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L' Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».

(Costituzione art. 11)

 

 

 

federazione italiana emigrazione immigrazione


GRAZIE

di Paulo Coelho

Grazie Presidente Bush. Grazie, grande leader George W. Bush. Grazie di aver mostrato a tutti il pericolo che Saddam Hussein rappresenta. Molti di noi avrebbero potuto altrimenti dimenticare che ha utilizzato armi chimiche contro il suo popolo, contro i curdi e contro gli iraniani. Hussein è un dittatore sanguinario e una delle più chiare espressioni del male al giorno d'oggi. Ma questa non è la sola ragione per cui la ringrazio. Nei primi due mesi del 2003 ha mostrato al mondo molte altre cose importanti e perciò merita la mia gratitudine. Così, ricordando una poesia che ho imparato da bambino, voglio dirle grazie.

Grazie di aver mostrato a tutti che il popolo turco e il suo parlamento non sono in vendita, neanche per 26 miliardi di dollari.

Grazie di aver rivelato al mondo l'abisso che esiste tra le decisioni di coloro che sono al potere e i desideri del popolo. Grazie di aver messo in evidenza che né José Maria Aznar né Tony Blair danno la minima importanza né mostrano il minimo rispetto per i voti che hanno ricevuto. Aznar è capace di ignorare che il 90 per cento degli spagnoli sono contro la guerra e Blair è rimasto indifferente alla più grande manifestazione pubblica svoltasi in Inghilterra negli ultimi trent'anni.

Grazie di aver costretto Tony Blair a recarsi al parlamento inglese con un dossier falso scritto da uno studente dieci anni fa e di averlo presentato come "prova determinante trovata dal servizio segreto britannico".

Grazie di aver permesso che Colin Powell si esponesse al ridicolo mostrando al Consiglio di Sicurezza dell'Onu delle foto che, una settimana dopo, sono state pubblicamente contestate da Hans Blix, l'ispettore responsabile del disarmo dell'Iraq.

Grazie di aver adottato la posizione attuale e di aver pertanto fatto sì che il discorso contro la guerra del ministro degli Esteri francese, Dominique de Villepin, alla sessione plenaria dell'Onu fosse accolto dagli applausi - cosa che, a quanto ne so, è successa solo una volta in precedenza nella storia delle Nazioni Unite, dopo un discorso di Nelson Mandela.

Grazie perché, in seguito ai suoi sforzi in favore della guerra, le nazioni arabe, normalmente divise, nell'incontro al Cairo avvenuto l'ultima settimana di febbraio sono state per la prima volta unanimi nel condannare qualsiasi invasione.

Grazie di aver affermato che "l'Onu ora ha una possibilità di mostrare la sua importanza", affermazione che ha indotto a prendere una posizione contro l'attacco all'Iraq anche i Paesi più riluttanti.

Grazie per la sua politica estera che ha spinto il ministro degli Esteri inglese, Jack Straw, a dichiarare nel ventunesimo secolo che "una guerra può avere una giustificazione morale", perdendo in questo modo tutta la credibilità.

Grazie di aver cercato di dividere un'Europa che sta lottando per l'unificazione: è un avvertimento che non sarà ignorato.

Grazie di aver ottenuto ciò che assai pochi sono riusciti a ottenere in questo secolo: unire milioni di persone di tutti i continenti nella lotta per la stessa idea, anche se essa è opposta alla sua.

Grazie di averci dato di nuovo la consapevolezza che le nostre parole, anche se non saranno udite, almeno sono state pronunciate; questo ci renderà più forti nel futuro.

Grazie di averci ignorato, di aver emarginato tutti coloro che si oppongono alla sua decisione, perché il futuro della Terra appartiene agli esclusi.

Grazie perché, senza di lei, non saremmo stati coscienti della nostra capacità di mobilitazione. Potrebbe non servirci questa volta, ma sicuramente ci sarà utile in futuro.

Ora che sembra non ci sia modo di zittire i tamburi di guerra, vorrei ripetere le parole che un antico re europeo disse a un invasore: "Che la mattina sia bella, che il sole splenda sulle armature dei soldati, perché nel pomeriggio ti sconfiggerò". Grazie di aver permesso a noi, un esercito di anonimi che riempie le strade nel tentativo di fermare un processo già in atto, di capire quel che significa essere impotenti e di imparare a fare i conti con quella sensazione e a trasformarla. Pertanto si goda la mattina e la gloria che potrebbe ancora riservarle.

Grazie di non averci ascoltato e di non averci preso sul serio, ma sappia che noi la ascoltiamo e che non dimenticheremo le sue parole. Grazie grande

leader George W. Bush.

 

Molte grazie.

Paulo Coelho

Lettera a Bush

di Gabriel Garcia Màrquez

Come si sente? Come si sente a vedere che l'orrore scoppia nel tuo cortile e non nella sala del vicino? Come si sente con la paura che stringe il petto,con il panico provocato dall'assordante rumore, le grida senza controllo, gli edifici che rovinano, questo odore terribile che si insinua fin nel fondo dei polmoni, gli occhi degli innocenti che camminano coperti di sangue e polvere? Come si vive per un giorno nella tua casa l'incertezza su che cosa sta succedendo? Come si esce dallo stato di shock? In stato di shock camminavano il 6 di agosto del 1945 i sopravvissuti di Hiroshima. Nulla era rimasto in piedi nella città dopo che l'armiere nordamericano dell'Enola Gay aveva lasciato cadere la bomba.In pochi secondi sono morti 80.000 uomini donne e bambini.

Altri 250.000 sarebbero morti negli anni successivi per le radiazioni. Però questa era una guerra lontana e non c'era ancora la televisione. Come si sente oggi l'orrore quando le terribili immagini della televisione ti dicono che quello che è successo nel fatidico 11 settembre non è stato in una terra lontana ma nella tua propria patria?

Un altro 11 settembre, però di 28 anni orsono, era morto un presidente di nome Salvador Allende, mentre resisteva a un colpo di stato che i tuoi governanti avevano pianificato. Anche allora furono tempi di orrore, ma questo succedeva molto lontano dalla tua frontiera, in un'ignota repubblichetta sudamericana. Le repubblichette stavano nel cortile dietro casa tua e non ti sei molto preoccupato quando i tuoi marines partivano a imporre il loro punto di vista con il sangue e il fuoco.

Lo sapevi che tra il 1824 e il 1994 il tuo paese ha condotto 73 invasioni di paesi dell'America Latina? Le vittime sono state Puerto Rico, Messico, Nicaragua, Panama, Haiti, Colombia, Cuba, Honduras, Repubblica Dominicana, Isole Vergini, El Salvador, Guatemala e Grenada.

E' quasi un secolo che i tuoi governanti sono in guerra. Fin dal principio del secolo XX, non ci fu nel mondo quasi nessuna guerra alla quale la gente del tuo Pentagono non abbia  partecipato. E' chiaro, le bombe sono sempre cadute fuori dal tuo territorio, con l'eccezione di Pearl Harbor quando l'aviazione giapponese bombardò la Settima Flotta nel 1941. Però l'orrore era sempre lontano.

Quando le Torri Gemelle vennero giù in mezzo alla polvere, quando hai visto le immagini in televisione o hai ascoltato le grida, perché quella mattina eri a Manhattan, hai pensato per un secondo a quello che hanno provato i contadini del Vietnam per lunghi anni? A Manhattan, la gente cadeva dall'alto del grattacielo come tragiche marionette. In Vietnam, la gente urlava perché il napalm continuava a bruciare la carne per molto tempo e la morte era spaventosa, tanto spaventosa come quella di coloro che cadevano con un salto disperato nel vuoto.

La tua aviazione non ha lasciato una fabbrica in piedi né un ponte non

distrutto in Yugoslavia. In Irak i morti furono 500.000. Mezzo milione di anime si è levata dall'Operazione Tempesta del Deserto.

Quanta gente è morta bruciata, mutilata, crivellata, schiacciata, dissanguata, in luoghi tanto esotici e lontani come Vietnam, Irak, Iran, Afganistan, Libia, Angola, Somalia, Congo, Nicaragua, Repubblica Dominicana, Cambogia, Yugoslavia, Sudan, e una lista interminabile? In tutti questi luoghi i proiettili erano stati fatti nelle fabbriche del tuo paese, ed erano sparati dai tuoi ragazzi, da gente pagata dal tuo Dipartimento di Stato, e solo perché tu potessi continuare a vivere la tua american way of life.

E' quasi un secolo che il tuo paese è in guerra con tutto il mondo. Curiosamente, i tuoi governanti scatenano i cavalieri dell'apocalisse in nome della libertà e della democrazia. Però devi sapere che per molti popoli del mondo (in questo pianeta dove ogni giorno muoiono 24.000 persone per fame o infermità curabili), gli Stati Uniti non rappresentano la libertà, ma un nemico lontano e terribile che semina solo guerra, fame, paura e distruzione. Sempre ci sono stati conflitti lontani per te, però per chi vive lì è una dolorosa realtà vicina una guerra dove gli edifici rovinano sotto le bombe e dove questa gente trova una morte terribile. E le vittime sono state per il 90 per cento, civili, donne, vecchi, bambini: effetti collaterali.

Come ti senti quando l'orrore bussa alla tua porta anche per un giorno solo? Che cosa si pensa quando le vittime di New York sono segretarie, operatori di borsa o addetti alle pulizie che hanno sempre pagato le tasse e non hanno mai ucciso una mosca?

Come si sente il terrore?

Come ci si sente, yanquee, a sapere che la lunga guerra l'11 settembre è arrivata a casa tua?

La opinión pública mundial

Texto íntegro del comunicado leído por José Saramago en la manifestación contra la guerra en Madrid

José Saramago

Ellos creían que nos habíamos cansado de protestas y que les habíamos dejado libres para seguir en su alucinada carrera hacia la guerra. Se equivocaron. Nosotros, los que hoy nos estamos manifestando, aquí y en todo el mundo, somos como aquella pequeña mosca que obstinadamente vuelve una y otra vez a clavar su aguijón en las partes sensibles de la bestia.

Somos, en palabras populares, claras y rotundas para que mejor se entiendan, la mosca cojonera del poder.

Ellos quieren la guerra, pero nosotros no les vamos a dejar en paz. A nuestro compromiso, ponderado en las conciencias y proclamado en las calles, no le harán perder vigencia y autoridad (también nosotros tenemos autoridad) ni la primera bomba ni la última que vengan a caer sobre Irak.

No sigan los señores y las señoras del poder que nos manifestamos para salvar la vida y el régimen de Sadam Husein. Mienten con todos los dientes que tienen en la boca. Nos manifestamos, eso sí, por el derecho y por la justicia. Nos manifestamos contra la ley de la selva que Estados Unidos y sus acólitos antiguos y modernos quieren imponer al mundo. Nos manifestamos por la voluntad de paz de la gente honesta y contra los caprichos belicistas de políticos a quienes les sobra en ambición lo que les va faltando en inteligencia y sensibilidad.

Nos manifestamos en contra del concubinato de los Estados con los super-poderes económicos de todo tipo que gobiernan el mundo. La tierra pertenece a los pueblos que la habitan, no a aquellos que, con el pretexto de una representación democrática descaradamente pervertida, al final les explotan, manipulan y engañan. Nos manifestamos para salvar la democracia en peligro.

Hasta ahora la humanidad ha sido siempre educada para la guerra, nunca para la paz.

Constantemente nos aturden las orejas con la afirmación de que si queremos la paz mañana no tendremos más remedio que hacer la guerra hoy. No somos tan ingenuos para creer en una paz eterna y universal, pero si los seres humanos hemos sido capaces de crear, a lo largo de la historia, bellezas y maravillas que a todos nos dignifican y engrandecen, entonces es tiempo de meter mano a la más maravillosa y hermosa de todas las tareas: la incesante contrucción de la paz. Pero que esa paz sea la paz de la dignidad y del respeto humano, no la paz de una sumisión y de una humillación que demasiadas veces vienen disfrazadas bajo la mascarilla de una falsa amistad protectora.

Ya es hora de que las razones de la fuerza dejen de prevalecer sobre la fuerza de la razón. Ya es hora de que el espíritu positivo de la humanidad que somos se dedique, de una vez, a sanar las innúmeras miserias del mundo. Esa es su vocación y su promesa, no la de pactar con supuestos o auténticos "ejes del mal".

Amenamente estaban Bush, Blair y Aznar charlando sobre lo divino y sobre lo deshumano, seguros y tranquilos en su papel de poderosos hechiceros, expertos en trucos de trilero y conocedores de eméritos de todas las trampas de la propaganda engañosa y de la falsedad sistemática, cuando en el despacho oval donde se encontraban reunidos irrumpió la terrible noticia de que los Estados Unidos de América del Norte habían dejado de ser la única gran potencia mundial. Antes de que Bush pudiera asestar el primer puñetazo en la mesa, vuestro presidente José María Aznar se dio prisa en declarar que esa nueva gran potencia no era España. "Te lo juro, George", dijo. "Mi Reino Unido tampoco", añadió rápidamente Blair para cortar la naciente suspicacia de Bush. "Si no eres tú y tú no eres, ¿quién es entonces?", preguntó Bush. Fue Colin Powell, mal creyendo él mismo en lo que estaba pronunciando su propia boca, quien dijo "La opinión pública, señor presidente".

Ya habéis comprendido que esta historieta es un simple invento mío. Os pido por tanto que no le deis importancia. Pero sí la tiene que lo que ya es una evidencia para todos, la más exaltadora y feliz evidencia de estos conturbados tiempos: los hechizeros de Bush, Blair y Aznar, sin quererlo, sin proponérselo, nada más que por sus malas artes y peores intenciones, han hecho surgir, espontáneo e incontenible, un gigantesco, un inmenso movimiento de opinión pública. Un nuevo grito de "No pasarán", con las palabras "No a la guerra", recorre el mundo.

No hay ninguna exageración en decir que la opinión pública mundial contra la guerra se ha convertido en una potencia con la cual el poder tiene que contar. Nos enfrentamos deliberadamente a los que quieren la guerra, les decimos "NO", y si aún así siguen empecinados en su demencial afán y desencadenan una vez más los caballos del apocalipsis, entonces les avisamos desde aquí que esta manifestación no es la última, que continuaremos las protestas durante todo el tiempo que dure la guerra, e incluso más allá, porque a partir de hoy ya no se tratará simplemente de decir "No a la guerra", se tratará de luchar todos los días y en todas las instancias para que la paz sea una realidad, para que la paz deje de ser manipulada como un elemento de chantaje emocional y sentimental con que se pretende justificar guerras.

Sin paz, sin una paz auténtica, justa y respetuosa, no habrá derechos humanos. Y sin derechos humanos -todos ellos, uno por uno- la democracia nunca será más que un sarcasmo, una ofensa a la razón, una tomadura de pelo. Los que estamos aquí somos una parte de la nueva potencia mundial. Asumimos nuestras responsabilidades. Vamos a luchar con el corazón y el cerebro, con la voluntad y la ilusión. Sabemos que los seres humanos somos capaces de lo mejor y de lo peor. Ellos (no necesito ahora decir sus nombres) han elegido lo peor. Nosotros hemos elegido lo mejor.

