frutti che vediamo tutti i
giorni nelle piazze del mondo.
- F. C.: Crede che sia il papa
personalmente a dare la linea vaticana?
- L. B.: Io credo che il papa sta dando la
linea confortato da questa presenza di molti cattolici
sui sentieri di un pacifismo militante. Io credo che sia
piu' che mai un dovere del mondo religioso far vedere
all'umanita' come ogni religione debba piu' che mai in
questo momento farsi promotrice di pace e strumento per
la risoluzione nonviolenta dei conflitti. Quello che
dovrebbero fare anche gli stati se non fossero colpiti
dalla sindrome dell'imperialismo.
POESIA E VERITA'. MAY MUDHAFFAR NASIRI: BAGHDAD (1991)
[Questa poesia di May Mudhaffar
Nasiri e' apparsa nei "Quaderni" del Fondo
Alberto Moravia, n. 2 del 2002, p. 242 (per contatti:
e-mail: fondoalbertomoravia@tiscalinet.it,
sito: www.fondoalbertomoravia.it).
May Mudhaffar Nasiri cosi' e' presentata dalla
prestigiosa rivista: "poetessa e saggista nata a
Baghdad nel 1940, e' considerata una delle principali
autrici irakene. Laureatasi in arte e letteratura, ha
conseguito il dottorato al Royal College of Arts di
Londra. Autrice, dal 1965, di numerose raccolte di
poesie, edite a Baghdad, Amman, Beirut e in traduzione
inglese, e' tra le principali autrici del mondo arabo in
A century of feminist arab writing (Londra, 1990).
Perseguitata dal regime di Saddam Hussein, vive in
esilio in Giordania col marito pittore anche lui in
dissenso col regime irakeno. Collabora a numerose
riviste del mondo arabo"]
La sera Baghdad e' un porto da cui
nessuna nave piu' salpa la mano dell'inverno si allunga
prepotente strappa il calore dal cuore della citta'
mentre le case ferite risuonano di lamenti
Baghdad...
perla che giace sommersa: c'e'
forse un innamorato c'e' forse un mago che possa
tuffarsi nelle ceneri per riportarla alla luce?
RIFLESSIONE. BENEDETTO VECCHI
INTERVISTA IMMANUEL WALLERSTEIN
[Dal quotidiano "Il
manifesto" del 28 marzo 2003. In una scheda annessa
all'intervista l'intervistatore cosi' presenta
l'illustre storico dell'economia: "Nato nel 1930,
Immanuel Wallerstein e' considerato uno dei maggiori
storici dell'economia moderna. Formatosi negli Usa, e'
stato da subito attratto dagli studi degli studi dello
storico francese Fernand Braudel. Una delle sue opere
piu' note e' senza dubbio la trilogia Il sistema
mondiale dell'economia moderna (Il Mulino), dove conia
due espressioni che accompagneranno tutta la sua
produzione teorica: sistema-mondo e economia-mondo,
sottolineando cosi' la propensione del capitalismo a
colonizzare il mondo intero. Da allora la sua produzione
teorica si e' arricchita del saggio Il capitalismo
storico, dove Wallerstein, utilizzando lo schema della
lunga durata, sostiene che di "naturale" nel
capitalismo c'e' ben poco e che come tutti i sistemi
sociali e' destinato ad essere sostituito da un altro
modello di produzione della ricchezza. Importante e'
anche il saggio, scritto assieme a Giovanni Arrighi e
Terence Hopkins, sugli Antisystemic movement (Manifestolibri),
un'analisi del ruolo dei "movimenti
antisistema" nello sviluppo dell'economia globale e
dove il Sessantotto viene paragonato a una
"rivoluzione mondiale" al pari di quella che
investi' il mondo nel 1848, quando si formarono gran
parte degli stati nazionali moderni in Europa. E
provocatorio e' anche quello scritto dopo il crollo del
socialismo reale Dopo il liberalismo (Jaca Book), in cui
sostiene che il socialismo reale era una variante del
capitalismo. Da alcuni anni, con assiduita', la casa
editrice Asterios sta pubblicando gran parte degli
scritti di Wallerstein (L'era della transizione,
Geopolitica e geocultura, Capitalismo storico e civilta'
capitalistica)"]
Il suo nome viene sempre in mente
quando la storia conosce repentine e brusche deviazioni
da cio' che sembrava il suo "naturale" corso.