 

APPELLI. UN APPELLO CONTRO LA GUERRA DI OTTOCENTO REDUCI DELLE FORZE

ARMATE STATUNITENSI

[Da Mariagrazia Bonollo, dell'ufficio stampa dei "Beati i Costruttori di Pace" (per contatti: tel. 0445344264, o anche 3482202662, e-mail: salbega@tiscalinet.it) riceviamo e diffondiamo questo appello] Siamo reduci delle Forze Armate statunitensi. Siamo a fianco della maggioranza della popolazione mondiale, insieme a milioni di donne e uomini anche del nostro Paese, e ci opponiamo con determinazione alla guerra contro l'Iraq che gli Stati Uniti intendono portare avanti. Le nostre esperienze attraversano varie epoche e guerre, abbiamo idee politiche diverse, ma concordiamo tutti nel ritenere questa guerra sbagliata.

Molti di noi credevano che prestare servizio militare fosse il nostro dovere e che il nostro compito consistesse nel difendere questo paese. Le nostre esperienze nell'esercito invece ci hanno fatto riflettere ed abbiamo messo in discussione molto di cio' che ci era stato insegnato. Adesso riteniamo che il nostro vero dovere sia quello di incoraggiare voi, membri delle Forze Armate Usa, a scoprire quale sia la motivazione reale per la quale vi mandano a combattere e a morire, e quali saranno le conseguenze delle vostre azioni sull'umanita' intera. Facciamo appello a voi, militari effettivi e riservisti, affinche' obbediate alla vostra coscienza e facciate la cosa giusta.

*

Nell'ultima guerra del Golfo, come soldati, ci fu ordinato di uccidere da una distanza di sicurezza. Abbiamo distrutto la maggior parte dell'Iraq dal cielo, uccidendo centinaia di migliaia di persone, civili compresi. Ci ricordiamo bene della strada per Bassora, l'autostrada della morte, dove ci avevano ordinato di uccidere gli iracheni che scappavano. Abbiamo spianato

con i bulldozer le trincee sotterrando persone ancora vive. L'uso delle armi all'uranio impoverito ha reso molti campi di battaglia radioattivi. L'ingente utilizzo di pesticidi, farmaci sperimentali, l'incendio di depositi di armi chimiche, hanno creato un cocktail tossico che ha avvelenato sia il popolo iracheno che i reduci della Guerra del Golfo. Un reduce su quattro della Guerra del Golfo oggi e' un disabile.

*

Durante la guerra del Vietnam ci fu ordinato di distruggere il Vietnam sia dal cielo che a terra. A My Lai abbiamo massacrato piu' di 500 persone tra vecchi, donne e bambini. E questa non e' stata un'azione aberrante: e' cosi'

che abbiamo combattuto quella guerra. Abbiamo usato il diserbante "Agent Orange" sul nemico, e in seguito ne abbiamo sperimentato gli effetti sulla nostra pelle. Sappiamo come si presenta e come ti riduce la sindrome da stress post traumatico, perche' i fantasmi di piu' di due milioni di donne, uomini e bambini invadono i nostri sogni. Sono piu' numerosi i reduci morti per suicidio dopo la guerra che quelli che morirono in combattimento.

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Se decidete di prendere parte all'invasione dell'Iraq voi apparterrete ad un esercito invasore. Lo sapete cosa si prova a guardare negli occhi gente che vi odia con tutto il cuore? Dovreste pensare a cosa rappresenta realmente la vostra missione. Vi mandano ad invadere ed occupare territori in cui le persone, persone esattamente come voi e noi, stanno solo cercando di crescere i loro figli e vivere le loro vite. Non rappresentano una minaccia per gli Stati Uniti anche se hanno un dittatore brutale come leader. Ma chi sono gli Stati Uniti per dire al popolo iracheno come deve condurre il proprio Paese quando moltissimi statunitensi pensano che il proprio presidente sia stato eletto illegalmente? Saddam e' stato duramente attaccato per aver avvelenato con il gas la sua stessa gente e per aver cercato di produrre armi di distruzione di massa. Eppure quando Saddam ha compiuto i suoi peggiori crimini godeva dell'appoggio degli Stati Uniti. Questo sostegno significava anche la fornitura di mezzi per la produzione di armi chimiche e biologiche. Anche l'embargo e le numerose sanzioni economiche da parte degli Stati Uniti hanno contribuito a decimare il popolo iracheno, uccidendo più di un milione di persone, in maggioranza neonati e bambini. Dopo aver distrutto tutte le infrastrutture del paese, inclusi ospedali, generatori elettrici ed impianti di trattamento dell'acqua, gli Stati Uniti con le loro sanzioni hanno poi bloccato l'importazione di beni di prima necessità e medicine, indispensabili alla sopravvivenza.

*

Non c'e' onore nell'omicidio. Questa guerra è un omicidio detto in altri termini.

Quando in una guerra ingiusta, una bomba vagante colpisce una madre con la sua bambina, non è un "danno collaterale", è un omicidio.

Quando in una guerra ingiusta un bambino muore per dissenteria perche' una bomba ha danneggiato l'impianto di trattamento delle acque di scolo, non si tratta di un'azione di "distruzione delle infrastrutture nemiche", ma d’omicidio.

Quando in una guerra ingiusta un padre muore di infarto perché una bomba ha distrutto le linee telefoniche impedendogli di chiamare i soccorsi, non si tratta di "annientamento dei servizi di comando e di controllo", ma si tratta di omicidio.

Quando in una guerra ingiusta, più di mille soldati di leva provenienti dalla campagna muoiono in una trincea nel tentativo di difendere la citta' dove sono nati e cresciuti, non è "vittoria", ma omicidio.

*

Ci saranno reduci che porteranno avanti numerose proteste contro questa guerra all'Iraq e alla vostra partecipazione ad essa.Durante la guerra del Vietnam migliaia di militari in Vietnam e negli Stati Uniti si sono rifiutati di eseguire gli ordini. Molti hanno fatto resistenza e si sono ribellati. Molti sono diventati obiettori di coscienza ed altri sono andati in prigione piuttosto che impugnare le armi di fronte al cosiddetto nemico.

Durante l'ultima guerra del Golfo molti soldati semplici hanno portato avanti forme di opposizione in vari modi e per ragioni differenti.Molti di noi sono usciti da queste guerre e si sono aggregati al movimento di opposizione alla guerra.

*

Affinché un giorno tutte le persone nel mondo possano essere libere, dovra' pure arrivare il momento in cui sara' piu' importante essere cittadino del mondo che non essere soldato di un paese. Questo momento è arrivato. Quando vi arriverà l'ordine di partire, ricordate che la vostra risposta avrà un forte impatto sulle vite di milioni di persone del Medio Oriente e anche del nostro Paese. La vostra risposta aiuterà a cambiare il corso del nostro futuro. Avrete altre scelte da fare sul vostro cammino. I vostri comandanti vogliono che voi obbediate. Noi vi spingiamo a riflettere. Vogliamo che scegliate in base alla vostra coscienza. Se sceglierete di resistere, noi vi sosterremo perche' abbiamo capito che il nostro vero dovere è quello distare dalla parte delle persone di tutto il mondo e di contribuire alla creazione del nostro comune futuro.

*

Seguono più di 800 firme di reduci della US Army, US Navy, US Air Force, US Marine Corps, National Guard che hanno prestato servizio nella seconda guerra mondiale, nella guerra di Corea, nella guerra del Vietnam, nella prima guerra del Golfo. Sono le firme raccolte dal 6 dicembre 2002 al marzo 2003; la raccolta delle firme continua.

 

INTERVISTA A GORE VIDAL

The Erosion of the American Dream

It's Time to Take Action Against Our Wars on the Rest of the World

Gore Vidal

This is a transcript of Gore Vidals's March 12 interview on Dateline, SBS TV Australia.

MARK DAVIS: Gore Vidal, welcome to Dateline.

GORE VIDAL: Happy to have crossed the dateline down under.

MD: In the past few years, you have shifted from being a novelist to principally an essayist or, in your own words 'a pamphleteer'. It's almost the reverse of most writers' careers. Why the shift for you?

GV: Why the shift in the United States of America, which has obliged me --since I've spent most of my life marinated in the history of my country and I'm so alarmed by what is happening with our global empire, and our wars against the rest of the world, it is time for me to take political action. And I think anybody who has the position, has a platform, must do so. It's also a family tradition. My grandfather lost his seat in the Senate because he opposed going into the First World War. And he won it back 10 years later on exactly the same set of speeches that he'd lost it. So, attitudes change, attitudes can be changed but, now, I am not terribly optimistic that there is much anyone can do now the machine is set to go. And, to have a major depression going on, economic, really, collapse all round the world and begin a war against an enemy that has done nothing against us other than what our occasionally alleges, this is lunacy. And I have a hunch --I've been getting quite a bit around the country --most people are beginning to sense it. The poll numbers are not as good as the Bush regime would have us believe. A great...something like 70% really only wants to go into war with United Nations sanction and a new resolution. I would prefer, however, that we use our constitution, which we often ignore, which is --Article 1 Section 8 says, "Only the Congress may declare war. The President has no right to go to war and he is Commander-in-Chief once it starts."

MD: Over the past 40 years or so, you've written about the undermining of the foundations of the constitution --liberty, human rights, free speech. Indeed, you've probably damned every administration throughout that period on that score. Is George Bush really any worse?

GV: No, he certainly is worse. We've never had a kind of reckless one who may believe --and there's a whole theory now that he's inspired by love of Our Lord --that he is an apocalyptic Christian who'll be going to Heaven while the rest of us go to blazes. I hope that isn't the case. I hope that's exaggeration. No. We've had...the problem began when we got the empire, which was brilliantly done, in the most Machiavellian --and I mean that in the best sense of the word --way by Franklin Roosevelt. With the winning of World War II, we were everywhere on Earth our troops and our economy was number one. Europe was ruined. And from that, then in 1950, the great problem began when Harry Truman decided to militarise the economy, maintain a vast military establishment in every corner of the Earth. Meanwhile, denying money to schools but really to the infrastructure of the nation. So we have been at war steadily since 1950. I did a...one of my little pamphlets was 'A Perpetual War for Perpetual Peace' --how that worked. I mean, we've gone everywhere --we have the Enemy of the Month Club. One month, it's Noriega --king of drugs. Another one, it's Gaddafi. We hated his eyeliner or something and killed his daughter. We moved from one enemy to another and the press, the media, has never been more disgusting. I don't know why, but there are very few voices that are speaking out publicly. The censorship here is so tight in all of the newspapers and particularly in network television. So nobody's getting the facts. I mean, I spend part of the year in Italy and really, basically, what I find out I find out from European journalists who actually will go to Iraq, which our people cannot do or will not do, and are certainly not admired for doing so. We are in a kind of bubble of ignorance about what is really going on.

MD: Well, is the pamphlet the only viable option for voices of dissent at the moment?

GV: Well, it's a weapon. I suppose one could --Khomeini had a wonderful idea, which made him the lord of all Iran. When the Shah was on his way out, Khomeini flooded Iran with audio recordings of his voice, very cheaply made in Paris, and they were listened to by everybody in Iran --it's too late for that sort of thing for us. There are ways of getting around official media and there are ways of getting around a government which is given to lying about everything, and the people eventually pick up on it, but things are moving so swiftly now.

MD: You charge what you call the 'Cheney-Bush junta' with empire-building but hasn't America always been an empire and isn't this junta just a little bit more honest about it? They aren't shy in proclaiming their belief that America has something worth exporting?

GV: I prefer hypocrisy to honesty any time if hypocrisy will keep the peace. No, we have had an imperial streak from the very beginning, but it didn't get going until 1898, when we picked a war with Spain because we had our eye on Spanish colonial possessions, specifically the Philippines, which got us into your part of the world --into Asia and, from that moment on, we really were a global empire. And then, by the time of the Second World War, we'd achieved it. It was all ours. No, what is going on now is kind of interesting. We've never seen anything like it. There's a group of what they call neo-conservatives --most of them were old Stalinists and then they were Trotskyites and then, finally, they are neo-conservatives now. They preach openly and they're all over the war department as we used to call it, the Defence Department. Mr Wolfowitz is one of their brains and they write really extraordinarily frightening overviews of the United States and the rest of the world that we, after all, have all the military power that there is and let's use it. Let's take the Earth. It's there for us. They're talking glibly now about after they get rid of Saddam --which they think is going to be a very easy thing to do --well, Iran is next. One of them, not long ago, made a public statement --"It's time we really had regime change in ALL the Arab countries." Well, there are 1 billion Muslims and I don't see them taking this very well, and if a smallish place like wherever it was ultimately can produce so many suicide bombers, 1 billion Muslims can take out the whole United States or western Europe. I would always opt for peace, as war is always a mess. But I was in a war which the junta, Mr Bush and Mr Cheney, did everything possible to avoid being involved in --Vietnam. Cheney when asked, as he became vice--president, they said, "Well, why didn't you serve your country at the time of Vietnam?" and he said, "Well, I had other priorities." I'll say he did. Those of us who...we are the one group, the World War II veterans, we are a shrinking group obviously, but we are the ones that are the most solidly against the war. The people who stayed out of Vietnam, the rest who have never known war, are just gung--ho for other people to go fight. They, themselves, don't do it. But there is a split here between those who've had a bit of experience of the world and of war and the others who are mostly interested, certainly the junta, as I call them, in Washington, they're all in the gas and oil business. People ask me, "Are you saying there's a conspiracy?" --because that's the word where everybody starts laughing. It means you believe in flying saucers. "No," I said, "I'm going to change the world." We won't say it's a conspiracy that all the great offices of state are occupied by gas and oil people --the President, the Vice-President, National Security Adviser --it's not a coincidence. "It's a coincidence," and everybody smiles --that's a nice word --"Oh, yes, of course, it's a coincidence" that they are running the government and getting us into a war in oil-rich places."

MD: Well, Bush has claimed that the American belief in liberty will deliver a free and peaceful Iraq, even with the stench of oil in the air, George Bush probably can deliver that --a free and peaceful Iraq that is. Isn't there a legitimate case to be argued that there's a greater good at work here?

GV: There is no greater good at work. We cannot deliver it. Only the Iraqis can deliver that. You don't go in and smash up a country, which we will do, and gain their love so that they then want to imitate our highly corrupt political system and, on the subject of democracy --I happen to be something of a student of the American constitution --it was set up in order to avoid majority rule. The two things the founding fathers hated were majoritarian rule and monarchy. So they devised a republic in which only a very few white men of property could vote. Then, to make sure that we never had any democracy at work at the highest levels of governance, they created something called the electoral college, which can break any change that might upset them. We saw what happened in November 2000, when Albert Gore won the popular vote by 600,000, he actually won the electoral vote of Florida, but a lot of dismal things happened and denied him the election. So that's what happened there. So for us to talk about a democracy that we are going to translate into other lands is the height of hypocrisy and is simply foolish. We don't invent governments for other people.

MD: The American virtues of individual liberties, although viewed by many people with some cynicism, are still meaningful to people around the world. It's interesting to note the support that America is getting from the former eastern bloc European nations --Rumsfeld's "new Europe". The American message still resonates with them, doesn't it?

GV: They're not clued in to what sort of country the United States is. They've certainly found out what kind of country the Soviet Union was and they didn't like that one bit and they associate us with their relative liberation. That's all. What we're really about they don't know. They believe the propaganda. They believe the media, which is constantly going on about democracy and freedom and liberty and the greatest country on earth and so on and the only thing wrong in the world is there are EVIL people who hate us because we are SO good. Well, I don't know how anybody can buy this line, but people do. People are not very well informed. The well-informed countries --western Europe --know perfectly well what our game is. General de Gaulle took France out of NATO because he suspected that we were in the empire--building business, and he didn't want to go along with it yet, simultaneously, France remained an ally in case there was a major war with the Soviets. I don't think we should take too seriously those eastern European countries. In due course, they will wake up, as Turkey did, that we are dangerous.

MD: Well, unlike Iraq, indeed any members of the 'axis of evil', Americans can change their government with some drawbacks, they can express their opinions. On the eve of a war, whatever Machiavellian benefits might accrue to the US, isn't there still moral weight in the voice of America, given its history as a democratic force over the past century?

GV: I spoke to 100,000 people two weeks ago in Hollywood Boulevard, down the hill from where I'm speaking to you now. There were 100,000, lots of police, many helicopters overhead which, as the speaker got up, would lower themselves to try and drown your voice out. The press did not record that there were 100,000 people. They said, "Oh, 30,000 perhaps. That might be an exaggeration," they said. Unfortunately for them, the 'Los Angeles Times', generally a fairly good paper, had a long shot from La Brea where I was speaking on a stage straight up to Vine Street, which was a mile or two away, and you saw 100,000 people, so their very picture undid them. What I'm saying is the censorship is very tight. Don't think we're a free country to say anything we want. We can say it, but it's not going to be printed and you're not going to get on television. One of our great voices for some time now for peace in the world is Noam Chomsky. I've never seen his name in the 'New York Times' in any context other than linguistics of which he's a professor at MIT. We go totally unnoticed. I can do a pamphlet and it's the Internet that gets it to people. So I can sell a couple of hundred thousand copies of a pamphlet. No word of it will appear in the 'New York Times'. To my amazement this time, they actually put it on their bestseller list. Generally, they won't do that. I can't tell you how tightly controlled this place is and it's beginning to show, because talk radio and so on --I've done a lot of that lately --the questions you get, the people are so confused. They don't know where Iraq is. They think Saddam Hussein, because he's an evil person, deliberately blew up the twin towers in Manhattan. He didn't. That was Osama bin Laden or somebody else. We still don't know because there has been no investigation of that, as Congress and the constitution require. So we are totally in the dark and we have a president who is even in a greater darkness, who's totally uninformed about the world, leading us into war because, because because.

MD: Well, the defence of American civil liberties has been a consistent theme of yours, most vocally in recent months, in response to the Patriot Act and the new Homeland Defence Agency. But it would seem that Americans don't share your views in any significant numbers. Why not?

GV: They do. What I do is quite popular. Now, mind you, we're not much of a reading country, but we certainly watch a lot of television. You can pick up a tremendous audience across --you know, millions of people have been marching. If you read the American press...

MD: And yet there's been very little political response to the establishment of those agencies or the very dramatic constitutional changes that have been made in the Patriot Act. We're not really hearing a strong movement, not from the Democrats, not in the media. There is a certain acquiescence.

GV: Well, we don't hear it because they're part of it. You know, we have

elections --very expensive ones and very corrupt ones. But we don't have politics. We made a trade-off somewhere. This was after Harry Truman established the national security state, and suddenly television came along and elections cost billions. It cost $3 billion to elect Bush. That's a lot of money. And it was a campaign almost without issues except personalities. Nothing was talked about. Nothing was talked about going to war as quickly as possible, which of course obviously was in his mind. So you have a country that is not political, without political parties. There are movements of people, which go largely unrecorded. There are eloquent voices out there, but you don't see them in print, you don't hear them on the air.

MD: Well, one of those voices is one of your contemporaries, Norman Mailer. He wrote recently that, after a long life, he's concluded that fascism, not democracy, is the natural state and that America as a nation is in a pre-fascist era, a mega banana republic increasingly dominated by the military. Is it a view that you share?

GV: I have those days, yes, such as Norman is having. But I am more deeply rooted in the old constitution with all of its flaws and in the Bill of Rights with all of its virtues. That was something special on Earth and Jefferson was something special on Earth when he said that life, liberty and the pursuit of happiness --nobody had ever used that phrase in the constitution before or set that out as a political goal for everyone. So, out of that came the energies of the United States to have made it the number one country in the world and the most inventive and the most creative, and then the Devil entered Eden and we ended up with an Asiatic empire, and a European empire, and a South American dependency and we are not what we were. The people get no education. I call it 'the United States of Amnesia'. I've written now is it 12 books I think, doing American history from the Revolution up to the Millennium. They're very popular because they don't get it in school and they don't get it from the media. So people do read my books. But there should be more by other people too. It is a terrible thing to lose your past, particularly when you had such an interesting one, as we did. In the 18th century, we had three of the great geniuses of the 18th century all living in this little colonial world of 3 million people. We had Benjamin Franklin and Thomas Jefferson. These were extraordinarily wise men and understood the ways of the world, and they gave us a very good form of government. No, it was not a liberal government. It was a very reactionary one. But it was the 18th century --1787 was when the constitution was written. It was as advanced as the human race had ever got at that time in devising a republic. To have lost that and to have lost all memory of it --we've been having a big argument about we've got "In God we trust" on the money. Well this is over the dead bodies of Thomas Jefferson and the other founders, most of whom did not believe in God and wanted to keep Church and State separate. Every American seems to think, "In God we trust" was put on the money by George Washington. Well, it was put on there by Dwight Eisenhower in trying to get some southern votes, Baptist preachers.

MD: Well, you're one of America's harshest cultural and political critics and yet you write and clearly talk very romantically about the republic. You've documented those ebbs and flows where you believe it's verged from its founding principles. In the broader sweep, what is the state of America today?

GV: Adrift, but adrift toward war, and it's a war that we can't win. I suppose we can blow up Baghdad but I think, when that starts, if that happens, we can count on retaliation from 1 billion Muslims and who knows what other? We are opening up --I don't know, a Pandora's box --it's as if we're opening a tomb and God knows what will come out of it. This is dangerous country. This isn't just ordinary colonial aggression --a European power that wants to take over Panama, something like that. This isn't it at all. First of all, they're proudly talking about a cultural and religious clash between Christianity and Devil's work. Well, that's very dangerous and very stupid. And I don't know how you win that one.

MD: Well, there are definite echoes of the 1950s in America today. Some of the loudest critics of that shift are also products of that era --yourself, Norman Mailer, Arthur Miller. Where are the young Vidals, the young Mailers, the young Millers?

GV: One of the things that happened, although we don't have much of an educational system for the general public --the writers of the Second War, all except a few like the three that you've just named went into the universities to teach. Eisenhower in a rather great speech when he left office --he warned against the military industrial complex, which he said was taking over too much of this nation's money and life. A part of it that is never quoted --he said, in effect, that "The universities and learning will be hurt the most because, because when places of learning and knowledge, investigation are dependent upon government bounty, subsidies, for their very lives --which we were doing, we were giving everything to the science department to develop weapons, well that also went for the humanities, the history department too, the English department. We have a whole generation of school teachers and they're not very good school teachers. Some of them are very talented writers, but they're quiet. They don't want to rock the boat. They want to keep their jobs. They saw in the '50s --what happened if you got associated with radical movements. You lost your job and they weren't easy to find. Now, they're quiet as could be.

MD: Is the '50s back, or are the 1950s back with us?

GV: Well, nothing repeats itself except human folly, so no. I do feel an energy across the country --this may be because I go to energetic groups --that are fighting their own government, but they're going to lose because the government is now totally militarised and ready for war --a war they can't really sell to the rest of the world, but they're going to do it anyway. This is something new. We've never had a period like this and it was --to somebody like me, who is really hooked into constitutional America --this is incredible. We cannot trust the Supreme Court after their mysterious decisions on the election of 2000. We have no political parties. We've never had much of them --I mean the Democrats, the Republicans. We have one party --we have the party of essentially corporate America. It has two right wings, one called Democratic, one called Republican. So in the absence of politics, with a media that is easy to manipulate and, in the hands of very few people with interests in wars and oil and so on, I don't see how you get the word out, but one tries because there is nothing else to be done.

MD: Gore Vidal, thanks for joining us on Dateline.

GV: Thank you.

Ex ministro promueve juicio político contra Bush

El ex secretario de Justicia de EEUU, Ramsey Clark, anunció hoy una campaña para iniciar un juicio político (impeachment) contra el presidente George W. Bush, por promover una guerra "inaceptable y sin sentido" contra Irak

Punto Final

12 de Marzo del 2003 - Clark formuló este anuncio en una rueda de prensa en la que una coalición de organizaciones opuestas a la guerra avanzó la celebración de una "marcha masiva" que convergerá el sábado frente a la Casa Blanca.

Ese mismo día también habrá una movilización antiguerra en las ciudades estadounidenses de Los Angeles y San Francisco, así como en España, Alemania, Gran Bretaña, Grecia, Italia, Japón y Nueva Zelanda, según dijeron miembros de la coalición ANSWER internacional (Actúe Ahora para Atajar la Guerra y Poner Fin al Racismo).

Esta organización espera que decenas de miles de personas acudan a la manifestación que tendrá lugar en la capital de EEUU, que busca evitar la muerte de personas inocentes en Irak a causa de la "guerra que no quiere la comunidad mundial" y que impulsa Bush.

Clark manifestó que "es difícil creer que en el Gobierno de EEUU haya gente que apoya una guerra de agresión", e indicó que "este país necesita regresar al respeto a la Constitución, puesto que su presidente está involucrado en actos inaceptables".

Entre estos actos mencionó el hecho de que el Gobierno de Washington mantenga detenidos a cientos de sospechosos de terrorismo, como el caso de los extranjeros presos en la base naval estadounidense de Guantánamo (Cuba), que no tienen acceso a un abogado y a los que aún no les han formulado cargos criminales.

El ex responsable de la Justicia de EEUU destacó que Bush debe ser retirado de su cargo a través de un juicio político por presunta "violación de las leyes nacionales e internacionales" y supuestos crímenes de guerra.

Agregó que el bombardeo masivo que pretende llevar a cabo Bush contra Irak en las primeras 48 horas de guerra, es comparable sólo con el genocidio cometido con las bombas atómicas en Nagasaki e Hiroshima.

Por su lado, Brian Becker, del grupo International Action Center, que apoya la marcha del sábado contra la guerra en Irak, pidió a Bush que los miles de millones de dólares destinados a la invasión del país árabe los use para programas de salud, educación, vivienda y contra la pobreza en EEUU.

Macrina Cárdenas, de la Red de Solidaridad de México, que respalda la demostración de ANSWER, dijo que "la guerra en Irak es parte de la política anexionista que EEUU ha tenido siempre, y a través de la cual arrebató a México casi la mitad de su territorio" en el siglo XIX.

"Estamos convencidos de que hay que decir no a la guerra para evitar la muerte de miles de civiles", añadió Cárdenas, quien criticó a EEUU porque, en su opinión, tiene a México inmerso en una crisis agrícola derivada del Tratado de Libre Comercio de Norte América (TLCAN), del que también es miembro Canadá.

Entre los oradores de la marcha del sábado en Washington, que cuenta con el permiso de las autoridades, figuran el reverendo Jesse Jackson, el legislador demócrata John Conyers, y los actores Cary Elwes y Sandra Bernhardt.

Los organizadores de la manifestación contra la guerra en Irak dijeron que "ojalá la policía de Washington actúe dentro de la ley y no realice detenciones masivas".

 

DA ISRAELE

La guerra vista da un soldato

(testimonianza raccolta da Giulio Stocchi)

In molti articoli, lettere, mails, raccolte di firme, petizioni ecc., man mano che la scadenza dell'ultimatum si avvicina, compare questa paroletta:

GUERRA.

Una parolina malvagia, ma, come sapeva Giovanni quando scrisse l'Apocalisse e come molti di voi sanno, antichissima.

Più che di letteratura si tratta della Storia dell'Umanità. Se toglieste le guerre dai libri di storia, finireste col distruggere i libri stessi. Gli storici non avrebbero di che parlare. L'umanità passa da una guerra all'altra, e le guerre vengono ricordate e narrate non per rifiutarle, per imparare dagli errori, ma per allevare e crescere assassini, massacri umani e bassezze di ogni genere.

Ma. Qualcuno conosce la guerra dal di dentro? Dall'interno?

So che bisogna stare nel rogo per conoscere il dolore di chi sul rogo viene bruciato. So che è necessario stare in una cella dei sotterranei della DINA, o della GESTAPO o del KGB o di quel che volete per sentire il terrore e la solitudine opprimente del terrore.

Per questo voglio raccontarvi qualcosa che ho vissuto, qualcosa che è mio da quasi trent'anni. Qualcosa che non mi fa né più grande né più forte, ma che, al contrario, mi rimpicciolisce e mi soffoca.

La guerra è il disordine delle cose. Il disordine delle cose è una irresponsabilità. La guerra quindi è una irresponsabilità politica, sociale e criminale.

Sono stato soldato per quasi 20 anni, sono passato per tutti i tipi di truppa, come membro del corpo dei paracadutisti. Da recluta a ufficiale. Di tutti questi anni ho ricordi di grida, di pianti, di carni straziate, di corpi fatti a pezzi dalla mitragliatrice, o dai proiettili o dalle baionette.

Carri armati che spappolavano giovani della mia età, davanti allo sguardo impeterrito dei carristi, che, lo so bene, se lo sognano ancora di notte.

La guerra è così.

Il fumo che soffoca la gola, che fa bruciare gli occhi, la morte sopra di

te, al tuo fianco, sotto di te, attorno a te. Di questi figli di mamma,

che si sbudellano sul campo di battaglia, per l'onore della loro patria, che ha chiesto loro troppo. Ha chiesto la tua gioventù e tu uccidi, sventri, perché hai solo questo. La tua giovinezza, e la vuoi conservare...

non importa a che prezzo.

E uccidi, fai a pezzi, bruci, mitragli, bombardi, perché altrimenti fanno la stessa cosa a te. Accoltelli il tuo prossimo, che l'unico male che ha fatto è stato di nascere nell'altro paese, perché lo ha mandato un ufficiale superiore, che a sua volta è stato comandato da un altro ufficiale comandato a sua volta da un politico di quelli che se non fanno una guerra non entrano nella storia.

Quanti uomini politici conosci che hanno evitato una guerra?

Che sono entrati nella storia per evitare una guerra?

Lasciamo perdere. Non è questo ciò di cui vogliamo parlare perché non c'é tempo. Il caso vuole però che hai la possibilità di rifiutare di combattere. Ma anche questo ha i suoi codici.

Se sei soldato al fronte e ti rifiuti di ammazzare il nemico vieni

immediatamente fucilato. Ti uccidono perché TU non vuoi uccidere!

In guerra, se ne esci vivo, intero o meno, perdi l'anima. Perdi sempre.

Non ci sono vincitori in guerra: solo quelli che stanno lontano dal fronte, dal suo fango, loro, quelli che comprano sangue e vendono armi, loro sono quelli che vincono. Gli unici trionfatori.

E che non ti ingannino con la bandiera, con la terra o il sacro suolo della nazione: c'è sempre di mezzo il denaro, c'è sempre un interesse monetario,

sempre...

E a te nel peggiore dei casi è riservato il tuo pezzetto di terra, due metri per uno per due di profondità. E' quello che ti danno e ai tuoi genitori una medaglia e una pergamena.

E tu cos'hai fatto?

Nel frattempo hai massacrato, incendiato, distrutto, ucciso. Ho visto uomini, ridotti a una pira umana, correre, amici miei, e soldati dell'altro campo.

Ho visto molti senza braccia tentare di alzarsi.

Ho visto un ufficiale correre sui moncherini dei suoi piedi, perché una granata gli era scoppiata fra i piedi.

Che altro?

Ho visto civili.

Sai chi soffre di più di quella imbecillità umana che chiamiamo guerra??

I bambini.