Gia', perche' Immanuel Wallerstein e' sempre attento
alla lunga durata, e per questo motivo non si fa quasi
mai impressionare dagli elementi imprevisti che il
presente accumula di fronte ai nostri occhi, anche se
hanno il volto straziato di una donna o di un bambino di
Baghdad o lo sguardo terrorizzato di una nera mandata al
fronte senza sapere bene perche'. In piu' di
un'occasione, in questi ultimi anni, le sue parole sono
servite spesso a mettere il presente nella giusta
prospettiva, oscillando tra le sue antiche radici e la
forzatura di tendenze appena abbozzate. Ma la guerra
contro l'Iraq lo ha spiazzato. Misura le parole, e'
asciutto nelle risposte, dando per scontate molte cose
per giungere al nocciolo del problema, rimando pero'
cauto nel fare previsioni. "Nel prossimo futuro
dominera' l'incertezza e il mondo del dopoguerra sara'
caotico", afferma. Ma c'e' un movimento globale
contro la guerra, possibile che non riuscira' a
condizionare l'amministrazione statunitense? Nel
Sessantotto Wallerstein ha parlato di rivoluzione
mondiale. Ora il "New York Times" parla di
"superpotenza mondiale": non e' quindi detto
che la guerra proseguira' nel suo orrore, indifferente
ai milioni di uomini e donne che l'avversano. Ma lo
studioso dell'economia-mondo invita alla cautela anche
in questo caso: "Il Sessantotto e' stata si' una
rivoluzione mondiale, ma ha riguardato sostanzialmente
il mondo della sinistra. Oggi, invece, mi sembra che la
vera novita' del movimento contro la guerra e'
rappresentata dagli uomini e donne che, per usare
un'espressione tratta dal lessico politico, sono
centristi, cioe' dei moderati che non hanno finora mai
manifestato o protestato per qualcosa, ma che sono
stanchi e infastiditi dalla retorica dei falchi
americani sulla unica superpotenza che puo' fare il
bello e cattivo tempo nel mondo. Come si evolvera'
questo movimento nel prossimo futuro e' difficile da
prevedere, perche' dipende da come evolvera' la guerra
in Iraq". L'intervista con Immanuel Wallerstein
continua dunque sul binario tracciato dall'incertezza,
anche se dietro le sue frasi perentorie si intuisce
invece un desiderio di trovare le parole giuste per
venire a capo di quel labirinto inestricabile che sta
diventando il "sistema-mondo".
- Benedetto Vecchi:
Nei tuoi scritti, hai sempre sottolineato che l'ordine
mondiale uscito dalla dissoluzione del socialismo reale
era instabile, ma in qualche modo intelligibile. Poi
c'e' stato l'11 settembre e la storia ha accelerato il
suo svolgimento. La guerra in Afghanistan prima, l'Iraq
ora: sembra che gli Usa vogliono rimettere ordine nel
mondo con i cacciabombardieri e i carri armati. Insomma,
la guerra come strumento politico privilegiato. Sei
d'accordo con questa analisi?
- Immanuel Wallerstein:
Gli Usa e l'Inghilterra stanno combattendo questa guerra
perche' avevano bisogno di una guerra per rimettere al
loro posto molti tasselli di un puzzle scompaginato.
C'e' da dire che l'Iraq e' stato scelto dagli strateghi
militari del Pentagono perche' sembrava un obiettivo
facile; oltre a questo, il regime di Saddam Hussein non
e' molto amato in qu ella regione e suscita la critica
dell'opinione pubblica mondiale perche' e'
antidemocratico e perche' e' sospettato di aver
disatteso molte delle risoluzioni dell'Onu in merito al
sospetto che nel suo arsenale militare ci fossero armi
di distruzione di massa. Per l'amministrazione Bush c'e'
anche un altro fattore che ha influito nella scelta del
paese da colpire: l'Iraq non ha la bomba atomica e non
e' neanche in grado di costruirla nel prossimo futuro.