Loro soffrono per l'imbecillità dei grandi, di quelli che dovrebbero proteggerli. Li bombardano col napalm, con esplosivi, li mitragliano , e sai... muoiono anche i bambini, e se non muoiono restano con un gravissimo trauma.

Io li ho visti. Io l'ho fatto. Io ero lì.

E per più di 20 anni sono stato un assassino al servizio dello Stato.

Io. Che sono stato un operaio agricolo, un professionista del cinema e della televisione e che oggi sono un medico olistico.

Io.  Ho ucciso più gente di quella che potrei mettere al mondo in 50 anni.

E a vent'anni avevo ucciso più gente di quanti amici avessi.

Io che ho visto la guerra dal di dentro, so cos'è

Potrei stare ore a raccontarti cose una più macabra dell'altra. Ma preferisco questi piccoli cenni, altrimenti sarebbe di cattivo gusto

Avete visto quelle statue ai grandi uomini, al soldato eroico? Nelle piazze?

Bene. Questo non ha niente a che vedere con il balbettio del soldato che la battaglia ha sconvolto.

Morto di fame, di freddo, di sete, di paura, indolenzito, stanco, appena finisce la battaglia si butta a terra con gli occhi fuori dalle orbite, fra i suoi compagni, amici o nemici, vivi o morti, a riposare. Ma la sua anima non riposa.

Meno male che le madri non vedono i figli sventrati, non vedono com'è ridotta la loro faccia, quando un proiettile gliel'ha spappolata, il suo bel viso di ragazzo o quando ha calpestato una mina o quando una granata lo ha fatto a pezzi, tanto che neppure le scarpe sono rimaste.

Mi fa venire la nausea leggere di persone che invocano la guerra.

Mi fa schifo leggere quegli articoli di uomini politici che parlano della guerra come tu ed io parliamo di andare a fare una passeggiata o di fare l'amore con la nostra compagna. Che parlano di come mandare alla morte migliaia di ragazzi, come tu ed io parliamo dell'educazione dei nostri figli.

E tutto per qualche pozzo di petrolio.

Sempre soldi di mezzo.

Io mi sono guadagnata una medaglia.

Abbiamo lasciato litri di sangue al fronte.

Io personalmente ho assistito alla sepoltura di 168 ragazzi del mio reggimento. Abbiamo vinto dissero i giornali.

Ci siamo guadagnati un trattamento da eroi.

Trattamento psicologico.

Ma la faccia sporca della guerra è presente giorno e notte.

E' una ferita aperta, sanguinante, purulenta sulla faccia dell'Umanità.

Ma sempre, sempre troverai degli idioti che sventoleranno la bandiera della guerra. Troverai sempre dei giovani, ingannati, che si arruoleranno contro questo o quel sistema e andranno in guerra.

Professionisti che vivono della spada.

Professionisti che studiano e investono fortune in armi moderne, superbombe, aerei supersonici, invece di investirli nel bene dell'Umanità.

Io sono uno di questi.

Né più né meno.

Né il migliore né il peggiore.

Ho svolto bene il mio lavoro.

Ho liquidato, assassinato, sabotato, accoltellato centinaia di uomini, qualche volta un vecchio e qualche volta una donna. Non so.

Ho la mia colpa, ed è mia.

Vivo insieme a lei e mai, mai ho chiesto misericordia.

So cosa vuol dire tornare dal fronte, e già dopo due mesi non sei più l'eroe, sei quello che deve cercare il modo di vivere con se stesso

Non ti riconosci più

Sei un altro.

Un assassino.

Con le tue medaglie, i tuoi ricordi, e un gran vuoto nel cuore e un nodo

allo stomaco. E una gran confusione nel cervello.

E migliaia di fantasmi nei tuoi sogni.

Solo a questo serve la guerra.

Per uccidere e rendere inumano l'essere umano

Continuo a non capire quelli che appoggiano questa barbarie

Quando vedo i documentari degli anni precedenti alla mia guerra:

Vietnam

Indocina

Sinai

Kenya

Algeria

Laos

Nicaragua

Cuba

Europa

E vedo tutta quella gente che va a combattere con aria di trionfo: Non li capisco. Non li capivo allora, e adesso ancora meno.

Un vecchio soldato yankee, del Vietnam, mi diceva una notte di ricordi amari, a Madrid, dove eravamo allora, nel '77:

"Fratello, sul nostro viso portiamo i segni di 30000 anni di barbarie.

Siamo i migliori, perché siamo rimasti vivi per raccontarlo"

Adesso lo capisco, e lo racconto.

Non voglio concludere questo scritto con un NO ALLA GUERRA, perché sarebbe ripetitivo. Neppure con LASCIATECI GODERE IL MONDO, perché suona volgare. Voglio solo dire quello che ho detto.

Siamo tutti abbastanza grandi per finire come meglio crediamo.

Io non sono né un giudice né un giurato.

Per molti anni sono stato un carnefice e questo mi basta.

L'umanità giudicherà.

E tutti, tutti siamo seduti sul banco degli accusati.

LUCE, PACE, UMANITA'

X.Y.

Ufficiale paracadutista dell'esercito israeliano.

 

Sobre el movimiento contra la guerra

Entrevista a Noam Chomsky

Matthew Tempest

Las manifestaciones [por la paz] fueron otro indicador de un fenómeno muy destacable. Por todo el mundo y en Estados Unidos existe una oposición a la inminente guerra a un nivel sin precedentes en la historia estadounidense y europea en cuanto a su amplitud y a los sectores de la población que engloba.

Nunca antes, que yo sepa, ha existido una oposición tan masiva a una guerra antes de que ni siquiera hubiese empezado. Y cuanto más nos acercamos a la región, mayor parece ser la oposición. En Turquía las encuestas indican cerca de un 90% de oposición, en Europa ésta es bastante amplia, y en EE.UU. los datos que vemos en las encuestas son sin embargo bastante engañosos porque no tienen en cuenta otro factor que diferencia a EE.UU. del resto del mundo. Este es el único país donde Sadam Hussein no sólo es criticado y despreciado sino además temido. Desde septiembre las encuestas han mostrado que aproximadamente un 60-70% de la población piensa literalmente que Sadam Hussein representa un peligro inminente para su supervivencia.

De hecho no hay razón objetiva por la cual EE.UU. debería tener más miedo de Sadam que, digamos, los Kuwaitíes, pero existe un motivo -este consiste en que desde septiembre se ha producido un redoble de la propaganda que intenta hacer creer a la gente que Sadam no sólo es una persona terrible sino que además va a venir a por nosotros mañana si no le detenemos hoy. Y eso llega a la gente. De modo que para comprender la oposición actual a la guerra en EE.UU. debemos extraer ese factor, el factor del miedo irracional creado por la propaganda masiva. Si lo hacemos creo que encontraremos que la oposición es muy similar a la del resto del mundo.

Lo que no se destaca en la cobertura de la prensa es que simplemente no existe precedente, o nada parecido a un precedente, para tal oposición pública a una guerra. Y ésta se extiende mucho más allá, no es sólo una oposición a la guerra, es una falta de confianza en los líderes. Quizá hayan visto un estudio publicado por el Foro Económico Mundial hace un par de días que analiza la confianza en los líderes, la más baja es la que se refiere a los líderes estadounidenses. Sólo tienen la confianza de poco más que la cuarta parte de la población y creo que eso refleja la preocupación por la temeridad, la violencia y las amenazas que se desprenden de las acciones y los planes de la actual administración.

Estas cuestiones deberían ser centrales. Hasta en Estados Unidos hay una impresionante oposición a la guerra y una correspondiente disminución de la confianza en los líderes que la están conduciendo.

Esto se viene desarrollando desde hace un tiempo pero está alcanzando ahora un estado inusual, y, volviendo a las manifestaciones del fin de semana, nunca antes había ocurrido. Si lo comparamos con la guerra del Vietnam, el estado actual de la guerra de Irak se corresponde aproximadamente con el de1961, esto es, antes del comienzo de la guerra, en 1962, cuando EE.UU. bombardeó Vietnam del Sur y condujo a millones de personas a campos de concentración, a la guerra química y demás. Pero no hubo protesta. De hecho la protesta fue tan pequeña que poca gente lo recuerda.

Las protestas no comenzaron a desarrollarse hasta varios años más tarde cuando extensas zonas del sur de Vietnam fueron sometidas a bombardeos de saturación con aviones B-52, había cientos de miles de tropas allí y cientos de miles habían sido asesinados. Incluso después de esto, cuando las protestas finalmente se desarrollaron en EE.UU. y Europa, éstas se centraron casi siempre en una cuestión colateral -el bombardeo del norte de Vietnam fue indudablemente un crimen, aunque fue mucho más intenso en el sur, que siempre fue el objetivo de EE.UU., y seguía siéndolo.

Esto también es reconocido, incidentalmente, por el gobierno. Cuando cualquier administración toma posesión lo primero que hace es llevar a cabo una valoración de la situación a nivel mundial - "¿Cual es el estado del mundo?"- por parte de los servicios de inteligencia. Esta información es secreta y sale a la luz unos 30 ó 40 años más tarde cuando es desclasificada. Pero cuando llegó la primera administración Bush en 1989, partes de su informe de inteligencia fueron filtradas, y son muy reveladoras sobre lo que ocurrió precisamente respecto a estas cuestiones en los 10 años siguientes.

Las partes que fueron filtradas hablaban de enfrentamientos militares con enemigos mucho más débiles, reconociendo que éstos eran los únicos a los que estábamos dispuestos a enfrentarnos, los únicos que queríamos que existieran. De tal modo que en enfrentamientos con enemigos mucho más débiles Estados Unidos debe ganar "con decisión y rapidez" porque de otro modo el apoyo popular se erosionará, ya que se considera que este es muy frágil. No es como en los años sesenta, cuando el gobierno podía librar una guerra larga y brutal durante años y años destruyendo prácticamente un país sin protesta alguna. Ahora no, ahora tienen que ganar. Tienen que aterrorizar a la población para que sientan que hay una gran amenaza para su existencia y llevar a cabo una victoria milagrosa, contundente y rápida sobre el enorme enemigo y después pasar al siguiente.

Recordemos que las personas que llevan ahora las riendas en Washington son en su mayor parte Reaganianos reciclados, que básicamente están reviviendo el guión de los años ochenta -para utilizar una analogía adecuada-. En los años 80 impusieron programas domésticos muy dañinos para la población en general y que fueron muy impopulares. La gente se opuso a la mayoría de sus programas domésticos y la manera como consiguieron implantarlos fue manteniendo a la población en un continuo estado de pánico.

Así que un año fue una base aérea en Granada que los rusos querían usar para bombardear los Estados Unidos. Suena ridículo pero esa fue la mentira de la propaganda y funcionó.

Nicaragua estaba a "dos días de marcha de Tejas" –un puñal apuntando al corazón de Tejas-, para utilizar la frase de Hitler. De nuevo podría creerse que la gente se moriría de risa. Pero no fue así. Este argumento fue utilizado continuamente para asustarnos –Nicaragua quizá nos conquiste en su camino hacia la conquista del hemisferio-. Se declaró una emergencia nacional por la amenaza que representaba Nicaragua para la seguridad nacional. Que si asesinos a sueldo libios rondaban las calles de Washington para matar a nuestro líder - que si narco-terroristas hispanos-. Una cosa tras otra fue urdida para mantener a la población en un permanente estado de miedo mientras llevaban a cabo sus mayores guerras terroristas.

Recordemos que la misma gente declaró en 1981 una guerra contra el terror que se convertiría en el núcleo central de la política exterior estadounidense enfocada fundamentalmente en Centroamérica. Llevaron a cabo una guerra contra el terror en América Central donde acabaron matando a unas 200.000 personas y dejando cuatro países devastados. Desde 1990, cuando EE.UU. se hizo con ellos de nuevo, se han hundido más aún en una profunda pobreza. Ahora están haciendo lo mismo por los mismos motivos -están llevando a cabo programas domésticos a los que la población se opone contundentemente porque les perjudica.

Pero las aventuras internacionales, la invención de enemigos que están a punto de destruirnos, no son nuevas, nos son familiares. No lo inventaron ellos, otros han hecho lo mismo a lo largo de la historia. Pero se han convertido en maestros de este arte y lo están volviendo a hacer ahora.

No quiero sugerir que no tengan motivos para querer tomar el poder en Irak. Por supuesto que los tienen, motivos muy antiguos que todo el mundo conoce. Controlar Irak pondrá a EE.UU. en una posición muy poderosa para extender su dominio sobre las mayores reservas energéticas del mundo. No es una razón pequeña.

Pero fijémonos en el momento concreto. Es realmente chocante que la avalancha de propaganda comenzara en septiembre -¿qué ocurrió en septiembre? Fue cuando comenzó la campaña para el congreso y estaba claro que los republicanos no iban a ganar dejando que dominaran los asuntos sociales y económicos. Hubieran sido arrollados. Tenían que hacer exactamente lo mismo que hicieron en los ochenta; sustituirlos por asuntos de seguridad y en el caso de una amenaza a la seguridad la gente tenderá a cerrar filas en torno al presidente -una figura fuerte que nos protegerá de horribles peligros.

La dirección más probable que esto tomará [después de una guerra con Irak] será Irán, y posiblemente Siria. Corea del Norte es un caso diferente. Lo que están demostrando al mundo con gran claridad es que si quieres impedir una agresión estadounidense, más te vale tener armas de destrucción masiva (ADM), o una amenaza de terrorismo creíble. Ninguna otra cosa les detendrá -no les pararán fuerzas convencionales. Esa es una lección terrible, pero es exactamente la que se está enseñando.

Durante años, expertos de los medios de comunicación convencionales han estado destacando que EE.UU. causa la proliferación armamentística con sus aventuras ya que los demás no pueden protegerse si no es con ADM o la amenaza del terror. Kenneth Waltz es uno de los que subrayaba esto recientemente. Pero hace años, incluso antes de la administración Bush, comentaristas de primera línea como Samuel Huntington de Foreign Affairs, la principal revista del establishment, destacaban que Estados Unidos estaba siguiendo un curso peligroso. Huntington hablaba sobre la administración Clinton pero apuntaba que, para gran parte del mundo, EE.UU. es considerado ya como un estado criminal y el mayor peligro para su existencia. De hecho una de las cosas sorprendentes sobre la actual oposición a la guerra, repito sin precedentes, es la amplitud con la que se extiende por todo el espectro político. Las dos mayores publicaciones sobre política exterior, Foreign Affairs y Foreign Policy acaban de publicar en sus ediciones más recientes artículos muy críticos de distinguidas figuras de los medios de comunicación mayoritarios oponiéndose al recurso de la guerra en este caso.

La American Academy of Arts and Sciences rara vez se posiciona en asuntos de actualidad controvertidos y acaba de publicar un largo monográfico de su comité de seguridad internacional sobre este tema, en el que da una descripción de lo más cordial de la posición de la administración Bush para después desmontarla línea a línea entrando en terreno resbaladizo -mucho más de lo que me hubiera gustado- pero consiguiéndolo con éxito.

Existe mucho miedo y preocupación por este aventurismo, al que un analista llamaba "tontas fantasías de sillón". Mi preocupación es más bien "¿cómo va a afectar a los iraquíes?" y "¿cómo va a afectar a la región?" pero estas preocupaciones son del tipo "¿cómo nos va a afectar a nosotros?".

Matthew Tempest: Se volverá contra ellos mismos la propaganda si no se establece la democracia en Irak después de la "liberación"?

NC: Tiene razón al llamarlo propaganda. Si esta es una de las finalidades de la guerra, ¿por qué entonces no lo dicen?, ¿por qué están engañando al resto del mundo?, ¿qué sentido tienen entonces los inspectores de la ONU? De acuerdo con esta propaganda todo lo que estamos diciendo en público es pura farsa -no nos importan las armas de destrucción masiva, no nos importa el desarme, tenemos otro objetivo en mente que no os decimos y que consiste, de repente, en que vamos a llevar la democracia a Irak por medio de la guerra. Pues bien, si este es el objetivo dejemos de mentir sobre ello y pongámosle fin a toda la farsa de las inspecciones y demás, y digamos simplemente que ahora estamos en una cruzada para llevar la democracia a países que sufren bajo gobiernos tiranos. De hecho esta es una cruzada tradicional, es lo que hay detrás de los horrores de las guerras coloniales y sus equivalentes modernos, y nosotros tenemos un historial muy rico mostrando cómo funciona esto. No es algo nuevo en la historia.

En este caso particular no se puede predecir qué pasará una vez comience la guerra. En el peor de los casos quizá ocurra lo que las agencias de inteligencia y las organizaciones de ayuda predicen -esto es, un aumento del terrorismo como disuasión o venganza, y para el pueblo iraquí, que apenas supera el límite de la supervivencia, podría significar la catástrofe humanitaria sobre la que las organizaciones de ayuda y la ONU nos han estado advirtiendo. Por otro lado es posible que ocurra lo que los halcones de Washington esperan -una victoria rápida, ausencia de combates que comentar, imposición de un nuevo régimen, con una fachada democrática y asegurarse de que EE.UU. tenga grandes bases militares en Irak así como el control efectivo del petróleo.

Las posibilidades de que consientan algo parecido a una democracia real son mínimas. Hay grandes impedimentos en su camino -impedimentos que motivaron que Bush nº1 se opusiera a las rebeliones de 1991 que podían haber derrocado a Sadam Hussein. Al fin y al cabo, podía haber sido derrocado entonces si EE.UU. no hubiera autorizado a Sadam a aplastar las rebeliones.

Un problema importante es que prácticamente el 60% de la población es chiíta. Si hay algún tipo de gobierno democrático, ellos tendrán algún tipo de voz, de hecho la voz mayoritaria respecto a cuál ha de ser el gobierno. No son pro-iraníes pero lo más probable es que la mayoría chiíta se uniera al resto de la región intentando mejorar las relaciones con Irán y reducir el nivel general de tensión en la región reintegrando a Irán en ella. Ha habido movimientos en ese sentido entre los estados árabes y la mayoría chiíta en Irak probablemente lo haría. Eso es lo último que quiere EE.UU. Irán es el próximo objetivo.

No quiere una mejora de las relaciones. Es más, si la mayoría chiíta obtiene por primera vez una verdadera voz en el gobierno, la minoría kurda querrá algo similar. Y querrá la realización de sus justas demandas de un mayor grado de autonomía en las regiones del norte. Turquía no va a tolerar eso. Turquía ya tiene miles de tropas en el norte de Irak básicamente para prevenir una evolución de ese tipo. Si hay movimiento hacia Kirkuk, considerada por ellos como su capital, Turquía se moverá para bloquearlo y EE.UU. le apoyará con toda seguridad igual que le apoyó en sus masivas atrocidades contra los kurdos en las regiones del sudeste durante los años noventa. Lo que al final tendremos será, o bien una dictadura militar con una fachada democrática, como por ejemplo un parlamento que vota mientras el ejército lleva las riendas entre bastidores -no sería nada nuevo-, o bien la entrega del poder a las manos de alguien como la minoría Sunni, quien ya lo tuvo en el pasado.

Nadie puede predecir nada de esto. Lo que ocurrirá cuando se empieza una guerra no se sabe. La CIA no puede predecirlo, Rumsfeld no puede predecirlo, nadie puede. Podría ocurrir cualquiera de estas cosas. Por eso la gente cuerda reniega del uso de la violencia a menos que existan razones abrumadoras para ello, los peligros son simplemente demasiado grandes. Sin embargo sorprende que ni Bush ni Blair presenten algo parecido a esto como su objetivo a lograr con la guerra. ¿Acaso han acudido al consejo de seguridad y han propuesto una resolución para llevar la democracia a Irak mediante el uso de la fuerza? Por supuesto que no. Porque saben que se reirían de ellos.

Bush y su administración dijeron ya en noviembre al consejo de seguridad abierta y directamente que la ONU será "relevante" si nos otorga la autoridad para hacer lo que queramos, para usar la fuerza si queremos, y si la ONU no lo hace será irrelevante. No podía ser más claro. Dijeron que ya tenemos la autoridad para hacer lo que queramos, o venís a respaldar esa autorización o sois irrelevantes. No podía haber una forma más clara y explícita de informar al mundo de que no nos importa lo que piense, haremos lo que queramos. Esta es una de las principales razones por las que la autoridad de los líderes estadounidenses se ha hundido según la encuesta del Foro Económico Mundial.

Otros países probablemente participarán en la guerra de Estados Unidos, pero lo harán por miedo.

Título original: Chomsky On The Anti War Movement Origen: The Guardian, 4 de febrero de 2003 Traducido por Juan Aballe y revisado por Mateu Llas

 

Por qué voy a Irak

La carta de un escudo humano

Manuel Terrazas Guerrero

Voy a Irak porque amo profundamente la vida. Porque tengo 29 años y en este momento, más que nunca antes, percibo cada segundo como un regalo. Respiro y el aire me llena de fuerza. Despierto al amanecer y el sol me canta una canción que voy poco a poco entendiendo. Voy a Irak porque amo profundamente la vida.

Voy a Irak porque el amor, el amor de a de veras, no admite egoísmos. Y, como dije, ahora, más que nunca, amo la vida. Y el amor, el amor de a de veras, no admite egoísmos. Este amor es amor pues se ama a sí mismo en el otro, en el amor de los otros. El amor de a de veras se reconoce en el amor de a de veras de los otros y por eso es que no admite egoísmos.

Voy a Irak porque no puedo contemplar el absurdo absoluto, el sin sentido del "viva la muerte" sin hacer nada y no sentir que la falta de acción me hace cómplice.

Voy a Irak porque creo que la gente debe morir en paz, rodeada por gente a quien ama y quien le ama. Creo que la gente debe morir por el efecto del tiempo y la naturaleza tan sabia, no por una bomba que se tira para que alguien coseche algunas monedas.

Voy a Irak porque quiero vivir para tener hijos, porque quiero poder ver sus ojos, sostener su mirada y decirles: "amen la vida y recuerden que por el amor, el amor de a de veras, se lucha, se arriesga, se lucha".

Voy a Irak porque quiero ir y volver y no puedo evitar sentir que si no voy me habré ido sin poder regresar nunca. Quiero ir para volver. Quiero volver, volver, volver. Y, para eso, necesito haber ido.

Voy a Irak porque si no voy, si no me levanto, marcho y grito con fuerza: "¡Paren esta locura, ya suficiente dolor se ha vivido!" Entonces, callado, seguiré gritando toda la vida. Y amo demasiado el silencio. Amo demasiado la risa. No quiero que mi vida sea un grito continuo.

Voy a Irak porque no creo en las fronteras, no creo en los países, no creo en las banderas y mucho menos en los sistemas de gobierno. En lo que yo creo, y ahí sí, de a de veras, es en Juan, en Tonantzin, en Ibrahim, en María, en Aisha, en Said, en Ernesto, en Buba, en Fátima y en Helena. Yo creo en la gente, creo profundamente en la gente.

Voy a Irak porque si no fuera, o si no ayudara a los que van, entonces estaría ayudando a otros que también fueron, pero para asesinar no a los que no van sino a los que se quedan, pues de allá son y allá viven. Y ése es el único delito que han cometido.

Voy a Irak porque tú no puedes ir conmigo, pero no importa. Porque al ir te llevo dentro y entonces no soy uno sino un chingo: soy yo, tú, ése, la otra, aquél, y también los que olvido.

Voy a Irak porque quiero que te acuerdes de que las guerras lejanas no existen, de que las guerras ajenas no existen, de que si nos conociéramos seríamos amigos y, como yo estoy allá, tú puedes decir sin mentir que no hay duda: tú, allá, también tienes amigos.

 

COLOMBIA

IL POPOLO COLOMBIANO NON APPOGGIA LA GUERRA CONTRO L'IRAQ

L'amministrazione nordamericana ha preso la decisione di attaccare l'Iraq, cosa per la quale conta sull'appoggio deciso di altri due governi, quello della Gran Bretagna e quello della Spagna. Come segnalato dal presidente della Francia, Jacques Chirac, non esiste una giustificazione di fondo per un'aggressione di tale natura che si tradurrà in un grande olocausto contro la popolazione irachena. Il presidente Bush ha ignorato l'appello di milioni di esseri umani in tutto il mondo, opinione pubblica nordamericana compresa, che si sono mobilitati contro la guerra. Ed alla luce delle norme dell'ONU, tale aggressione è illegale ed arbitraria.

Il presidente Uribe Vélez e il suo cancelliere Carolina Barco hanno  annunciato il loro appoggio all'aggressione unilaterale degli Stati  Uniti contro il popolo iracheno. Tale decisione non solo si scontra con il comportamento dignitoso della maggior parte dei governi latinoamericani, che hanno reclamato una soluzione per la via diplomatica, ma non è nemmeno spalleggiata dalla popolazione colombiana che si è espressa contro la guerra, come registrano alcuni sondaggi.

Il Comitato Permanente per la Difesa dei Diritti Umani, fedele ai principi che vi hanno dato origine, si pronuncia risolutamente contro la guerra e lancia un appello affinché si rafforzi un grande movimento capace di fermare l'avventura bellica e rivendicare la sovranità e l'autodeterminazione dei popoli.

Bogotá, 19 marzo del 2003

Giunta Direttiva del Comitato Permanente per la Difesa dei Diritti Umani

CONTRO LA GUERRA IN IRAK, IN PIAZZA!

Di fronte all'imminenza di un'aggressione criminale del governo degli Stati Uniti contro l'Iraq, si solleva indignata l'opinione mondiale. Bush, che ha già mostrato la sua indole depredatrice contro il Terzo Mondo in occasione dell'ingiusta invasione in Afganistan, sfida l'umanità nell'intento di appropriarsi delle ricchezze energetiche e distruggere un paese, membro delle Nazioni Unite, abbattendo con la violenza le sue autorità.

Washington dimostra che, quando usa la forza ed il potere militare, il diritto internazionale, l'autodeterminazione dei popoli e l'ONU non valgono niente. La progettata aggressione all'Iraq, con la complicità dell'Inghilterra e della Spagna, dimostra che l'imperialismo vuole un ordine mondiale in cui democrazia, libertà, e sovranità siano aria fritta.

Bush ha fatto dell'antiterrorismo un pretesto per mettere sotto accusa la pace mondiale.

E non c'è niente di più offensivo del comportamento di Uribe Vélez, che spalleggia incondizionatamente la barbarie del terrorismo imperialista. Il suo portavoce all'ONU, Luis Guillermo Giraldo, esegue gli ordini dei padroncini del nord. Uribe Vélez è l'unico

governante del mondo attuale ad avallare l'intervento di truppe nordamericane nel proprio paese, a chiedere che occupino l'Amazzonia e che controllino i mari continentali. La politica di sicurezza in

corso, e la cui prossima espressione sarà il liberticida Statuto

Antiterrorista, è la versione per la Colombia della politica

guerrafondaia di Bush contro l'Iraq e contro i popoli del mondo.

Bisogna condannare con coraggio ed energia l'aggressione all'Iraq. La calcolata mattanza del popolo iracheno deve destare il ripudio di ogni colombiano e colombiana, in ogni angolo della Colombia. Così come merita un'uguale condanna la presenza e l'azione diretta di effettivi militari degli Stati Uniti nelle questioni interne del

nostro paese. E' necessaria l'unità del popolo per far valere la

dignità e la sovranità nazionali.

Il Partito Comunista Colombiano chiama alla mobilitazione popolare e democratica contro la guerra imperialista in Iraq, contro il Plan Colombia e le truppe statunitensi nel paese, e ribadisce la necessità di soluzioni pacifiche e del rispetto per l'autodeterminazione, la sovranità degli stati ed il diritto internazionale.

Inoltre, appoggia l'appello per la Giornata Nazionale del 27 marzo con lo slogan "Il popolo in piazza contro l'aggressione imperialista".

Comitato Esecutivo Centrale del Partito Comunista Colombiano

 

Tiosha Bojorquez Chapela Se suman más voces a un no a la guerra

Al llamado que intelectuales y académicos latinoamericanos dirigimos a los presidentes Vicente Fox de México y Ricardo Lagos de Chile, demandándoles votar "en forma categórica en contra de todo acuerdo del Consejo de Seguridad que pueda de alguna manera servir de justificación para la guerra", se suman hoy las voces de Pablo González Casanova, Atilio Borón, Aníbal Quijano, Gonzalo Ituarte, Tomás Moulia, Jaime Caycedo Zuriago, John Holloway, Guido Galafassi, Gurdrun Lenkersdorf, Carlos Lenkersdorf, Gladys Marín Millie (presidenta del Partido Comunista de Chile), Magdalena Gómez, Emilio Taddei, Enrique Rajchenberg, Felipe I. Echenique March, Gerónimo de Sierra, Jorge Fuentes Morúa, Jorge Lora, Jorge Rojas (presidente de CODEES, Colombia) Magdalena Valdivieso, Rosa María Márquez, Margarita López Maya, Beatriz Stolowicz, Sergio Tischler, Marcela Lagarde, Montserrat Gispert, Movimiento Anaruista Independiente, Buenos Aires, Pablo Gentilli, Paloma Villegas, Revista La Guillotina, Walter Heredia, Arturo Neri Contreras, Mujeres por el Diálogo, Marcha Mundial de las Mujeres en México Red Nacional de Género y Economía, Osvaldo Barsky, Comité de Abogados en Defensa de los Trabajadores y Reprimidos. Alberto Rodríguez, Cristina Pizzonia, Marina Salcedo Fernández, Aurora Elizondo Huerta, Salvador Barreto Flores, Alfredo Tapia Naranjo, Alejandra García Carrillo, Verónica Huerta, Lorena Moscovich, Rosario Alvarez, Regina María A. Fonseca Gadelha, Nair A. Fonseca Gadelha, Gabriela Cisneros García y Alfonso López.

Atentamente

 

Ana Esther Ceceña

No al voto de México en favor de la guerra

: Las organizaciones de mujeres y civiles abajo firmantes queremos hacer un llamado al presidente Vicente Fox Quesada y al representante de México en la ONU, Adolfo Aguilar Zinser, para que representen fielmente el sentir pacifista de la población mexicana y voten en contra de una intervención armada por parte de Estados Unidos a Irak. Sabido es que las consecuencias de una guerra como la que se ha estado planeando desde hace ya mucho tiempo por el gobierno estadunidense, serán muy graves para la población civil iraquí.

Desde hace una semana, los discursos pronunciados por Vicente Fox respecto a la guerra se han ido modificando, dando muestras de que el voto de México en el Consejo de Seguridad de la ONU podría apoyar la guerra de Estados Unidos. En su programa radiofónico del sábado (La Jornada 2-03-03) el Presidente hacía ya cuentas a favor con los recursos excedentes que ingresarían al presupuesto nacional como consecuencia del incremento en los precios del petróleo.