Infine, per i "falchi" dell'attuale
amministrazione il regime di Baghdad ha umiliato gli
Stati Uniti perche' la prima guerra del Golfo nel '91 e'
terminata non con una completa e indiscutibile vittoria
statunitense, ma con un pareggio. Ma al di la' dei
motivi che ho citato, e che sono comunque insufficienti
per spiegare l'escalation militare, ce ne sono due che
meritano di essere nominati perche' sono i veri
obiettivi della strategia politica statunitense. Questa,
e' stato affermato, e' una guerra
"preventiva", ma anche intimidatoria,
specialmente per quei paesi che coltivano il progetto di
costruire armi nucleari. Secondo le teste d'uovo
dell'amministrazione statunitense, l'intervento nel
Golfo e' da intendersi come dissuasivo nei confronti dei
propositi di riarmo nucleare coltivati da questo o quel
paese. L'altro obiettivo e' piu' ambizioso e riguarda
l'Unione europea. O meglio, la guerra serve a prevenire
la costruzione di un altro protagonista del
sistema-mondo. Cio' che e' accaduto, e che sta accadendo
tuttora, mi portano pero' a dire che, se guardiamo nella
prospettiva del medio periodo, gli Stati Uniti rischiano
forte di fallire entrambi gli obiettivi.
- B. V.: In
molti, pero', sostengono che il piu' importante motivo
che e' dietro alla guerra e' il petrolio. Non credi che
anche questo elemento sia necessario per comprendere il
perche' della guerra?
- I. W.: Secondo
me, il petrolio e' un obiettivo secondario. Ovviamente,
ma questo mi sembra scontato, la prospettiva di un
controllo su gran parte delle risorse petrolifere non
puo' che piacere agli Stati Uniti. E tuttavia sono
convinto che mettere l'accento sulla volonta'
statunitense di controllare il "ciclo
produttivo" dell'oro nero puo' provocare la
cancellazione dei veri motivi che hanno spinto
l'amministrazione Bush a muovere guerra all'Iraq.
D'altronde gli Stati Uniti gia' adesso esercitano un
enorme controllo sia sulla produzione, la distribuzione,
le oscillazioni del prezzo e di conseguenza sui profitti
che il petrolio genera. E questo grazie al rapporto di
subalternita' che hanno imposto all'Arabia Saudita. Ma
gli americani rischiano grosso in questa guerra. Il
rischio maggiore e' proprio di perdere il controllo sul
petrolio. Un rischio dovuto al fatto che la guerra puo'
indebolire le relazioni che gli Stati Uniti hanno
intessuto con l'irreprensibile alleato saudita. Cosi',
chi sostiene che tutto quel che sta accadendo e' dovuto
al petrolio incorre in un gigantesco abbaglio.
Ciononostante, una vittoria rapida e schiacciante
allontanerebbe questa prospettiva, ma non cancellerebbe
il rischio di cui parlavo.
- B. V.:
La guerra serve anche per uscire dalla recessione
economica, affermano alcuni studiosi, perche'
l'amministrazione Bush con la guerra favorisce il
complesso militare-industriale e di conseguenza la
ripresa economica. Stiamo di fronte al dispiegarsi di un
"keynesismo militare".
- I. W.:
Anche in questo caso mi sembra che questo ordine di
problemi sia secondario. Non dubito che ci siano delle
persone - forse lo stesso Bush - che pensano, o forse
sperano, che la guerra possa mettere fine alle
difficolta' economiche degli Stati Uniti. Ma ritengo che
si autoingannino. La maggior parte degli analisti della
situazione economica mondiale sostengono infatti il
contrario. Ovviamente ci saranno delle imprese che
saranno avvantaggiate dalla guerra - il complesso
militare industriale – e dal dopoguerra - le societa'
che ricostruiranno l'Iraq. Ma in generale, il carico
fiscale che si abbattera' sui cittadini statunitensi
sara' enorme, cancellando cosi' qualsiasi beneficio
degli investimenti statali a favore del complesso
militare-industriale o delle societa' coinvolte nella
ricostruzione dell'Iraq.