Por este conducto expresamos nuestra oposición rotunda a contar con ingresos petroleros que estuviesen manchados con la sangre de mujeres y niños de un país que desde hace muchos años sufre las consecuencias de un bloqueo económico.

A sólo dos días de una segunda votación en el Consejo de Seguridad, creemos que es urgente reiterarle a nuestro gobierno que la mayoría de las mexicanas y los mexicanos no queremos apoyar una guerra que en nada nos beneficia y sí, por el contrario, dejaría al mundo completamente en manos del poder imperial de Estados Unidos.

Afluentes, AC; Asociación de Autoridades Locales de México (AALMAC); Centro de Apoyo para Empleadas del Hogar, AC; Comisión Mexicana de Defensa y Promoción de los Derechos Humanos; Consorcio para el Diálogo Parlamentario y la Equidad, AC; Equidad de Género, AC; Foro Nacional de Mujeres y Políticas de Población; Proyecto de Desarrollo Rural Integral Vicente Guerrero, AC; SINFÍN-Convergencia de Organismos Civiles por la Democracia; Salud Integral para la Mujer, AC (SIPAM).

Responsable de la publicación: María Eugenia Chávez Fonseca, responsable de Proyectos, Salud Integral para la Mujer, AC

Están en contra de la amenaza de genocidio que impulsa Bush

Los abajo firmantes, quienes conformamos la planta académica de El Colegio de Tlaxcala, AC, acordamos sumar nuestras voces contra la amenaza de genocidio que viene impulsando el gobierno de George W. Bush, contra el gobierno de Irak, el pueblo iraquí y también decirlo, contra los pueblos del mundo que se atrevan a limitar sus impulsos hegemónicos. Demandamos del gobierno de México que no otorgue ningún voto a la guerra.

Atentamente

Félix Cadena B., Abraham Carro A., Sergio Straffon V., Noé Santacruz García, María de Lourdes Sánchez, Laura Collín M., René Valdiviezo, Delio I. Vázquez Lozada, Sergio Flores González

 

RIFLESSIONE. BENEDETTO VECCHI INTERVISTA SASKIA SASSEN
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 26 marzo 2003. L'intervistatore cosi' presenta Saskia Sassen in una scheda annessa all'intervista: "Saskia Sassen, olandese di nascita, ha passato la sua prima giovinezza in Argentina, trasferendosi poi in Italia per approdare, infine, negli Usa, dove insegna all'Universita' di Chicago e alla Columbia University di New York. Ma il suo nomadismo intellettuale la porta spesso in Italia, in Francia e in Inghilterra. Attivista da sempre nella "nuova sinistra" e' pero' poco incline al dogmatismo che caratterizza spesso il pensiero critico statunitense. Il suo nome e' divenuto famoso per un saggio sulle Citta' globali, una analisi particolareggiata del ruolo di New York, Londra, Tokyo nell'economia globale (il libro e' stato pubblicato dalla Utet). La tesi centrale del volume e' che in alcune citta' si sono concentrati alcuni servizi finanziari, legali, di progettazione organizzativa, di ricerca e sviluppo che sono indispensabili, per coordinarlo, a un processo produttivo disseminato potenzialmente in tutto il pianeta. Proprio per questi motivi, nelle citta' globali la 'polarizzazione sociale' raggiunge il suo acme. Saskia Sassen ha in seguito applicato questa griglia analitica a molte altre citta', come San Paolo, Miami, Singapore, Honk Hong nel libro Le citta' nell'economia globale (Il Mulino). Oltre a questo tema, uno degli argomenti da lei studiati e' la crisi delle sovranita' nazionali nell'economia mondiale (Losing control, tr. it.: Fuori controllo, Il Saggiatore) e le conseguenze sociali della globalizzazione economica (Globalizzati e scontenti, Il Saggiatore). Ed e' all'interno di questo argomento che e' maturato il suo interesse per il ruolo delle migrazioni nello sviluppo economico europeo (Migranti, coloni, rifugiati. Dall'emigrazione di massa alla fortezza Europa, Feltrinelli), dove il migrante diventa la figura simbolica della globalizzazione economica"]

Con voce chiara, scandendo bene le parole, Saskia Sassen non ha dubbi. La guerra degli Stati Uniti e dell'Inghilterra coincide con la fine della "geografia unificata" dell'economia globale. E dietro le macerie dell'Iraq si profila un nuovo mondo bipolare che non avra' nulla di quello conosciuto durante la guerra fredda. In entrambi i "poli", infatti, ci sara' l'economia di mercato, ma crescera' la competezione tra stati-nazione e le "coalizioni" che riusciranno a stabilire. Non siamo quindi alla catastrofe del neoliberismo, ma a un "riallineamento politico". Ma dopo questo giudizio espresso quasi senza riprendere fiato, la docente di economia urbana all'universita' di Chicago e alla Open University chiede un po' di tempo per riordinare le idee. E l'intervista deve quindi snodarsi tra un telefono, una pausa per l'aereo che la conduce da Parigi a Londra, internet e di nuovo il telefono. Nota per i suoi studi sulle "citta' globali" e la crisi dello stato-nazione nella globalizzazione economica, Saskia Sassen pensa che bisogna tenere i nervi molto saldi, perche' a parlare non ci sono solo le armi, ma anche milioni di uomini e donne che, nella preparazione delle mobilitazioni contro la guerra, stanno sperimentando "pratiche di cittadinanza transnazionali" che influiranno molto sul mondo di questo dopoguerra.
- Benedetto Vecchi: Le spiegazioni della guerra degli Usa e dell'Inghilterra contro l'Iraq sono molteplici. Qualcuno ritiene Saddam Hussein un dittatore, pericolososo per il suo paese e per la stabilita' internazionale, ragione sufficiente per cacciarlo via con ogni mezzo. Altri sostengono che la guerra serve agli Stati Uniti per appropriarsi delle riserve petrolifere irachene; altri ancora ritengono che l'obiettivo di Bush sia molto piu' ambizioso: creare un ordine mondiale cucito su misura degli interessi statunitensi. Per te invece?
- Saskia Sassen: La terza che hai detto. Ma prima di risponderti, voglio fare una premessa per me importante: questa guerra e' illegale dal punto di vista del diritto internazionale e ingiustificata dal punto di vista della minaccia reale rappresentata da Saddam Hussein. Detto questo, sono convinta che l'intervento militare in Iraq fa parte di un progetto piu' ampio che va ben al di la' del mutamento degli assetti politici a Baghdad. Bisogna pero' capire chi vuole questa guerra e quali saranno i benefici per gli statunitensi. Per noi americani, il bilancio sara' disastroso. Costera' un mare di soldi. L'ultima stima ufficiale e' che la guerra all'Iraq costera' 75, 80 miliardi di dollari in piu' di quello previsto in precedenza: una cifra enorme che pesera' sul gia' enorme deficit di bilancio. Sono convinta inoltre di quanto sostengono la maggior parte degli analisti, che sono persuasi che questa guerra non portera' benefici all'economia. Magari andra' bene alle imprese scelte due settimane fa dal governo statunitense per ricostruire l'Iraq. Al di la' del fatto che Bush ha preso questa decisione quando all'Onu era ancora aperta la discussione sull'intervento militare o meno, va sottolineato che anche in questo caso solo alcune imprese parteciperanno alla spartizione della torta. Quindi possiamo dire che la guerra la vuole solo una parte dell'establishment economico. Stando ai sondaggi, sembra pero' che gli americani la adorino: per loro e' uno spettacolo grandioso - e in effetti le immagini sono drammaticamente sbalorditive. Un vero evento mediatico. Ma e' una guerra dichiarata in un contesto in cui il governo ha posto un'alternativa secca: o con noi o contro di noi. L'amministrazione Bush ha fatto dunque leva sul patriottismo. I media si sono poi dilungati sulla notizia che Bush e la Rice pregano insieme in ginocchio nello Studio ovale, evocando il profondo puritanesimo della societa' americana e ingigantendo l'immagine di una nazione unita dalla preghiera. A tutto cio', possiamo aggiungere una variabile che sta pesando molto nelle decisioni di George W. Bush e che riguarda un sentimento di intolleranza dell'establishment neo-conservatore verso tutto cio' che potremmo definire "diversita' su scala globale". Gli Usa hanno costretto gran parte delle nazioni a diventare neoliberiste, cioe' a intraprendere politiche di privatizzazione, di apertura dei mercati interni agli investimenti esteri, anche se questo significava lasciar morire di fame le rispettive popolazioni. Credo, pero', che gli Stati Uniti stiano abusando del proprio potere. Storicamente, quando questo e' accaduto abbiamo assistito alla fine dei grandi imperi. E' forse un'ironia della storia, ma quando un potere e' assoluto, vengono a mancare alcune condizioni che lo disciplinano, e questo porta alla sua crisi.

- B. V.: Dall'11 settembre in poi, c'e' stato un gran parlare di recessione economica. Le borse sono crollate, molte imprese dot.com sono state spazzate via dal ritorno dell'Orso a Wall Street, gli Usa hanno scoperto che molte corporation, come la Enron, hanno barato. La recessione non si presenta quindi solo come una crisi economica, ma come crisi sociale e politica del capitalismo neoliberista. Puo' essere anche questa una spiegazione del "perche' la guerra". Non credi?
- S. S.: Si', stiamo assistendo a una profonda crisi del neoliberismo, compresa una crisi della sua legittimita'. A livello generale, l'economia globale non ha mantenuto la sua promessa di una prosperita' di cui avrebbero beneficiato, chi piu' chi meno, gran parte degli abitanti del pianeta. I "programmi di aggiustamento strutturale" del Fmi non hanno certo favorito i paesi del Sud del mondo. In molti casi e' piuttosto accaduto il contrario: basti pensare che alcuni stati hanno quasi dichiarato bancarotta. Ma la crisi di credibilita' del neoliberismo riguarda anche gli Stati Uniti. Negli Usa, infatti, e nonostante tutte le chiacchiere sulla trasparenza aziendale, le frodi perpetrate da alcune imprese e la crisi delle borse hanno provocato la perdita della pensione per decine di migliaia di lavoratori, provocando in molti settori della popolazione una sfiducia totale nel neoliberismo.

- B. V.: Secondo te questa convergenza tra crisi economica e crisi di legittimita' spiega anche il terremoto politico che ha accompagnato le fasi precedenti la guerra. Mi riferisco alle divisioni all'interno dell'Unione europea, alla crisi dell'Onu, alla tensione tra Chirac e Bush...

- S. S.: E' indubbio che i disaccordi sulla guerra in Iraq avranno conseguenze globali. Tuttavia, piu' che un terremoto politico io parlerei di "riallinenamenti" politici. Secondo me, ci sara' il ritorno a un mondo politico bipolare che sancira' la frammentazione della globalizzazione economica. E tutttavia i conflitti di cui parli non hanno inferto un colpo mortale al progetto politico-economico neoliberista. Il mondo che uscira' dalla guerra con l'Iraq sara' si' bipolare, ma non avra' nulla a che fare con quello conosciuto durante la guerra fredda, perche' le economie di mercato sono la costante in entrambi i poli. Vivremo cioe' in un mondo dove il capitalismo e' il modello dominante, anche se ci saranno diversita' politiche, ad esempio, sul ruolo dello stato nell'attivita' economica. In fondo, gia' adesso ci sono corporation americane che hanno la leadership in alcuni settori, mentre sono francesi le imprese che, ad esempio, fanno la parte del leone nella produzione e nella gestione delle risorse idriche. E l'acqua sara' il futuro petrolio bianco. Un altro criterio con cui guardare al mondo bipolare e' quello delle citta' globali. Negli ultimi anni, Parigi e Francoforte sono emerse come centri finanziari globali, mentre prima erano molto indietro rispetto a New York e Londra. Questo e' significativo per comprendere cosa accadra' in futuro, perche' le citta' globali concentrano le risorse e le capacita' per la gestione e l'assistenza delle operazioni globali dei mercati e delle aziende. Questa caratteristica, che in passato ho definito le piattaforme locali dell'economia globale, assegna loro anche un forte potere attrattivo per il business. Possiamo quindi ragionevolmente prevedere che, ognuna per conto suo, le metropoli che ho citato saranno in competizione tra loro, ma potranno anche stringere alleanze. Mi sembra che e' quanto stia gia' accadendo. Quello che voglio dire e' che il mondo bipolare che si profila all'orizzonte incoraggera' si' la competizione, ma favorira' anche coalizioni tra economie nazionali forti e l'alleanza tra queste e quelle deboli. La crisi della geografia unificata dell'economia globale non va quindi giudicata come una catastrofe, perche' la sua frammentazione portera' benefici, ad esempio, ai paesi esclusi o ai margini del neoliberismo. In sintesi, in un mondo politicamente bipolare l'economia globale del prossimo futuro sara' piu' inclusiva e diversificata.

- B. V.: Il movimento antiglobalizzazione e' stato uno dei protagonisti dell'opposizione alla guerra in nome di un'alternativa al neoliberismo. Il "New York Times" ha parlato di un'altra superpotenza nel mondo dopo gli Usa, il movimento antiglobalizzazione. Come valuti le mobilitazioni di questi ultimi mesi contro la guerra?

- S. S.: Credo che il movimento antiglobalizzazione svolgera' un ruolo cruciale nel ridisegno del mondo. E' infatti un movimento globale che propugna una cittadinanza globale, fattore che gli consente un protagonismo politico impensabile solo fino a pochi anni fa. In un'intervista con "Il manifesto" (Marco d'Eramo, 22 aprile 2001) avevo affrontato il tema delle "micropratiche della cittadinanza". Potremmo dire che ora ci troviamo di fronte a pratiche di cittadinanza transnazionale. Nel caso dell'Europa, questo e' quanto sta emergendo con forza nel movimento contro la guerra in Iraq. Mi sembra cioe' che i cittadini europei stiano andando oltre i propri leader nazionali, visti alternativamente come eroi (Chirac) o come farabutti (Blair), e stiano incominciando a costruire una pratica di cittadinanza europea che supera gli stati nazionali e i partiti politici nazionali. I cittadini, e uso questo termine nel senso piu' ampio, non solo formale, dei paesi europei i cui governi sono storicamente rivali (Francia e Regno Unito, Francia e Germania), ora si uniscono attraverso le frontiere. Le immagini delle manifestazioni contro la guerra veicolate dai media globali alimentano questo sentimento politico che potremmo definire universalistico. Un senso di "europeita'" sta nascendo ed e' molto piu' sofisticato di quello che misura la Commissione europea per aumentare la partecipazione dei cittadini. Chi manifesta la sua contrarieta' alla guerra mette l'accento su questa cittadinanza transnazionale e non sul conflitto fra Blair e Chirac. Cosi', gli inglesi vedono in Blair un leader politico che mette in pericolo l'Europa e Chirac un po' come un eroe. Allo stesso modo, i francesi pensano che Chirac debba gestire il conflitto con Blair in vista del rafforzamento dell'Europa e non solo in funzione della difesa degli interessi nazionali.

- B. V.: La guerra non ha solo degli effetti nei luoghi dove si combatte, ma anche all'interno dei paesi che l'hanno voluta. Dopo l'11 settembre, l'amministrazione Bush ha emanato delle leggi che limitano la liberta' di movimento per i migranti e alcuni diritti civili... Le citta' globali diventeranno delle fortezze presidiate militarmente?

- S. S.: Certamente. Non c'e' alcun dubbio che la guerra in Iraq avra' delle ripercussioni globali e quindi anche negli Stati Uniti. Il Patriot Act, la legge approvata dal parlamento dopo gli attacchi dell'11 settembre, ha ridotto i diritti legali dei migranti e di alcune minoranze. La paura degli attacchi terroristici portera' a una militarizzazione degli spazi pubblici, dei sistemi di trasporto. Questo e' un elemento potenzialmente fascista all'interno degli Stati Uniti che prima o poi ci tocchera' tutti, cittadin o migranti, minoranze sospette o meno, poveri o ricchi. A proposito delle citta' globali che diventano fortezze ci sono alcuni dati interessanti del Dipartimento di Stato sugli anni Novanta che mostrano come, dopo il 1998, le citta' siano diventate il principale obiettivo degli attacchi terroristici. E' inoltre molto probabile che la guerra contro l'Iraq avra' quello che alcuni studiosi chiamano un "ritorno di fiamma", cioe' spingere un numero impreciso di "indecisi" alla scelta terrorista e che le metropoli diventeranno sempre piu' "obiettivi sensibili". Da quando Bush e Blair hanno
iniziato a parlare di guerra, abbiamo assistito all'aumento del livello di allerta in citta' come Londra o New York. Con il mio gruppo di studio sulle citta' globali abbiamo fatto una ricerca sui giornali Usa per vedere se dall'11 settembre ci fosse stato da parte dell'amministrazione Bush una qualche ammissione relativa a due fatti: a) se il dipartimento di stato avesse mai diffuso questi dati; b) che andare alla guerra con l'Iraq avrebbe aumentato le possibilita' di attacchi alle citta' americane piu' che ai militari ammassati nel Golfo. Non possiamo diventare paranoici e pensare che le citta' diventeranno stati-fortezze. Considerato quanto odio e disperazione ci sono nel sud del mondo, considerata la violazione del diritto internazionale e le sofferenze per i civili rappresentate dal bombardamento dell'Iraq, e' sorprendente quanto poco terrorismo contro gli Stati Uniti ci sia. Ma da oggi, forse, la situazione cambiera', visto che
gli Usa stanno offrendo molti incentivi per spingere molti giovani a varcare quella soglia oltre la quale c'e' la scelta di morire combattendo contro il mio paese.

 

Adoperarsi per fermare la guerra è responsabilità di tutti

 

Il primo pensiero, in questi giorni di guerra, è per il popolo iracheno. Non siamo riusciti a prevenire una guerra che andava assolutamente evitata: questa responsabilità è, credo, condivisa e sentita da tutti. Adoperarsi, da subito, per la cessazione delle ostilità, per la fine della guerra e per la pace, è parte di questa stessa responsabilità, ed è di tutti. Ritengo gravissimo non aver dato più tempo agli ispettori e non aver perseguito la discussione all’interno delle Nazioni Unite. Non dobbiamo nasconderci la gravità del momento: non si tratta unicamente di una questione che riguarda la legalità internazionale, problema che esiste e che dobbiamo insieme affrontare, ma soprattutto di una questione che riguarda la sicurezza di tutti noi, cittadini del mondo. Il concetto di guerra preventiva, le nostre azioni nei confronti delle dittature, degli abusi dei diritti umani, delle violazioni dei trattati internazionali: è in atto un tentativo di rimettere tutto in discussione.

Gli stessi organismi internazionali sono oggetto di aspre critiche. Non essere riusciti ad evitare questa guerra è più responsabilità della politica e della diplomazia di singoli Paesi che del confronto interno all’ONU. Sono convinto che l’unica speranza che abbiamo di risolvere le controversie internazionali è ancora oggi, più che mai nel passato, profondamente legata all’esistenza di un organismo sovranazionale come l’ONU, che va quindi difeso e rafforzato. Chi è uscito da questo processo internazionale, con una guerra definita preventiva, mette in discussione il futuro dell’umanità. Non potrò mai sentirmi garantito e sicuro da chi vuole che il mondo viva nella paura delle armi. Mi sentirò sempre vicino a chi, invece, costruisce la pace. Esistevano, ed ancora esistono, scelte alternative: lavorare per dare risposte vere e credibili alla questione medio orientale, sviluppare una politica estera comune che si fondi sulla costruzione del dialogo. Lavorare in sostanza per la pace e non per la guerra. La potenza militare – che una volta era definita deterrente – oggi è usata per attaccare l’Iraq. Un Paese già allo stremo che ha convissuto con dittatura e miseria.

Si riapre, in questo momento così delicato, una discussione importantissima sulla legalità internazionale: quante e quali sono le carte Costituzionali che affermano il principio della pace e, come per l’Italia, non consentono il ricorso alle armi se non nella piena legalità internazionale? Quanti sono i Parlamenti che hanno potuto, su un tema così delicato ed importante come la pace, intervenire prima che le truppe arrivassero nel Golfo ed iniziasse il ricorso alle armi? - discussione parlamentare preventiva! Quanti sono i Parlamenti dove una posizione contraria – come in Australia al Senato – ha avuto effetti politici, prima che si mettesse in moto la macchina propagandistica, e nazionalista, della difesa ad oltranza delle proprie truppe? L’Europa dei cittadini e della democrazia, in vista della costituente europea, dovrebbe interrogarsi anche su questi temi.

Il coordinamento dell’Ulivo in Australia, attraverso l’associazionismo democratico e gli organismi rappresentativi, comunicherà un programma di iniziative per fermare la guerra ed aprire una discussione su questi temi.

Marco Fedi

CGIE Australia

 

10. RIFLESSIONE. FRANCESCO COMINA INTERVISTA LUIGI BETTAZZI

[Ringraziamo Francesco Comina (per contatti: f.comina@ilmattinobz.it) per averci messo a disposizione questa intervista gia' apparsa sul quotidiano "Il mattino di Bolzano". Francesco Comina, giornalista e saggista, pacifista nonviolento, e' impegnato nel movimento di Pax Christi; nato a Bolzano nel 1967, laureatosi con una tesi su Raimundo Panikkar, collabora a varie riviste. Opere di Francesco Comina: Non giuro a Hitler, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2000; ha partecipato alla redazione del libro di AA. VV., Le periferie della memoria, e a AA. VV., Giubileo purificato. Luigi Bettazzi, vescovo, presidente di Pax Christi, come tutti sanno e' una delle figure piu' autorevoli della cultura e della prassi di pace e nonviolenza]

- Francesco Comina: Monsignor Luigi Bettazzi, la guerra preventiva e permanente di George Bush avanza inesorabilmente. Le truppe angloamericane stanno circondando Baghdad per quella che viene definita la fase piu' cruenta del conflitto. I morti si contano ormai a migliaia e un missile ieri ha colpito un mercato. Quali sono, secondo lei, i punti oscuri di questo intervento? Perche' si e' voluto affrettare il passo e chiudere la porta alle ispezioni Onu?

- Luigi Bettazzi: Noi occidentali ci riempiamo la bocca di liberta' e democrazia solo quando ci fa comodo. Penso alla democrazia mondiale, penso all'imposizione del diritto del piu' forte sul piu' debole. Sappiamo che l'Onu e' stata sconfitta, scavalcata e ignorata perche' si riteneva che una discussione ulteriore avrebbe prorogato i tempi e reso problematica la vittoria. Noi occidentali, in realta', confidiamo nella democrazia solo quando ci fa comodo e ora ci presentiamo al mondo come il gruppo umano che porta la democrazia in quel Paese, l'Iraq, in mezzo a tanti altri Paesi che non hanno la democrazia come sono i Paesi arabi. E' per questo motivo che il papa sta insistendo cosi' risolutamente contro l'idea e la prassi della guerra permanente e preventiva di George Bush.
- F. C.: Si parla di petrolio. Molti pensano che il vero motivo di questo conflitto sia la volonta' delle potenze occidentali di accaparrarsi le risorse energetiche irachene. Concorda?

- L. B.: Il petrolio c'entra eccome! Il petrolio dell'Iraq come quello dell'Afghanistan. Prima ancora che venissero rase al suolo le twin towers, gia' si parlava della necessita' di garantirsi il passaggio del petrolio iracheno attraverso l'Afghanistan. Qualcuno aggiunge che in fondo questa guerra e' anche una battaglia contro l'euro perche' l'Iraq e il Venezuela erano i soli paesi col petrolio che accettavano i pagamenti in euro. Ora, non e' un caso che ci si stia accanendo cosi' furiosamente per mettere la mani sul petrolio iracheno e che in Venezuela sia scoppiato tutto il caos che abbiamo visto dalle cronache mediatiche. E' un sospetto legittimo, non crede?
- F. C.: E' un sospetto legittimo, come quello molto diffuso in questi mesi secondo cui l'America si sta imponendo come il nuovo impero mondiale. Ha anche lei questo sospetto?
- L. B.: Quando l'America dice di voler far fuori tutti gli "stati canaglia" del mondo e quando parla di portare la democrazia dappertutto senza passare attraverso gli organismi internazionali, vuole che non venga il sospetto che ci sia la tentazione dell'imperialismo? Ma nonostante tutto credo che sia importante continuare ad aver fiducia nell'anima dell'America affinche' emerga il fatto che la democrazia funziona davvero solo se ci si crede e la si sa usare, e se si sa rinunciare anche ai vantaggi particolari per il bene dell'umanita'. Che si facciano delle assemblee come a Kyoto e che non si firmino poi gli accordi, e che si faccia una campagna contro le mine anti-uomo e che non si accettino gli impegni conseguenti, tutto questo puo' alimentare il sospetto dell'imperialismo. E io credo che come gia' la guerra del Vietnam e' finita per una presa di coscienza del popolo americano, direi che anche la tendenza all'imperialismo potrebbe essere frenata da una presa di coscienza del popolo americano.
- F. C.: E' possibile che d'ora in poi l'America agisca sempre piu' da sola abbandonando il consesso internazionale?
- L. B.: A questo punto credo che l'America dovra' ben pensare che se il resto del mondo occidentale sta fermo puo' emergere con tutta la sua carica esplosiva l'imperialismo. Ma nel momento in cui escludesse altre nazioni credo che cio' provocherebbe una solidarieta' a difesa di queste altre nazioni. Allo stesso modo continuando a combattere nazioni islamiche si corre il pericolo serio di creare una frontiera islamica.
- F. C.: Un suo giudizio sul comportamento tenuto dalla Francia e dall'Italia in questa crisi mediorientale.
- L. B.: Credo che la Francia, nel difendere i propri interessi si sia fatta
portavoce di una certa resistenza a chi i propri interessi li voleva imporre in maniera indebita con la guerra. Per quanto riguarda l'Italia, ebbene... non so se stia aspettando di vedere chi vince per salire sul carro. Certo e' che si era esposta in maniera esplicita con l'America e che poi, grazie all'insorgenza del popolo italiano e forse anche all'insistenza del papa, ha dovuto agire con maggior prudenza.
- F. C.: Nei giorni scorsi ci e' giunto un saluto angosciato da Baghdad a firma del vescovo ausiliario, mons. Warduni, in cui ringraziava il movimento per la pace italiano ed europeo per il grido di pace che ha fatto salire dalle piazze d'Italia. Crede che oggi questo movimento sia maturato rispetto al 1991?
- L. B.: Si', questo lo notiamo tutti. Nella prima tempesta irachena il papa era molto piu' misurato e anche all'interno della gerarchia cattolica oggi, bene o male, tutti sono solidali con il papa, forse anche perche' questa guerra ha meno giustificazioni di quanto potesse averne la prima. Credo che forse anche il lavorio nascosto dei profeti di pace come Balducci, Turoldo, Bello, Mancini e tanti altri che sono scomparsi in questi ultimi anni ci riporti, in fondo, al motto evangelico del chicco di frumento che cadendo porta molto frutto. La loro voce potente contro la guerra sta portando i frutti che vediamo tutti i giorni nelle piazze del mondo.
- F. C.: Crede che sia il papa personalmente a dare la linea vaticana?
- L. B.: Io credo che il papa sta dando la linea confortato da questa presenza di molti cattolici sui sentieri di un pacifismo militante. Io credo che sia piu' che mai un dovere del mondo religioso far vedere all'umanita' come ogni religione debba piu' che mai in questo momento farsi promotrice di pace e strumento per la risoluzione nonviolenta dei conflitti. Quello che dovrebbero fare anche gli stati se non fossero colpiti dalla sindrome dell'imperialismo.

POESIA E VERITA'. MAY MUDHAFFAR NASIRI: BAGHDAD (1991)

[Questa poesia di May Mudhaffar Nasiri e' apparsa nei "Quaderni" del Fondo Alberto Moravia, n. 2 del 2002, p. 242 (per contatti: e-mail: fondoalbertomoravia@tiscalinet.it, sito: www.fondoalbertomoravia.it). May Mudhaffar Nasiri cosi' e' presentata dalla prestigiosa rivista: "poetessa e saggista nata a Baghdad nel 1940, e' considerata una delle principali autrici irakene. Laureatasi in arte e letteratura, ha conseguito il dottorato al Royal College of Arts di Londra. Autrice, dal 1965, di numerose raccolte di poesie, edite a Baghdad, Amman, Beirut e in traduzione inglese, e' tra le principali autrici del mondo arabo in A century of feminist arab writing (Londra, 1990). Perseguitata dal regime di Saddam Hussein, vive in esilio in Giordania col marito pittore anche lui in dissenso col regime irakeno. Collabora a numerose riviste del mondo arabo"]

La sera Baghdad e' un porto da cui nessuna nave piu' salpa la mano dell'inverno si allunga prepotente strappa il calore dal cuore della citta' mentre le case ferite risuonano di lamenti
Baghdad...

perla che giace sommersa: c'e' forse un innamorato c'e' forse un mago che possa tuffarsi nelle ceneri per riportarla alla luce?