- B. V.: Una
delle prime vittime "eccellenti" di questa
guerra sembra essere l'Onu, la seconda l'Unione europea.
Il terzo, forse minore per importanza, e' il "New
labour" di Tony Blair, intendendo con questo la
retorica sulla "terza via" propugnata da
Giddens. Quale puo' essere l'ordine mondiale che esce
dalla distruzione di Baghdad?
- I. W.: Non
sono sicuro che l'Onu sia una vittima casuale. La
maggior parte dell'opinione pubblica ritiene che le
Nazioni Unite siano state una importante istituzione
internazionale e auspicano che nel prossimo futuro
possano svolgere lo stesso importante ruolo di governo
delle controversie internazionali. Da parte mia, ritengo
che l'Onu e' stata capace solo in minima parte di
sviluppare una politica che non coincidesse con gli
obiettivi statunitensi. Ma cosa e' accaduto negli ultimi
mesi? Per la primavolta gli Stati Uniti hanno corso il
rischio di essere messi in minoranza al palazzo di
vetro. Cosi', e per la prima volta dalla sua
costituzione, il consiglio di sicurezza dell'Onu e'
diventato il luogo dove si combatteva unavera battaglia
di potere. A questo punto all'interno
dell'amministrazione statunitense e' maturata la
decisione di abbattere questo ostacolo che si frapponeva
al conseguimento dei suoi obiettivi. Per quanto riguarda
l'Unione europea, possiamo dire che questa situazione ha
solo messo in evidenza cio' che era accaduto
politicamente: la divisione cioe' tra chi voleva che
l'Unione europea diventasse la seconda protagonista
dell'arena mondiale e chi invece riteneva che il vecchio
continente dovesse rimanere "atlantico". Va
detto che il primo gruppo stava risultando vincente. Ma
il prevalere politico dei sostenitori di una Europa
indipendente dagli Usa ha significato anche l'inizio
della crisi tra alcuni paesi dell'Unione europea e
l'amministrazione Bush. Infine, non ho mai creduto che
la "terza via" fosse una proposta credibile
per risolvere i problemi del mondo. In primo luogo, era
legata troppo ad alcune personalita' politiche, le quali
o non sono piu' dei protagonisti o sono in difficolta'.
Infatti, Clinton non e' piu' il presidente degli Stati
Uniti, cosi' come in Brasile non c'e' piu' Cardoso.
Schroeder mi sembra che abbia imboccato un altro
sentiero distante dalla "terza via". Per non
parlare di Tony Blair, che e' in vera difficolta'. Ma
che tipo di mondo ci consegnera' il dopoguerra? Bella
domanda, di quelle da cento milioni di dollari.
Nell'immediato futuro, il mondo sara' caotico. Sara'
l'incertezza a farla da padrone sia dal punto di vista
politico ed economico che ideologico, se assumiamo
questo termine nel senso migliore che
ha avuto nella sua storia, cioe' una visione del mondo,
dei valori e delle finalita' condivise.
- B. V.:
Finora, tutti gli economisti e gli opinion-maker hanno
volto l'attenzione ai rapporti tra Usa, Europa e mondo
arabo. Poco si dice di quel che accade in Asia. Le tigri
asiatiche hanno le unghie spezzate e non spaventano piu'
nessuno, mentre la Cina si presenta sempre piu' come il
prossimo "avversario" degli Usa. Secondo te e'
proprio cosi'?
- I. W.: Possiamo
dire che in questo quadro di incertezza, la Cina e' il
paese che sta meglio di molti altri. Conosce una
crescita economica che stupisce tutti gli economisti, si
sta rafforzando militarmente, aumenta la sua influenza
politica in Asia e al tempo stesso mantiene un basso
profilo per non provocare tensioni o punti di rottura
con gli Usa. Ci dovremmo interrogare su quanto durera'
questa situazione tutto sommato "tranquilla".
Per prima cosa pero' penso che la Cina non puo' trovarsi
in contrasto con i suoi vicini. Per questo motivo, nel
prossimo futuro sentiremo parlare di una nuova entita'
economica e politica, l'Asia orientale che comprendera'
la stessa Cina, la Corea riunificata e il Giappone.