 

RIFLESSIONE. BENEDETTO VECCHI INTERVISTA IMMANUEL WALLERSTEIN

[Dal quotidiano "Il manifesto" del 28 marzo 2003. In una scheda annessa all'intervista l'intervistatore cosi' presenta l'illustre storico dell'economia: "Nato nel 1930, Immanuel Wallerstein e' considerato uno dei maggiori storici dell'economia moderna. Formatosi negli Usa, e' stato da subito attratto dagli studi degli studi dello storico francese Fernand Braudel. Una delle sue opere piu' note e' senza dubbio la trilogia Il sistema mondiale dell'economia moderna (Il Mulino), dove conia due espressioni che accompagneranno tutta la sua produzione teorica: sistema-mondo e economia-mondo, sottolineando cosi' la propensione del capitalismo a colonizzare il mondo intero. Da allora la sua produzione teorica si e' arricchita del saggio Il capitalismo storico, dove Wallerstein, utilizzando lo schema della lunga durata, sostiene che di "naturale" nel capitalismo c'e' ben poco e che come tutti i sistemi sociali e' destinato ad essere sostituito da un altro modello di produzione della ricchezza. Importante e' anche il saggio, scritto assieme a Giovanni Arrighi e Terence Hopkins, sugli Antisystemic movement (Manifestolibri), un'analisi del ruolo dei "movimenti antisistema" nello sviluppo dell'economia globale e  dove il Sessantotto viene paragonato a una "rivoluzione mondiale" al pari di quella che investi' il mondo nel 1848, quando si formarono gran parte degli stati nazionali moderni in Europa. E provocatorio e' anche quello scritto dopo il crollo del socialismo reale Dopo il liberalismo (Jaca Book), in cui sostiene che il socialismo reale era una variante del capitalismo. Da alcuni anni, con assiduita', la casa editrice Asterios sta pubblicando gran parte degli scritti di Wallerstein (L'era della transizione, Geopolitica e geocultura, Capitalismo storico e civilta' capitalistica)"]

Il suo nome viene sempre in mente quando la storia conosce repentine e brusche deviazioni da cio' che sembrava il suo "naturale" corso. Gia', perche' Immanuel Wallerstein e' sempre attento alla lunga durata, e per questo motivo non si fa quasi mai impressionare dagli elementi imprevisti che il presente accumula di fronte ai nostri occhi, anche se hanno il volto straziato di una donna o di un bambino di Baghdad o lo sguardo terrorizzato di una nera mandata al fronte senza sapere bene perche'. In piu' di un'occasione, in questi ultimi anni, le sue parole sono servite spesso a mettere il presente nella giusta prospettiva, oscillando tra le sue antiche radici e la forzatura di tendenze appena abbozzate. Ma la guerra contro l'Iraq lo ha spiazzato. Misura le parole, e' asciutto nelle risposte, dando per scontate molte cose per giungere al nocciolo del problema, rimando pero' cauto nel fare previsioni. "Nel prossimo futuro dominera' l'incertezza e il mondo del dopoguerra sara' caotico", afferma. Ma c'e' un movimento globale contro la guerra, possibile che non riuscira' a condizionare l'amministrazione statunitense? Nel Sessantotto Wallerstein ha parlato di rivoluzione mondiale. Ora il "New York Times" parla di "superpotenza mondiale": non e' quindi detto che la guerra proseguira' nel suo orrore, indifferente ai milioni di uomini e donne che l'avversano. Ma lo studioso dell'economia-mondo invita alla cautela anche in questo caso: "Il Sessantotto e' stata si' una rivoluzione mondiale, ma ha riguardato sostanzialmente il mondo della sinistra. Oggi, invece, mi sembra che la vera novita' del movimento contro la guerra e' rappresentata dagli uomini e donne che, per usare un'espressione tratta dal lessico politico, sono centristi, cioe' dei moderati che non hanno finora mai manifestato o protestato per qualcosa, ma che sono stanchi e infastiditi dalla retorica dei falchi americani sulla unica superpotenza che puo' fare il bello e cattivo tempo nel mondo. Come si evolvera' questo movimento nel prossimo futuro e' difficile da prevedere, perche' dipende da come evolvera' la guerra in Iraq". L'intervista con Immanuel Wallerstein continua dunque sul binario tracciato dall'incertezza, anche se dietro le sue frasi perentorie si intuisce invece un desiderio di trovare le parole giuste per venire a capo di quel labirinto inestricabile che sta diventando il "sistema-mondo".

- Benedetto Vecchi: Nei tuoi scritti, hai sempre sottolineato che l'ordine mondiale uscito dalla dissoluzione del socialismo reale era instabile, ma in qualche modo intelligibile. Poi c'e' stato l'11 settembre e la storia ha accelerato il suo svolgimento. La guerra in Afghanistan prima, l'Iraq ora: sembra che gli Usa vogliono rimettere ordine nel mondo con i cacciabombardieri e i carri armati. Insomma, la guerra come strumento politico privilegiato. Sei d'accordo con questa analisi?

- Immanuel Wallerstein: Gli Usa e l'Inghilterra stanno combattendo questa guerra perche' avevano bisogno di una guerra per rimettere al loro posto molti tasselli di un puzzle scompaginato. C'e' da dire che l'Iraq e' stato scelto dagli strateghi militari del Pentagono perche' sembrava un obiettivo facile; oltre a questo, il regime di Saddam Hussein non e' molto amato in qu ella regione e suscita la critica dell'opinione pubblica mondiale perche' e' antidemocratico e perche' e' sospettato di aver disatteso molte delle risoluzioni dell'Onu in merito al sospetto che nel suo arsenale militare ci fossero armi di distruzione di massa. Per l'amministrazione Bush c'e' anche un altro fattore che ha influito nella scelta del paese da colpire: l'Iraq non ha la bomba atomica e non e' neanche in grado di costruirla nel prossimo futuro. Infine, per i "falchi" dell'attuale amministrazione il regime di Baghdad ha umiliato gli Stati Uniti perche' la prima guerra del Golfo nel '91 e' terminata non con una completa e indiscutibile vittoria statunitense, ma con un pareggio. Ma al di la' dei motivi che ho citato, e che sono comunque insufficienti per spiegare l'escalation militare, ce ne sono due che meritano di essere nominati perche' sono i veri obiettivi della strategia politica statunitense. Questa, e' stato affermato, e' una guerra "preventiva", ma anche intimidatoria, specialmente per quei paesi che coltivano il progetto di costruire armi nucleari. Secondo le teste d'uovo dell'amministrazione statunitense, l'intervento nel Golfo e' da intendersi come dissuasivo nei confronti dei propositi di riarmo nucleare coltivati da questo o quel paese. L'altro obiettivo e' piu' ambizioso e riguarda l'Unione europea. O meglio, la guerra serve a prevenire la costruzione di un altro protagonista del sistema-mondo. Cio' che e' accaduto, e che sta accadendo tuttora, mi portano pero' a dire che, se guardiamo nella prospettiva del medio periodo, gli Stati Uniti rischiano forte di fallire entrambi gli obiettivi.

- B. V.: In molti, pero', sostengono che il piu' importante motivo che e' dietro alla guerra e' il petrolio. Non credi che anche questo elemento sia necessario per comprendere il perche' della guerra?

- I. W.: Secondo me, il petrolio e' un obiettivo secondario. Ovviamente, ma questo mi sembra scontato, la prospettiva di un controllo su gran parte delle risorse petrolifere non puo' che piacere agli Stati Uniti. E tuttavia sono convinto che mettere l'accento sulla volonta' statunitense di controllare il "ciclo produttivo" dell'oro nero puo' provocare la cancellazione dei veri motivi che hanno spinto l'amministrazione Bush a muovere guerra all'Iraq. D'altronde gli Stati Uniti gia' adesso esercitano un enorme controllo sia sulla produzione, la distribuzione, le oscillazioni del prezzo e di conseguenza sui profitti che il petrolio genera. E questo grazie al rapporto di subalternita' che hanno imposto all'Arabia Saudita. Ma gli americani rischiano grosso in questa guerra. Il rischio maggiore e' proprio di perdere il controllo sul petrolio. Un rischio dovuto al fatto che la guerra puo' indebolire le relazioni che gli Stati Uniti hanno intessuto con l'irreprensibile alleato saudita. Cosi', chi sostiene che tutto quel che sta accadendo e' dovuto al petrolio incorre in un gigantesco abbaglio. Ciononostante, una vittoria rapida e schiacciante allontanerebbe questa prospettiva, ma non cancellerebbe il rischio di cui parlavo.

- B. V.: La guerra serve anche per uscire dalla recessione economica, affermano alcuni studiosi, perche' l'amministrazione Bush con la guerra favorisce il complesso militare-industriale e di conseguenza la ripresa economica. Stiamo di fronte al dispiegarsi di un "keynesismo militare".

- I. W.: Anche in questo caso mi sembra che questo ordine di problemi sia secondario. Non dubito che ci siano delle persone - forse lo stesso Bush - che pensano, o forse sperano, che la guerra possa mettere fine alle difficolta' economiche degli Stati Uniti. Ma ritengo che si autoingannino. La maggior parte degli analisti della situazione economica mondiale sostengono infatti il contrario. Ovviamente ci saranno delle imprese che saranno avvantaggiate dalla guerra - il complesso militare industriale – e dal dopoguerra - le societa' che ricostruiranno l'Iraq. Ma in generale, il carico fiscale che si abbattera' sui cittadini statunitensi sara' enorme, cancellando cosi' qualsiasi beneficio degli investimenti statali a favore del complesso militare-industriale o delle societa' coinvolte nella ricostruzione dell'Iraq.

- B. V.: Una delle prime vittime "eccellenti" di questa guerra sembra essere l'Onu, la seconda l'Unione europea. Il terzo, forse minore per importanza, e' il "New labour" di Tony Blair, intendendo con questo la retorica sulla "terza via" propugnata da Giddens. Quale puo' essere l'ordine mondiale che esce dalla distruzione di Baghdad?

- I. W.: Non sono sicuro che l'Onu sia una vittima casuale. La maggior parte dell'opinione pubblica ritiene che le Nazioni Unite siano state una importante istituzione internazionale e auspicano che nel prossimo futuro possano svolgere lo stesso importante ruolo di governo delle controversie internazionali. Da parte mia, ritengo che l'Onu e' stata capace solo in minima parte di sviluppare una politica che non coincidesse con gli obiettivi statunitensi. Ma cosa e' accaduto negli ultimi mesi? Per la primavolta gli Stati Uniti hanno corso il rischio di essere messi in minoranza al palazzo di vetro. Cosi', e per la prima volta dalla sua costituzione, il consiglio di sicurezza dell'Onu e' diventato il luogo dove si combatteva unavera battaglia di potere. A questo punto all'interno dell'amministrazione statunitense e' maturata la decisione di abbattere questo ostacolo che si frapponeva al conseguimento dei suoi obiettivi. Per quanto riguarda l'Unione europea, possiamo dire che questa situazione ha solo messo in evidenza cio' che era accaduto politicamente: la divisione cioe' tra chi voleva che l'Unione europea diventasse la seconda protagonista dell'arena mondiale e chi invece riteneva che il vecchio continente dovesse rimanere "atlantico". Va detto che il primo gruppo stava risultando vincente. Ma il prevalere politico dei sostenitori di una Europa indipendente dagli Usa ha significato anche l'inizio della crisi tra alcuni paesi dell'Unione europea e l'amministrazione Bush. Infine, non ho mai creduto che la "terza via" fosse una proposta credibile per risolvere i problemi del mondo. In primo luogo, era legata troppo ad alcune personalita' politiche, le quali o non sono piu' dei protagonisti o sono in difficolta'. Infatti, Clinton non e' piu' il presidente degli Stati Uniti, cosi' come in Brasile non c'e' piu' Cardoso. Schroeder mi sembra che abbia imboccato un altro sentiero distante dalla "terza via". Per non parlare di Tony Blair, che e' in vera difficolta'. Ma che tipo di mondo ci consegnera' il dopoguerra? Bella domanda, di quelle da cento milioni di dollari. Nell'immediato futuro, il mondo sara' caotico. Sara' l'incertezza a farla da padrone sia dal punto di vista politico ed economico che ideologico, se assumiamo questo termine nel senso migliore che
ha avuto nella sua storia, cioe' una visione del mondo, dei valori e delle finalita' condivise.

- B. V.: Finora, tutti gli economisti e gli opinion-maker hanno volto l'attenzione ai rapporti tra Usa, Europa e mondo arabo. Poco si dice di quel che accade in Asia. Le tigri asiatiche hanno le unghie spezzate e non spaventano piu' nessuno, mentre la Cina si presenta sempre piu' come il prossimo "avversario" degli Usa. Secondo te e' proprio cosi'?

- I. W.: Possiamo dire che in questo quadro di incertezza, la Cina e' il
paese che sta meglio di molti altri. Conosce una crescita economica che stupisce tutti gli economisti, si sta rafforzando militarmente, aumenta la sua influenza politica in Asia e al tempo stesso mantiene un basso profilo per non provocare tensioni o punti di rottura con gli Usa. Ci dovremmo interrogare su quanto durera' questa situazione tutto sommato "tranquilla". Per prima cosa pero' penso che la Cina non puo' trovarsi in contrasto con i suoi vicini. Per questo motivo, nel prossimo futuro sentiremo parlare di una nuova entita' economica e politica, l'Asia orientale che comprendera' la stessa Cina, la Corea riunificata e il Giappone. Parlare di questi tre paesi come degli alleati che danno vita a una formazione politica e economica e' un azzardo. Sono infatti piu' le diversita', gli interessi divergenti se non conflittuali tra loro che non i punti di convergenza. E tuttavia sono tre paesi che saranno costretti a mettere da parte le loro divergenze se vorranno diventare dei paesi floridi. Per il momento, e' difficile immaginare l'Asia orientale, ma chissa' se tra dieci anni non sara' una delle novita' emerse proprio dal dopoguerra.

 

Addresses for defence ministries involved in military action in Iraq.

 AUSTRALIA

The Hon. Senator Robert Hill

Minister for Defence*

Fax: +61 2 6273 4118

or: +61 2 8237 7929

Email: minster@cbr.defence.gov.au

Salutation: Minister

* Please send fax and email appeals only to the Australian Minister for Defence. If you write by e-mail, please send us a copy of your letter at cc.appeals@amnesty.org. If you receive feedback from the government official, please forward a copy to us at gov.replies@amnesty.org

  

IRAQ

Letters addressed to President Saddam Hussein should be sent directly to the Iraqi embassy in your country. If there is no Iraqi embassy in your country then you can send appeals to your country's Interests Section for Iraq. If so, please enclose a covering letter explaining your aims, asking them for assistance in obtaining a response, and requesting that your letter be forwarded to government officials in Baghdad.

 

SPAIN

Minister of Defence Federico Trillo-Figueroa y Martinez Conder

Ministro de Defensa

Paseo de la Castellana 109

28071 Madrid, Spain

Fax number: + 34 913 955092

Salutation: Minister

 

UK

Rt Hon Geoff Hoon MP

Secretary of State for Defence

The Ministerial Correspondence Unit

Room 222, Old War Office, Whitehall

London SW1A 2EU, UK

Email: public@ministers.mod.uk *

Salutation: Secretary of State for Defence

* If you write by e-mail, please send us a copy of your letter at cc.appeals@amnesty.org. If you receive feedback from the government official, please forward a copy to us at gov.replies@amnesty.org

 

 USA

The Honorable Donald Rumsfeld

Secretary of Defense

Office of the Secretary

The Pentagon

Washington, DC 20301, USA

Fax: +1 703 697 8339

Email: public@defenselink.mil *

Salutation: Secretary of Defence

* If you write by e-mail, please send us a copy of your letter at cc.appeals@amnesty.org. If you receive feedback from the government official, please forward a copy to us at gov.replies@amnesty.org

 

 Signori,

As a concerned citizen of the world, I am extremely worried that the first casualty of the war in Iraq will be human rights.

I strongly urge you, being the Head of Government of a country that is participating in a military action in Iraq, to uphold your responsibility to ensure adherence to human rights obligations under international law.

In order to ensure protection of civilians and all who will be affected by war, I call for your public answers to the following questions:

1.         What measures have been put in place to ensure strict adherence to international humanitarian law during war?

2.         Can you provide assurances that inherently indiscriminate weapons will not be used?

3.         What mechanisms will be put in place to ensure that civilian detainees are treated fairly and humanely

4.         What mechanisms will be put in place to ensure that the rights of combatants are fully respected?

5.         Can you explain what is being done to ensure that the security and humanitarian needs of the Iraqi population are fully met?

6.         How will you ensure protection and assistance for refugees and people displaced by the conflict?

7.         What is your approach for bringing perpetrators of crimes to justice under international law?

8.         Are you prepared to use the services of the International Humanitarian Fact-Finding Commission to investigate serious violations of the Geneva Conventions?

9.         Will you support and facilitate the deployment of human rights monitors throughout Iraq once the security situation permits?

10.       How will you support the UN in carrying out humanitarian and human rights responsibilities?

I strongly urge you to publicly disclose the measures your Government has put in place regarding the above points.

Yours faithfully,

FIRMARE CON INDIRIZZO

 

chi vuole aggiunga:

NO WAR! - NO SADDAM! - IRAK FREE THROUGH HIS PEOPLE AND ONU!

o altro

 


      

             


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