Parlare di questi tre paesi come degli alleati che danno
vita a una formazione politica e economica e' un
azzardo. Sono infatti piu' le diversita', gli interessi
divergenti se non conflittuali tra loro che non i punti
di convergenza. E tuttavia sono tre paesi che saranno
costretti a mettere da parte le loro divergenze se
vorranno diventare dei paesi floridi. Per il momento, e'
difficile immaginare l'Asia orientale, ma chissa' se tra
dieci anni non sara' una delle novita' emerse proprio
dal dopoguerra.
Addresses
for defence ministries involved in military action in
Iraq.
AUSTRALIA
The Hon. Senator Robert Hill
Minister for Defence*
Fax:
+61 2 6273 4118
or:
+61 2 8237 7929
Email:
minster@cbr.defence.gov.au
Salutation:
Minister
*
Please send fax and email appeals only to the Australian
Minister for Defence. If you write by e-mail, please
send us a copy of your letter at cc.appeals@amnesty.org.
If you receive feedback from the government official,
please forward a copy to us at gov.replies@amnesty.org
IRAQ
Letters
addressed to President Saddam Hussein should be sent
directly to the Iraqi embassy in your country. If there
is no Iraqi embassy in your country then you can send
appeals to your country's Interests Section for Iraq. If
so, please enclose a covering letter explaining your
aims, asking them for assistance in obtaining a
response, and requesting that your letter be forwarded
to government officials in Baghdad.
SPAIN
Minister of Defence Federico
Trillo-Figueroa y Martinez Conder
Ministro de Defensa
Paseo de la Castellana 109
28071
Madrid, Spain
Fax
number: + 34 913 955092
Salutation:
Minister
UK
Rt Hon Geoff Hoon MP
Secretary of State for Defence
The Ministerial Correspondence Unit
Room
222, Old War Office, Whitehall
London
SW1A 2EU, UK
Email:
public@ministers.mod.uk *
Salutation:
Secretary of State for Defence
*
If you write by e-mail, please send us a copy of your
letter at cc.appeals@amnesty.org. If you receive
feedback from the government official, please forward a
copy to us at gov.replies@amnesty.org
USA
The Honorable Donald Rumsfeld
Secretary of Defense
Office of the Secretary
The Pentagon
Washington,
DC 20301, USA
Fax:
+1 703 697 8339
Email:
public@defenselink.mil *
Salutation:
Secretary of Defence
*
If you write by e-mail, please send us a copy of your
letter at cc.appeals@amnesty.org. If you receive
feedback from the government official, please forward a
copy to us at gov.replies@amnesty.org
Signori,
As a concerned citizen of the world, I am extremely
worried that the first casualty of the war in Iraq will
be human rights.
I strongly urge you, being the Head of Government of a
country that is participating in a military action in
Iraq, to uphold your responsibility to ensure adherence
to human rights obligations under international law.
In order to ensure protection of civilians and all who
will be affected by war, I call for your public answers
to the following questions:
1.
What measures have been put in place to ensure
strict adherence to international humanitarian law
during war?
2.
Can you provide assurances that inherently
indiscriminate weapons will not be used?
3.
What mechanisms will be put in place to ensure
that civilian detainees are treated fairly and humanely
4.
What mechanisms will be put in place to ensure
that the rights of combatants are fully respected?
5.
Can you explain what is being done to ensure that
the security and humanitarian needs of the Iraqi
population are fully met?
6.
How will you ensure protection and assistance for
refugees and people displaced by the conflict?
7.
What is your approach for bringing perpetrators
of crimes to justice under international law?
8.
Are you prepared to use the services of the
International Humanitarian Fact-Finding Commission to
investigate serious violations of the Geneva
Conventions?
9.
Will you support and facilitate the deployment of
human rights monitors throughout Iraq once the security
situation permits?
10.
How will you support the UN in carrying out
humanitarian and human rights responsibilities?
I strongly urge you to publicly disclose the measures
your Government has put in place regarding the above
points.
Yours faithfully,
FIRMARE CON INDIRIZZO
chi vuole aggiunga:
NO
WAR! - NO SADDAM! - IRAK FREE THROUGH HIS PEOPLE AND
ONU!
o altro


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